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“L’armata dei Sonnambuli” è il nuovo romanzo dei Wu Ming. Abbiamo intervistato in merito Giovanni, membro del collettivo di scrittori.

Te lo si conta noi, com’è che andò Noi che s’era in Piazza Rivoluzione

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1- L’Armata dei Sonnambuli sarà ricordato come “il romanzo dei Wu-Ming sul Terrore”. Perché l’interesse per questo periodo storico?

 

Svariati motivi, ma in modo particolare il bisogno di interrogarci sul legame tra Rivoluzione e Terrore. Anzitutto, volevamo mettere in crisi quella vulgata storica che proietta sul 1793 l’ombra futura e caricaturale delle purghe staliniane, plasmando Robespierre come un prototipo del piccolo padre sovietico. Se si attribuisce il Terrore alla follia politica di pochi giacobini, si finisce col credere che sia possibile separare il “buon 1789” dal “cattivo 1793”. A parte l’assurdità di un approccio del genere, che trasforma la Storia in una corsia di supermercato, la narrazione tossica di fondo è quella delle “mele marce”: tolte quelle, il cesto di frutta è salvo. In modo molto simile, c’è chi oggi invoca una “rivoluzione senza ghigliottina”, grazie alla quale il Popolo (buono) si libererà della Casta (cattiva). Invece, nella Parigi del 1793, era soprattutto il popolo, molto più di Saint-Just  o di Marat, a volere il Terrore all’ordine del giorno, la pena di morte per gli accaparratori, le purghe contro l’aristocrazia, la fine del libero mercato. Se si restituisce il Terrore alla sua dimensione complessa, allora ha senso chiedersi fino a che punto una rivoluzione può affermarsi senza essere spaventosa, terribile. Può l’uguaglianza instaurarsi senza il terrore di chi vive nel privilegio? Può la libertà fare a meno della giustizia? Può la fraternità regnare tra gli uomini, senza che i padri si sentano in pericolo?

 

2- Dalla Commedia dell’Arte per arrivare agli Area: trovo sia un libro in cui abbiate condensato ansie, sogni e passioni comuni. Convieni?

 

Ogni romanzo che scriviamo è un magnete per le nostre passioni. Distilla e sintetizza gli umori di quattro individui. La nostra natura multipla ci aiuta a catturare lo spirito del tempo, a metterlo sulla pagina, e se a questo si aggiunge che siamo sempre in contatto con una vasta comunità di lettori – tramite incontri, assemblee, laboratori, blog e social network – questo nostro ruolo di bracconieri e di frullatori risulta ancora più chiaro. Del resto, credo che proprio questo sia uno dei ruoli sociali delle narrazioni: funzionare come attrattori culturali, fuochi di bivacco che radunano brandelli di immaginario e permettono di riappropriarsene, di modellarli, di rimescolarli e di trasmetterli in forme sempre diverse e mai ripetitive.

 

3- Forse è il vostro libro più cinematografico e fumettistico. Parigi è stata trasformata in una sorta di “Terra di Mezzo” con ghigliottina, un fumetto di Alan Moore al tempo dei sanculotti (Scaramouche “parla” nella r, V parla nella v ndr). Quanto è stato lungo il periodo di analisi degli archivi e dei riferimenti storici?

 

La vicinanza con il fumetto e con il cinema, per certa critica, è sintomo di un cedimento, di una perdita dello “specifico letterario”. Siamo arrivati al punto che persino i dialoghi, specie se ben riusciti, sono visti come una resa al mondo delle fiction seriali. Nei nostri romanzi, invece, questi riferimenti sono espliciti, non ce ne vergogniamo affatto, anche perché si innestano su una ricerca scrupolosa: se la nostra Parigi somiglia a un fumetto, non puoi cavartela pensando che abbiamo preso una scorciatoia postmoderna. Sei costretto a mettere in crisi le tue stesse categorie cognitive: non sarà piuttosto la Parigi settecentesca che ho sempre immaginato, a somigliare a un sussidiario polveroso o a un libro illustrato male? Da cosa dipende quest’effetto-fumetto? E’ un prodotto degli autori, degli archivi, o delle lapidi che usiamo di solito per uccidere la Storia?

Le ricerche storiche, come ormai ci accade sempre più spesso, non sono mai finite. Abbiamo continuato a spulciare gli archivi, i giornali dell’epoca, i verbali della Convenzione, le lettere, i rapporti di polizia fino all’ultimo giorno di stesura e revisione. Quindi, all’incirca, sei anni di lavoro moltiplicato per quattro teste.

 

4- Il personaggio del libro che ha richiesto maggior lavoro? E invece c’è un personaggio che incarna “l’io pensante” dei Wu-Ming?

 

Nessun personaggio rappresenta nel romanzo il nostro punto di vista. Di sicuro Nero è il più lontano dalla nostra prospettiva, ma anche gli altri se ne distaccano in modo netto. In fondo, sono uomini del Settecento. Come sempre ci accade, il personaggio più complesso da costruire è stata la protagonista femminile, Marie Nozière. Ci siamo resi conto che in troppi romanzi le donne finiscono per avere una funzione consolatoria, riparatrice, tutto sommato materna. Abbiamo provato allora a ritrarre una figura femminile che non sta al suo posto, che incassa mille sberle, che si rialza ed è sempre “sbagliata”, scomoda, perturbante. Che rischia la solitudine, l’ostracismo e non fa nulla per farsi perdonare.

 

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5- Riutilizzare l’esistente per pensare il nuovo, sembra il motto del vostro modo di scrivere. Scaramouche potrebbe essere usato come emblema di qualche partito o movimento politico. In poche parola, avete pensato ad una possibile strumentalizzazione (parola orrenda e me ne scuso) dei personaggi de l’Armata?

 

Siamo convinti che i personaggi di un romanzo non appartengano all’autore, quindi non ci preoccupa il loro destino, anche perché sono capacissimi di difendersi da soli. Chi volesse strumentalizzare Scaramouche, dovrebbe vedersela con lo spirito di Marat. Poi c’è chi propone di sostituire al ghigno baffuto di Guy Fawkes, protagonista di mille cortei, i nasi acuminati della Commedia dell’Arte: questo, come riferimento generale alle atmosfere del romanzo, non può che farci piacere, così come ci esalta il diffondersi virale della parlata sanculotta che abbiamo inventato per il popolo di Parigi, con le sue improbabili bestemmie, o le scritte “Vive la Trance!” che sono comparse sui muri di alcune città, o l’abitudine di scRivere in maiuscolo tutte le R di una fRase, come omaggio alla letteRa iniziale delle paRole Rivoluzione, Resistenza, Ribellione, Rivolta…

 

6- Gli studenti dell’Alma Mater dopo aver letto il romanzo, potranno studiare con maggior slancio le commedie di Goldoni?

 

Ne dubito.

 

 

 

 

Mattia Nesto
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