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Da un’interessante intervista a Marc Augé lo spunto per una riflessione

Gli eroi e le solitudini: siamo uomini o piante?

Giovedì 26 giugno a pag. 31 de La Stampa è apparsa un’intervista, a firma del giornalista Alberto Mattioli, all’antropologo francese Marc Augé, uno dei massimi esperti in fatto di studio delle relazioni e iterazioni umane, famoso  in tutto il mondo per aver coniato la definizione dei “non-luoghi”.

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Nell’intervista si analizzano due tematiche principali: il fatto che Internet rende solo apparentemente meno soli, ma anzi produca l’esatto effetto contrario e che i migranti debbano considerarsi i “veri eroi dei tempi moderni”. Andiamo ad analizzare le parole dello studioso francese.

A proposito degli “amici sui social”, Augé afferma che quella che stiamo vivendo è certamente un’era di comunicazione, in cui le possibilità di iterazioni aumentano, ma per paradosso questo amplia lo spazio della solitudine nelle nostre vite. “In altri termini. Internet promette la negazione dello spazio e del tempo, ma è un’illusione, perché le relazioni sociali non possono esistere che nel tempo nello spazio”. Perciò proprio questa enorme facilità ad “acquisire in qualche modo” possibili persone con cui iterare, ma senza la “reale possibilità” di interfacciarsi con loro, rende l’essere umano più solo. Questo discorso, espresso sicuramente in termini un po’ più rozzi, è facile sentirlo in discorsi tra amici o compagni di lavoro. Il detto “uno magari ha mille amici su Facebook ma poi si ritrova da solo al sabato sera a mangiare del cibo cinese da riscaldare” è ormai entrato nel novero delle frasi idiomatiche di questi tempi.

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Il secondo punto analizzato da Augè è quello dei migranti, consideranti i nuovi autentici eroi. “La loro avventura è la prova che si può rompere con il territorio, che vuol dire anche liberarsi dei propri radicamenti culturali. In questo senso, – incalza l’antropologo – partire è eroico. È il coté avventuroso dei tempi moderni, uno dei pochissimi rimasti”. La teoria di Augé vuole sostenere quindi che le migrazioni, senza dimenticare i grandi problemi che sollevano, hanno dentro di sé la possibilità concreta di rendere migliori le persone, andando a scalfire determinati pregiudizi o modi di vivere radicati in quel tipo di cultura, che nel crogiolo di una cultura maggiormente diluita, vengono persi senza (quasi) colpo ferire.

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Ecco quindi che il pensatore francese, ancora una volta, attraverso il combinato disposto dell’osservazione dei fatti e della riflessione intellettuale scevra da pregiudizi ribalta le carte in tavola: Internet, che tutti strombazzano come “grande via di comunicazione” rende le persone più sole e i migranti, che tantissimi additano come “portatori di idee malsane e sconvolgimenti”, sono degli eroi, che rinunciando ad un pezzettino della loro cultura, diventano uomini migliori sradicandosi.

D’altronde l’uomo non è fatto per stare fermo. Come ama dire Marco Aime, Antropologo culturale insegnante all’Università di Genova,

Ci siamo ridotti a piante, condannate a rimanere aggrappate a un terreno, a quel terreno che dà loro di che vivere. Eppure abbiamo piedi, non radici, e lo sappiamo. Lo sanno i fanatici della tradizione, che ci vorrebbero tutti come alberi?

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Mattia Nesto
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