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Iniziamo a pubblicare a puntate, “mattone dopo mattone”, la storia urbanistica di Novi Ligure per tentare di tracciare la storia di questa cittadina che da centro commerciale è stata trasformata in un sito industriale ed oggi è alla ricerca di una nuova identità

1961-1971: il piano regolatore di Novi Ligure tra spinte speculative e false illusioni

 

Su “Il Novese” del 22 maggio 1975 a pag. 6, sotto il titolo “Parliamo del PRG”, appariva un articolo a firma di Franco Inverardi nel quale il P.R.G. (piano regolatore generale, adottato nel 1968 e definitivamente approvato nel 1971) in vigore, veniva definito dall’articolista come “lo strumento fondamentale per uno sviluppo urbanistico ordinato” e, sempre Inverardi, proseguiva sostenendo che questo strumento, a quattro anni dalla sua operatività, si era dimostrato esatto e tempestivo “in mano alla collettività novese per stroncare ogni velleità ai privati”, precisando che, quando si riferiva ai privati, non era nei suoi pensieri la piccola proprietà, ma quella che “si basa sul possesso o sulle possibilità di possesso di grosse aree”.

Il neo nato Piano Regolatore stava dunque realizzando per Inverardi una “città a misura d’uomo” che dava la “possibilità di avere alloggi confortevoli a basso prezzo”. E con questo Inverardi si riferiva alle aree destinate alla 167edilizia economica convenzionata”, le cui palazzine, erette in cooperativa, stavano sorgendo in zona “Scabiolo” e “Pernigotti”. Zone queste che stavano per essere attrezzate con tutti i servizi, “come – sottolinea nel suo articolo, Inverardi –  la scuola Zucca costruita a favore dello Scabiolo”.

 

Questo è quanto si legge in quest’articolo che viene consegnato da Franco Inverardi, già assessore all’Urbanistica negli anni Sessanta, tramite le colonne de “Il Novese” alla memoria collettiva della città.

 

Ma quali furono, e sono ancora attualmente in essere, le ricadute sul territorio in seguito all’entrata in vigore di quello strumento urbanistico? Vediamole qui di seguito.

 

 

Gli anni che precedettero l’approvazione del Piano Regolatore Generale del 1968

elaborato dagli architetti Todros e Mantelli di Torino

 

Per capire quali furono quegli  esiti, che ancora oggi segnano la storia della città di Novi Ligure, occorre fare un passo indietro e precisamente agli anni in cui il piano regolatore era in gestazione.

Per la precisione dovremo vedere ciò che accadde a Novi tra il 22 marzo 1961, data in cui  Novi Ligure venne inserita in un elenco dei Comuni obbligati a dotarsi, a norma della legge urbanistica n.° 1150 del 17 agosto 1942, di un piano regolatore, e il 18 marzo 1971, quando il Consiglio Comunale approvò il “Piano Regolatore Generale” redatto dagli architetti Todros e Mantelli di Torino, precedentemente  adottato con delibera consigliare  n.° 12 del 14 febbraio 1968 dall’Amministrazione guidata dall’allora sindaco Armando Pagella sostenuto da una maggioranza di sinistra.

Gli anni della “febbre del mattone

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In quegli anni, dieci per la precisazione, Novi fu lasciata completamente in mano alla speculazione edilizia più selvaggia, perché, per parafrasare il famoso appello degli ambasciatori saguntini (2° guerra punica, 219 a.C.),  “Mentre in Consiglio si discuteva, in città si elevavano torri”. Non venne infatti posta dall’Amministrazione comunale  nessuna norma di salvaguardia per bloccare la “corsa al mattone” che in quegli anni  si scatenò tra i proprietari delle aree fabbricabili e degli speculatori presi dal panico di incappare nelle future restrizioni previste dal nuovo P.R.G. in gestazione e per poter sfruttare sino all’ultimo le regole del vetusto e permissivo Regolamento edilizio ancora in funzione risalente al 1957, quando sindaco della città era ancora Carlo Acquistapace.

 

Tra il 1961 e il 1971 infatti vennero erette opprimenti costruzioni come il condominio “Casella” (di fronte alla ex Piazza del maneggio) e furono inferte indelebili ferite al centro storico con la realizzazione dell’enorme complesso di Largo Valentina in via Paolo Giacometti.

 

Solo tra il 1961 e il 1963 furono edificati 1.737.296 metri cubi di nuovi fabbricati pari a 25.508 vani, incidenti su una superficie cementificata di 69.795 metri quadrati. In quegli anni fu costruito “di tutto e di più”, con studi tecnici che, presi dalla “febbre del mattone”,  presentavano elaborati spesso redatti frettolosamente, dai quali scaturirono  gli enormi palazzoni privi di gusto estetico, che ancora oggi  incombono sul viale alberato della Rimembranza, per non parlare di quelli realizzati in viale Aurelio Saffi, dove i rami dei preesistenti platani entravano addirittura dalle finestre, a tal punto che in seguito si dovette procedere all’abbattimento (in corrispondenza della pasticceria Helvetia e del Bar Principe) di quelle piante centenarie.

 

E tutto ciò grazie al fatto che le zone di edilizia economica popolare (le 167) furono previste sui sedimi agricoli ubicati nelle estreme propaggini cittadine, in nome di un risparmio  sull’acquisto di tali aree, dimenticando però che per urbanizzare quei lontani siti occorreva portarvi fognature, luce, gas, acqua e soprattutto strade e servizi (come cita lo stesso Inverardi nel suo articolo parlando della Zucca), con grande dispendio di denaro pubblico. Quindi se da una parte (quella dei privati che in cooperativa si costruirono le loro abitazioni) c’era il risparmio, dall’altra  (quella più generale delle casse comunali) c’erano invece i nuovi e certamente più alti costi per l’urbanizzazione di quei siti fino ad allora agricoli.  Ovvero quelli di “urbanizzazione primaria e secondaria di aree da rendere idonee alla civile abitazione”. Costi destinati a lievitare nel tempo perché tali nuove opere avrebbero avuto la successiva necessità della continua manutenzione.

Ma, in considerazione che a quei tempi la prima fascia urbana di più appetibile interesse residenziale, e cioè quella a ridosso del centro storico, già considerata edificabile dal piano di fabbricazione del 1957, era ancora “vergine” dal punto di vista degli insediamenti (lì le case a quei tempi si contavano sulle punte delle dita), perché dunque non allocare lì la 167, sia pur pagando prezzi più alti per gli espropri dei sedimi ma  risparmiando sui costi ben più alti dell’urbanizzazione primaria e secondaria prima citata e dei susseguenti oneri di manutenzione?

Perché invece mandare a vivere centinaia di famiglie lontano dall’originario nucleo abitativo ed identitario della città in quelle che poi sarebbero diventate le anonime periferie cittadine?

Eppure un esempio virtuoso di allocamento di case a destinazione popolare su quella prima fascia urbana vi fu e direi con esiti positivi:  si realizzò, con il tempo, una equilibrata coesistenza tra alloggi costruiti con l’edilizia sovvenzionata e alloggi di pregio. Mi riferisco alle case realizzate negli anni’60 con il ” Piano Fanfani”  nell’ex piazza d’armi, sita al termine di viale della Rimembranza, ove oggi sorge la caserma dei Carabinieri, la sede dell’Asl 22 e  l’asse viario di via Papa Giovanni XXIII. Lì vennero erette le case per i ferrovieri, per i dipendenti dell’Ilva, per i dipendenti del Comune ed oggi sono bene inserite in un contesto urbano, in cui sono presenti anche altre tipologie di costruzioni a scopo residenziale, venendo così a creare un bel quartiere, sociologicamente equilibrato tra i vari ceti, gravitante attorno alla chiesa dei Frati e facente da cerniera con l’allora staccato borgo Crimea, dove esistevano i villini periferici e gli orti verso l’ippodromo.

 

Gli esiti di quella politica urbanistica

 

La scelta di spingere contemporaneamente questi nuclei famigliari, per la maggior parte formati da giovani coppie, nelle succitate zone agricole periferiche acquisite per la 167, produsse invece tre esiti estremamente negativi: il primo sotto il profilo urbanistico, il secondo sotto il profilo  economico e  il terzo sotto quello sociologico.

 

  • Sotto il profilo urbanistico infatti l’avere portato gli insediamenti per la 167 nelle estreme aree di espansione della città, favorì sostanzialmente la speculazione edilizia, perché i sedimi ricadenti nella prima fascia urbana (quella a ridosso del centro storico), detenuti da alcuni grossi operatori immobiliari e imprenditori edili, aumentarono enormemente di valore, in quanto divennero di ancor più “appetibile interesse residenziale” poiché su questa  prima fascia urbana, soprattutto sui terreni allocati al di là della linea ferroviaria “Torino-Genova”,ora ancor più valorizzati dal passaggio delle opere di urbanizzazione primaria destinate alle aree periferiche della 167, vennero costruiti alloggi allora ritenuti di pregio.
  • Sotto l’aspetto economico le ricadute per la comunità si dimostrarono ben presto molto pesanti, perché l’espansione urbana (per giustificare la quale il nuovo P.R.G. fu parametrato dai suoi progettisti sulla previsione di una città di 68 mila abitanti) verso le periferie, comportò un notevole impegno finanziario per le opere di urbanizzazione e una lievitazione dei costi di manutenzione della città e soprattutto nacque l’urgente necessità di realizzare sia una nuova rete idrica e fognaria, nonché una rete di trasporto urbano per garantire la mobilità ad una popolazione distribuita su un’area sempre più vasta. A fronte di tutto ciò i privati, ovvero i possessori di grandi aree edificabili, trassero dalla maldestra operazione mirata ad allocare la 167 nelle aree periferiche, grandi vantaggi, perché videro aumentare di valore i loro terreni ricadenti nella prima fascia urbana, ora, come sopra citato, ancor più valorizzata grazie al passaggio su di essa delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria tracciate e realizzate a servizio della 167.
  • Sotto l’aspetto sociologico il centro storico cadde in mano agli immigrati (l’allora “popolo delle valigie di cartone”) che andarono ad occupare gli alloggi lasciati abbandonati dagli originari nuclei famigliari, che, con la chimera dell’appartamento “nuovo e moderno”,  furono spinti a trasferirsi, in una sorta di migrazione interna, nella 167,  la quale venne così  abitata in maggior numero da giovani coppie, il cui reddito proveniva in gran parte dal lavoro dipendente (ILVA, Ferrovie, Industria) ed anche da qualche piccolo artigiano. Ciò creò nel tempo un invecchiamento collettivo e contestuale di una intera area della città, con le comprensibili ricadute psicologiche sui singoli soggetti. Nella fascia intermedia (già citata) si insediò invece la classe media,  ovvero il ceto borghese, gli studi dei professionisti e in genere il terziario. E fu proprio lì, Viale della Rimembranza, Viale Aurelio Saffi, via Giuseppe Garibaldi, via Felice Cavallotti, via dei Mille, via Giuseppe Verdi, Corso Italia, per non parlare di via Monte Sabotino, dove, soffocate dai grandi palazzoni eretti negli anni della febbre del mattone, vi sono ancora le costruzioni rurali che un tempo punteggiavano questa zona esterna al concentrico cittadino, e di via Giovanni Amendola, che si sviluppò quella speculazione urbanistica prima citata la quale favorì i pochi (“gli speculatori delle grosse aree fabbricabili”)  penalizzando i molti (i cittadini che oggi si trovano a dover, con le tasse, mantenere una città enormemente dilatata in proporzione alla popolazione residente).

 

Con ciò fu realizzata da una amministrazione di Sinistra una città a forte  stampo classista 

Scelte politiche: a favore dei molti o dei pochi?

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Per riassumere:

  • Non sarebbe forse stato meglio allocare le zone 167 nella prima fascia urbana, a ridosso del centro storico, invece di mandare centinaia di famiglie a vivere ai bordi della città?

 

  • Non sarebbe forse stato “più di Sinistra” favorire queste persone che, continuando a  vivere a contatto del centro storico, avrebbero potuto mantenere accesa la novesità della città?

 

Se si fosse optato per questa scelta, gli operai dell’ILVA, i  ferrovieri, i novesi insomma, non sarebbero andati a vivere in periferia ma sarebbero rimasti sempre e comunque vicini al concentrico cittadino nel quale avevano le loro radici e la città non si sarebbe snaturata.

 

Quando i poteri forti la fanno da padrone

 

Invece no!!! In quella prima fascia a ridosso del centro storico andarono ad abitare i “sciuri”, la classe media, i borghesi insomma, in palazzi che se negli anni ’60 e ’70 erano pretenziosi, oggigiorno appaiono come funesti monumenti ad una urbanizzazione sradicata dal territorio e dalla cultura locale.

 

 

 

 

Conclusioni

Su questo sito a puntate proseguiremo a pubblicare la storia, senza censure, del piano regolatore di Novi, citando le delibere e il personale politico che in questa vicenda furono protagonisti. Il tutto comunque per chi volesse prenderne atto, è già contenuto in un volumetto, edito da l’inchiostro fresco a firma di Gian Battista Cassulo, titolato “Il tramonto della vecchia Novi: breve storia di un piano regolatore stretto tra spinte speculative e false illusioni”, conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, la Biblioteca di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Genova e la Biblioteca Nazionale sempre di Genova.

 

A tutti i lettori un appuntamento per le prossime puntate “mattone dopo mattone”

 

 

Questa rubrica  è curata da Mattia Nesto

Questa rubrica è curata a quattro mani da Gian Battista Cassulo e Mattia Nesto
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