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Le fate del Monte Reventino

Monte Reventino visto da Soveria Mannelli.

Monte Reventino visto da Soveria Mannelli.

Il Monte Reventino, in dialetto calabrese Riventinu, rappresenta un prolungamento del massiccio della Sila Piccola, alto circa 1400 metri sul livello del mare, che sovrasta la piana di Sant’Eufemia da un lato e la valle dell’Amato dall’altro.

Sono stati individuati dagli archeologi alcuni manufatti antichi che attesterebbero la presenza umana sul monte già in epoca preistorica. Diverse storie e leggende riguardanti il Reventino sono avvolte nel mistero: alcuni pensano perfino che un tempo, milioni di anni fa, il monte fosse un vulcano, ma questa è un’altra storia.

Tra le caratteristiche del massiccio i ruscelli, i corsi d’acqua, le sorgenti e gli anfratti nascosti dalla vegetazione. Una concezione radicata nella fede e nel rituale degli antichi greci è che i fiumi fossero divinità e le sorgenti ninfe. Pertanto in un’area ricca di torrenti, sorgenti e paludi come quella nel quale sorge il Monte Reventino, la presenza di culti delle acque può essere a buon diritto ipotizzabile.

Percorrendo un piccolo sentiero silenzioso e solitario, tra castagni maestosi e querce secolari, si raggiunge un grande monolito roccioso, alto circa 20 metri, nascosto nel folto della foresta: è la cosiddetta Petra di Fota che, tradotto in italiano dagli abitanti del luogo, diventa Pietra delle Fate. La rupe, spunta improvvisamente da un ripido pendio alla cui base scorre un rumoroso ruscello. Sul culmine della pietra si scorge un curioso incavo nella roccia che, secondo la leggenda, sarebbe il trono della regina delle fate. Alla base della pietra, invece, vi è una spaccatura, un pertugio che costituiva, sempre secondo le credenze popolari, l’ingresso di una grotta nascosta, dove avrebbe dovuto esserci anche un tavolo e delle sedie dottorali (scranni) in pietra per i convegni delle fate.
Le ninfe (o fate) sono considerate, in tutte le mitologie, divinità propiziatrici della fecondità della natura e degli esseri viventi, dotate di capacità oracolari e guaritrici.

La valle del fiume Amato vista dal Monte Reventino

La valle del fiume Amato vista dal Monte Reventino

Poi, sulle pendici del Reventino, si aprono alcune grotte, molte delle quali sono state e continuano ad essere sconvolte dall’intensa e continua attività estrattiva della pietra verde, tipica del Reventino; tale attività, in alcuni casi, è portata avanti attraverso l’utilizzo di mine, che hanno irrimediabilmente deturpato parte dell’aspetto della montagna. Una delle cavità del monte è soprannominata “Grotta delle Fate”: raggiugerla è arduo, in quanto bisogna superare un pendio molto scosceso. Oggi di tale grotta rimane un piccolo anfratto, ma la cosa che salta all’occhio è ovviamente la posizione, dominante sul golfo di Lamezia Terme. Le grotte, come i burroni, con le loro sorgenti, ruscelli e altri fenomeni naturali, rappresentano un contesto che sin dall’epoca protostorica risulta prescelto per la localizzazione dei culti delle acque e della natura.
La leggenda della fate del Reventino è legata, dunque, alle divinità greche delle ninfe. È molto probabile che queste, nel folklore locale, abbiano assunto le fattezze delle fate, più popolari in un mondo occidentalizzato. Queste leggende, di generazione in generazione, sono arrivate fino a noi.

Ma che fine hanno fatto oggi le fate? Alcuni dicono che non ci siano più, che abbiano abbandonato Reventino per colpa dell’uomo e dello sfruttamento continuo del territorio. Ma c’è chi assicura che, in alcune notti d’estate, tendendo bene l’orecchio ancora si possa sentire il canto delle fate, che riecheggia in sottofondo, insieme al vento della piccola valle dell’Amato.

Il Golfo di Sant'Eufemia visto dalla Grotta delle Fate. Sullo sfondo l'Etna.

Il Golfo di Sant’Eufemia visto dalla Grotta delle Fate. Sullo sfondo l’Etna.

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