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76 anni fa nasceva a Cassine Luigi Tenco uno dei volti e delle voci più indimenticabili della canzone d’autore italiana

Luigi Tenco: la voce dei giorni perduti

Cosa significa diventare un’antonomasia, cioè incarnare con il proprio nome o il proprio modo di essere una filosofia di vita, una corrente culturale oppure un modo di stare al mondo? La domanda è d’obbligo se si parla di Luigi Tenco. Infatti Luigi Tenco, nato a Cassine il 21 Marzo 1938, è diventato nel corso degli anni per antonomasia il volto, la voce e l’anima della canzone d’autore italiana, del cosiddetto cantautorato. Troppe volte musica d’autore e cantautorato sono stati identificati come un tipo di musica noiosa, eternamente triste e volta soltanto al grigio e al nero della vita, come del resto per Tenco. Egli non fu il primo cantautore italiano (gli storiografi della musica ancora oggi discutono se dare la palma del primo in assoluto a Domenico Modugno od ad altri) ma quello che è certo è con lui si iniziò a parlare di cantautori. Derivati dai colleghi d’oltralpe, gli chansonnier (Jacques Brel, Georges Brassens, Serge Gainsbourg etc), i cantautori nostrani, soprattutto quelli della prima era, provenivano tutti dai sobborghi di Genova, tanto che questo gruppo, composto dallo stesso Tenco assieme a Gino Paoli, Bruno Lauzi e De Andrè, fu chiamato scuola genovese. Si parlavadi tinte fosche per questi figuri e per Tenco: ma se si leggessero le loro biografie si ribalterebbe completamente il giudizio. Persone goderecce , spiritose, piene di vita e di lazzi. “Ma quale scuola genovese, eravamo tutti ripetenti, tutti diavolacci da osteria”  ha più volte ricordato nelle sue interviste Gino Paoli. Tenco, triste cantore dell’anima o brigante avvinazzato da osteria che fosse, nacque sotto la stella del talento. Le sue canzoni sono forgiate , per dirla alla Eugenio Montale, con  ” il diaspro, la sabbia e il sole, il fango  e l’argilla divina”, “Un giorno come un altro, “Mi sono innamorato di te”, “Lontano, lontano” “Ciao amore ciao” etc sono tutti granelli da sgranare per un ideale rosario della canzone d’autore. Nel 1967, nel Festival di San Remo più tristemente famoso di tutti i tempi, si tolse la vita in maniera misteriosa.  Luigi Tenco, nonostante la sua improvvisa scomparsa, è rimasto una presenza fissa nelle costellazioni degli epigoni del cantautorato italiano: dalle generazioni immediatamente successive, da Bennato a Lucio Dalla, passando per Ivan Graziani. Ma Tenco non ha smesso di ispirare i giovani cuori ardenti. Negli ultimi anni si è assistito ad una “florescenza del biancospino” della canzone d’autore: Dente, Brunori SaS, Le Luci della centrale Elettrica, Dimartino, Colapesce, Andrea Appino, Stefano Marelli, Ex Otago etc. Il giorno dopo l’altro di Luigi Tenco non è ancora finito. 

Ecco come Fabrizio De Andrè, pochi mesi dopo la morte di Tenco, ha ricordato, nella sua “Preghiera di Gennaio”, l’amico e sodale contautore:

Signori benpensanti

spero non vi dispiaccia

se in cielo, in mezzo ai Santi

Dio, fra le sue braccia

soffocherà il singhiozzo

di quelle labbra smorte

che all’odio e all’ignoranza

preferirono la morte

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Mattia Nesto
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