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La struggente storia di Arocha e di Petraro

Come più volte ho scritto e ripetuto nei miei articoli precedenti, la Calabria dal punto di vista geomorfologico è caratterizzata dalla presenza di percorsi d’acqua, fiumi e sorgenti. Quando parlo di bacini idrografici mi piace sempre partire da un passo della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio: “amnes ibi navigabiles Carcinus, Crotalus, Semirus, Arogas, Thagines, oppidum intus Petelia, mons Clibanus, promontorium Lacinium […]”. Lo storico e naturalista romano, oltre a elencare i nomi di alcuni percorsi d’acqua, in queste poche righe ci fa capire che i fiumi erano navigabili e utilizzati di conseguenza come vie di penetrazione verso le aree interne.

Intorno a loro sono nate delle storie e delle leggende, a volta fantasiose, a volta basate su racconti veri, poi tramandate nel corso dei secoli.

Arocha, ninfa che apparteneva al coro di Artemide, bellissima e splendente, era figlia del Crati e del Targine, conduceva una vita libera, audace, selvatica e si dedicava esclusivamente alla caccia. Un giorno, però, mentre si lavava ad una fonte, con grazia e delicatezza, fu intravista da un rozzo e sporco pastore di nome Petraro che per lei perse completamente la testa.  Quest’ultimo passò delle notti insonni, agitate, pensando esclusivamente a quel leggiadro corpo femminile che si era offerto alla sua vista. Facendosi coraggio Petraro più volte si avvicino alla ninfa dichiarando il suo amore, cercando di farle capire i suoi sentimenti, ma lei imperterrita non lo degnò mai di uno sguardo. Un giorno, dopo ore di delirio incontrollabile, il pastore offuscato dall’ira per l’ennesimo rifiuto abusò violentemente di lei e fuggì nei boschi. Arocha, umiliata e offesa, si rinchiuse nel suo dolore. Versò lacrime amare, pianse per giorni e nessuna della altre ninfe riuscirono a consolarla, nemmeno la stessa Artemide ci riuscì. Il dio Sole che controllava tutto dall’alto, impietosito, decise di tramutare Arocha in fiume, secondo alcuni studiosi l’attuale Corace (che dalla Sila sfocia nel golfo di Squillace), e si mise sulla tracce del violentatore. Petraro si nascose per giorni nella selva ma il dio Sole, con i suoi dardi infuocati, lo portò allo scoperto e poi lo fece bersaglio di un fitto lancio di pietre fino a seppellirlo vivo.

La località Petraro si trova nei pressi di Tiriolo (la terra dei Bretti) e si narra che il pastore, il quale ha dato il nome a tutta l’area,  ancora sia seppellito nel luogo della sua morte.

 

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