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Una storia della Resistenza

Di favole, partigiani e….cuccioli

Il Cucciolo partigiano

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In quella fredda serata d’autunno eravamo tutti riuniti attorno alla tavola della cucina su cui erano posati due grossi cesti di vimini colmi di castagne, raccolte nei boschi durante la giornata. Ne avevamo fatto arrostire una buona quantità sulla stufa, usando una vecchia padella alla quale avevamo praticato  un bel po’ di buchi con un grosso chiodo e avevamo invitato due ragazzi nostri vicini di casa, di poco più grandi di me, che avevo quindici anni. Nel tepore della stanza, reso ancora più gradevole dall’appetitoso profumo delle caldarroste, chiacchieravamo allegramente, sentendoci sazi e soddisfatti. In quel momento la guerra, il tanto discusso armistizio dell’8 settembre, la severa occupazione dei tedeschi, divenuti nostri nemici, le razioni della tessera divenute sempre più scarse, l’incertezza di un inverno che annunciava  freddo irto di nuove difficoltà, sembravano lontanissimi.

D’improvviso la quiete di quella serata fu rovinata da alcuni colpi violenti alla porta; tutti alzammo la testa d’istinto, ma nessuno fece in tempo alzarsi, perché la porta fu spalancata da un calcio. La gelida aria serale ci fece rabbrividire, scorgemmo nel chiarore della luna le sagome di due uomini in uniforme ed elmetto che ci puntavano contro i fucili. Erano soldati tedeschi. Non riuscivo a distinguere il loro volti, ma sentii distante la loro voce che, con accento inconfondibile, intimava a noi ragazzi di seguirli.

Nessuno di noi riusciva a comprendere il motivo di quell’irruzione.  Papà fece coraggio e chiese spiegazioni. Uno dei due, infastidito, si avvicinò e con tono più duro, ci accusò del furto di due fucili mitragliatori, sottratti a due ufficiali della Wehrmacht. Capimmo confusamente  che i due quella sera avevano deciso di cenare all’albergo Amedeo, avevano parcheggiato la loro auto in un cortile vicino e, per non entrare nel ristorante con le armi, le avevano lasciate chiuse all’interno della vettura, insieme con uno zainetto contenente una buona quantità di munizioni. All’uscita avevano trovato una portiera scassinata e si erano resi contro che qualcuno (non si è mai più saputo chi fosse stato il vero responsabile) aveva rubato armi e proiettili.

Invano papà cercò di difenderci, spiegando che non ci eravamo mossi di casa, che avevamo preparato e a

mangiato le caldarroste, che l’unico delitto, se così si poteva definire, consisteva nell’essere andati a raccogliere castagne e un po’ di legna in un bosco che non ci apparteneva… I due non si lasciarono convincere e ci costrinsero a seguirli.

Fummo condotti alla caserma dei carabinieri, che allora si trovava in via  Gramsci a lato della piazza dove oggi ci sono le Poste centrlali. Fummo rinchiusi in tre celle vicine poste nel seminterrato: la mia era piccolissima, fredda e buia. In un angolo c’era un tavolaccio, su cui mi rannicchiai, tenendo le gambe ripiegate e appoggiando il mento sulle ginocchia. Non riuscii a chiudere occhio quella notte sentivo i miei amici che erano svegli anch’essi; la loro vicinanza mi dava un po’ di conforto. In alto una bassa finestrella  mi permetteva di vedere poco sopra il marciapiede della strada.

Rimanemmo così, senza che nessuno ci venisse ad interrogare, per alcuni giorni, sempre più depressi e spaventati per il nostro futuro. Faceva freddo ed era quasi sempre buio. La luce del giorno filtrava dalla stretta finestrella solo alle dieci del mattino e spariva alle quattro del pomeriggio. Avevamo anche fame, perché il nostro pasto quotidiano consisteva in una brodaglia lunga e insipida e in un pezzo di pane. Ci voleva ben altro per i robusti appetiti di noi ragazzi!

Una notte, verso le tre – avevo sentito suonare l’ora dal campanile della Collegiata – mentre mi ero un po’ assopito sul mio tavolaccio, mi destai d’improvviso. Sentivo nel corridoio un lieve fruscio, come di qualcuno che camminasse con cautela. Subitomi allarmai. Era vero, se fossero stati i tedeschi che venivano per portarci va o per interrogarci, li avrei riconosciuti dal passo deciso, ma a quell’ora insolita c’era da aver paura di tutto. Mi rannicchiai nel mio angolo, facendomi più piccolo che potevo e trattenni il respiro. Sentii un mormorio nella cella prima della mia, poi, dopo lunghi instanti, la porta si socchiuse; alla luce di una torcia puntata verso il basso, riconobbi la sagoma nota del maresciallo Astori, il comandante della caserma  che aveva cercato di confortarci in quei giorni angosciosi. “Ragazzo, io questa notte me ne vado, scappo in collina con i partigiani. Lascio le celle aperte, in caserma non c’è nessuno, fate quello che pensate sia meglio. Attenti, però: adesso i tedeschi non hanno prove contro di voi. Se scappate verrete considerati colpevoli , se vi prendono, rischiate di grosso. Buona fortuna.” Mi appoggiai al muro, come se mi sentissi ubriaco. Era una decisione difficile da prendere, soprattutto da solo, soprattutto a quindici anni; sbagliare significava rischiare la vita. Nel corridoio i miei due amici, usciti dalle celle, stavano confabulando a bassa voce. In breve dicevano che non se la sentivano di abbandonare la madre, vedova e anziana. Sarebbero restati a Novi e si sarebbero nascosti in casa di amici, almeno per il momento. Li abbracciai, li capivo, ma sentivo che per me e anche per la sicurezza dei miei sarebbe stato meglio se mi fossi allontanato. Incaricai i miei amici di rassicurare papà e mamma, dicendo loro che avrei mandato mie notizie appena possibile. Con il favore del buio, uscii da Novi e presi la direzione di Serravalle, poi di Vignole, verso la val Borbera, dove sapevo che c’erano già degli antifascisti e un buon numero di renitenti alla leva e dove sarebbe stato facile far perdere le mie tracce.  Trovai ospitalità in una cascina vicino a  Borghetto, dove cercai di rendermi utile lavorando nella stalla. Purtroppo dopo un po’ giunse voce che le brigate nere avevano scoperto che un contadino di Garbagna  ospitava un giovane renitente alla leva gli avevano bruciato la cascina. Dovevo andarmene. Seguendo la strada che attraversava le Strette. Arrivai a Pertuso, dove mi unii a un gruppetto di partigiani che operava nella zona. Ero il più giovane e inesperto, per questo mi diedero il nome di battaglia di “Cucciolo”.

Un episodio mi è rimasto impresso della mia vita di partigiano: un agguato che tendemmo ad una pattuglia di fascisti che erano riusciti ad arrivare in fondo alla valle, a Pertuso, seguendo la strada. C’era una curva cieca, dietro la quale  noi li aspettavamo ben nascosti. Quando i fascisti si trovarono allo scoperto, cominciammo a sparare. Tra il crepitio dei mitra e dei fucili e il fumo e la polvere e le grida dei feriti, io avevo molta paura, ma mi sentivo anche forte, perché ben protetto dalla mia postazione. Esaurita la prima scarica, mentre stavamo ricaricando le armi, vidi in basso un giovane fascista con il viso ridotto ad una maschera di sangue che, strisciando  lentamente, stava cercando di mettersi al riparo fuori tiro. Era giovane probabilmente aveva solo qualche anno più di me. Caricai con calma, presi la mira. Il bersaglio era molto facile, quasi immobile, impossibile sbagliarlo. Mi bastava premere il grilletto…ma ad un tratto abbassai la canna del fucile, mi passai la mano sulla fronte sudata e scossi il capo .” No”, dissi  a me stesso ,non posso sparare su una persona inerme per di più ferita, sarebbe una vigliaccata, un assassinio a sangue freddo…” Rimasi ad osservarlo, sorridendo  tra me per aver preso quella decisione. Lo vidi arrancare ancor faticosamente e poi sparire dietro la curva, in salvo tra i suoi .

“Va’ là che ti è andata bene per questa volta”, mormorai, come se avesse potuto sentirmi.

Oggi penso che vorrei conoscere il suo nome, vorrei poterlo incontrare, parlargli, sapere se anche lui ricorda quel giorno, verificare se i era reso conto del pericolo che aveva corso e che io, suo nemico, gli avevo risparmiato la vita. Vorrei dirgli che, per fortuna sua  e mia, la guerra non aveva fatto di me un assassino.

 

(Dalla testimonianza di Alessandro Ravazzano il “Cucciolo” – Novi L.)

 

 

Hanno collaborato con la loro testimonianza i Signori:

 

Giuseppe Agostini- Novi

Emilio Anfosso- Vignole Borbera

Anna Caneva-Ovada

Bruno Barbieri-Novi

Alfredo Cocchieri-Novi

Irene Coco- Silvano d’Orba

Itala e Maria Dardano-Novi

Severino Debenedetti-Novi

Armando –Figino

Francesco Galliano Roccagrimalda

Angelo Gasparini-Predosa

Pierino Goggi-Pozzolo

Antonio Loiacono-Novi

Griselda Lorenzetti-Novi

Alessandro Ravazzano, “Cucciolo”-Novi

Maria Ricci Filz-Novi

Carla Sansebastiano-Novi

 

Hanno realizzato i testi gli alunni della classe terza C – A. S. 1994-95- della Scuola media G. Boccardo di Novi:

Andrea Basto-Velise Camussa-Matteo Capuzzi-Laura Coco-Daniela Elli-Mauro Ferretti-Ilenia Grosso- Manuela Iacono-Giulia Legena-Roberto Malotti-Simone Milanesi-Laura Montecucco- Simona Parodi-Claudia Repetti-Floriano Ricciu-Erika Romano-Deborah Schiavo.

 

Hanno collaborato gli insegnanti:

Marcella Traverso Goggi-Marisa Minetti Aburati-Raffaella Coccheri Griggi.

Matteo Clerici
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2 commenti

  1. Ho letto l’articolo molto bello e da esso ho intuito che Cucciolo era nella brigata con mio padre, purtroppo non posso più chiedere a lui una conferma precisa perché è morto due anni fa a 89 anni, ma posseggo una fotografia dove sono ci sono in posa 19 partigiani con le con le armi. Girando sui siti e mettendo insieme tante piccole cose ascoltate in casa, nomi di battaglia, anche piccoli reperti di mio padre, da un puzzle mi si è formato un quadro, e ho quasi la certezza che, quel poco di più che un bambino, al centro della fotografia che mi ha lasciato mio padre, sia propri Cucciolo. La cosa più angosciante è che i partigiani sopravvissuti se ne stanno tutti andando. Cucciolo è ancora vivo? Buon 25 Aprile! paola dthf

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