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Le critiche al modello di legge elettorale proposto da Matteo Renzi

Legge Elettorale: le nuove proposte ci daranno un Parlamento che risponde al Paese?

VotoIl neo-segretario del PD e Sindaco di Firenze va proclamando in giro la possibilità di elaborare una nuova legge elettorale che sostituisca nel giro di una settimana quella “famigerata” del 2005 (il “porcellum”), le cui parti più importanti sono state dichiarate illegittime dalla Corte Costituzionale.

Una trovata propagandistica che non dovrebbe sortire effetto alcuna ma che denota, prima di tutto, il persistere di un dato di assoluta incultura politica che, del resto, ha contrassegnato anche gli elaboratori della legge vigente già citata.

Appare assente, infatti, in una circostanza così delicata, stilando i termini concreti di una legge dalla quale dipende una parte fondamentale della qualità di vita della democrazia, una visione sistematica, di lungo periodo, come fu nella scelta compiuta in sede di Assemblea Costituente in favore del sistema proporzionale che resse il sistema politico italiano dal 1948 al 1992.

Ci si continua a muovere sul contingente, ponendo obiettivi di corto respiro, di vantaggio per le forze politiche esistenti nella logica del “partito di cartello”, senza nemmeno verificare, come si vedrà meglio in seguito, la realtà concreta del quadro politico di fase.

Inoltre, come hanno già fatto notare autorevoli politologi e costituzionalisti, le tre proposte di marca renziana (non si può dire che appartengano al PD, in quanto questo partito aveva già avanzato una propria proposta ufficiale relativa al doppio turno di collegio) sono state tirate fuori come conigli dal cappello del prestigiatore in anticipo all’uscita delle motivazioni con le quali, nello scorso Dicembre, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittime parti fondamentali della legge elettorale vigente, in particolare rispetto alle questioni del premio di maggioranza e delle liste bloccate.

Ecco di seguito un sunto del tutto schematico delle tre proposte in questione

  • MODELLO SPAGNOLO

La prima proposta di Matteo Renzi, ricalca la norma in vigore nel paese iberico. Stando a questa proposta l’Italia sarebbe divisa in 118 circoscrizioni che ciascuna eleggerebbero 4 o 5 deputati. A questo poi si aggiungerebbe un premio di maggioranza del 15%, cioè di poco meno di 100 seggi per la lista che ottiene la maggioranza relativa. Presente una soglia di sbarramento fissata al 5%.

  • MATTARELLUM “corretto”

Si ritornerebbe, in base a questa seconda proposta, ai collegi uninominali, 475 in tutto il paese. I posti restanti, pari al 25% del totale, verrebbero suddivisi come premio di maggioranza (per chi vince) e cosiddetto “diritto di tribuna” (per gli altri partiti). Ai vincitori andrebbe il 15% dei seggi, agli altri il 10%.

  • MODELLO dei SINDACI

Si tratta della legge tuttora in vigore che prevede il doppio turno di coalizione. Alla lista vincente spetta il 60% dei seggi mentre il 40% restante viene diviso con il proporzionale tra le altre liste. La soglia di sbarramento è fissata al 5%.

Alcune obiezioni tecniche

Le obiezioni immediate a queste tre proposte riguardano, prima di tutto, per quel che concerne il modello spagnolo e quello misto proporzionale/maggioritario definito “mattarellum” sia l’assenza di una soglia minima da raggiungere per ottenere il premio di maggioranza, sia le liste bloccate: insomma non si assolverebbero le indicazioni della Consulta, quelle che hanno portato alla bocciatura della legge vigente.

Rispetto al modello cosiddetto “dei Sindaci” esso necessita, per essere adottato, di una modifica costituzionale (altro che una settimana!) ed anche rispetto alla questione del premio di maggioranza rimane tutto da vedere, in quanto per l’accesso al ballottaggio non è prevista alcuna soglia da raggiungere e rimane concreto il rischio di vedere soggetti che, al primo turno, raggiungono il 20% acquisire poi il 60% dei seggi alla Camera (il Senato anche qui non è più contemplato perché dovrebbe essere composto esclusivamente da Consiglieri regionali e amministratori locali su designazione dei rispettivi Enti),

Fin qui le obiezioni più semplici sul piano più strettamente, per così dire, “tecnico”. L’obiezione più consistente riguarda, però, il piano politico.

Le obiezioni politiche

La filosofia che accompagna queste proposte è esclusivamente rivolta all’idea della “governabilità” e della “riduzione del rapporto tra società e politica” in un quadro – davvero – di pressapochistica semplificazione.

All’insegna della boutade “alla sera delle elezioni si deve sapere subito chi ha vinto” (una stupidaggine che ha accompagnato anche la logica fin qui perseguita dal PD in materia elettorale) si fa finta di dimenticare completamente il tema della “rappresentatività politica”. Un tema fondamentale per il funzionamento della democrazia, un tema considerato ineludibile se si legge attentamente la Costituzione Repubblicana che definisce nella sostanza dell’accezione togliattiana ben condivisa in sede di Assemblea Costituente da Basso e Dossetti il Parlamento quale “specchio del Paese”.

Attraverso queste proposte la strategia renziana mira a esaltare quella che è stata nel corso di questi anni la strategia della “Costituzione materiale” fondata sul personalismo e la realizzazione dell’antico “decisionismo” di marca craxiana, poi portato avanti da Berlusconi e perfezionato nel corso dell’esercizio del mandato di Presidente della Repubblica da Giorgio Napolitano.

Inoltre, e questo elemento risalta particolarmente nelle dichiarazioni rilasciate da componenti dello “staff” del Sindaco di Firenze e segretario del PD, si intende preservare il “bipolarismo”: anche questa è una clamorosa presa in giro, in quanto non c’è proprio da preservare niente: il bipolarismo, infatti, è stato completamente superato dall’esito elettorale del 24 Febbraio 2013.

Come pensano questi fautori della conservazione dell’inesistente bipolarismo di coartare e rendere inefficace sul piano della distribuzione dei seggi il voto al Movimento 5 Stelle?

Quale marchingegno potrà essere inventato per ridurre ancora di più il nostro tasso di democrazia elettorale?

Il sistema elettorale proporzionale: l’unica soluzione ragionevole

In una fase come questa, sospesa tra la costituzione di nuove forze politiche e l’eterna “transizione italiana” avviata dagli anni Novanta del XX secolo e non ancora conclusa è evidente come il sistema elettorale proporzionale, mutuato sul modello che resse il sistema politico dalla Costituente a Tangentopoli, apparirebbe come la soluzione più saggia sul piano proprio della visione sistemica.

Si svilupperà in altra sede la storia di quella fase in relazione al sistema elettorale: un recupero di memoria che potrà essere utile al fine di smentire tanti luoghi comuni che sono venuti avanti nel corso degli anni, al fine di favorire soprattutto lo svuotamento di contenuti nelle forze politiche per produrre fenomeni negativi primo fra tutti la personalizzazione della politica: oggi riscoperta, fuori tempo e in una dimensione del tutto esasperata proprio dal PD.

Un appunto sul Bicameralismo

Un’annotazione conclusiva sul bicameralismo e la riduzione del numero dei Parlamentari: al riguardo del bicameralismo (il cui superamento è questione in ballo da molto tempo, se pensiamo ad analisi ed elaborazioni sviluppate dal Centro di Riforma dello Stato diretto da Pietro Ingrao fin dagli anni Settanta) non è possibile porvi mano se non precedendo qualsiasi proposta da un’analisi dei compiti e delle funzioni. Ridurre in precedenza di una proposta di merito sui contenuti la seconda camera come elettiva di secondo grado rischierebbe di creare un pericoloso vuoto istituzionale. In ogni caso rimane necessaria una modifica costituzionale: come interpretare diversamente, infatti, il passaggio “Il Senato è eletto su base regionale”. Eletto significa abbisognevole di un meccanismo di elezione e non può certamente essere considerato costituzionale, ad esempio, una sorta di “nomina” che comprenda d’ufficio i Presidenti di Regione.

Per quel che concerne il numero dei parlamentari, si tenga ben conto che il problema dei cosiddetti “costi della politica” è ben altro :si pensi al tema della Regioni, vero “buco nero” sotto tutti gli aspetti al riguardo di questa tematica, in particolare da quando si è passati all’elezione diretta dei Presidenti e sull’inconsulta spinta leghista alla regionalizzazione di sanità e trasporti: il vero disastro questo della recente storia italiana.

Il numero dei parlamentari deve essere adeguato alle esigenze di rappresentatività politica e di rappresentatività territoriale: proclamazioni propagandistiche, in questo senso, sono inaccettabili senza conoscere la divisione territoriale dell’assegnazione dei seggi (il disegno delle circoscrizioni e dei collegi costituisce il punto politicamente più delicato nella stesura di ogni legge elettorale) e la “formula” elettorale vera e propria.

Per concludere

Insomma: una strategia quella renziana figlia dei tempi della propaganda facile, che cerca di accarezzare il vento dell’antipolitica ma che può ben essere giudicata, prima di tutto, frutto dell’incultura politica che appare come fattore dominante della vita pubblica italiana di questi anni.

A meno che l’obiettivo vero sia quello di superare la Repubblica e tornare alla Monarchia, facendo incoronare il nuovo Re da una ristretta cerchia di “grandi elettori” scelti con un sistema comunque escludente il dibattito politico, le minoranze e al quale sarebbero ammessi soltanto i contraenti delle “larghe intese”. Una legge elettorale come una sorta di colpo di stato, insomma.

Franco Astengo

Franco Astengo è stato Cultore della materia “Partiti politici e gruppi di pressione” e di “Sistema politico italiano” presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Genova

Redazione
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