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UN RIFERIMENTO STORICO E UN SEMPLICE AVVERTIMENTO PER L’OGGI

LA “VIA ITALIANA AL SOCIALISMO”

Alcuni commenti apparsi a corredo di interventi pubblicati sul blog: http://sinistrainparlamento.blogspot.it hanno recuperato, per criticarlo anche aspramente, il concetto di “via italiana al socialismo” di togliattiana memoria.

Spunti critici che, per certi versi, possono essere considerati come impropri ma che hanno stimolato comunque  una breve ricerca sull’argomento al fine di puntualizzare al meglio (per quanto possibile) quel concetto collegandolo alla fase storica nel corso della quale ebbe forza e cittadinanza politica.

E’ possibile, quindi, far datare la nozione di “via italiana” al socialismo nell’immediato “dopo i fatti d’Ungheria (1956)” consegnandone la compiutezza dell’elaborazione prima all’intervista di Togliatti alla rivista “Nuovi Argomenti” (dove si parla di “policentrismo” rispetto al quadro complessivo dei partiti comunisti) e, successivamente, alla relazione tenuta dallo stesso segretario del PCI nell’VIII congresso, svoltosi a Roma.

Sicuramente nell’elaborazione togliattiana l’idea della “via italiana al socialismo” era già interna all’idea del “riconoscimento nazionale” del partito insita nella svolta di Salerno del 1944, quella del “partito nuovo” e anche frutto di elaborazioni successive della linea dei “fronti popolari” varata dal VII congresso dell’Internazionale Comunista del 1935.

Si può, comunque, affermare che proprio il “compimento” dell’elaborazione della “via italiana” al socialismo rappresentò la vera e propria “risposta” del Partito Comunista Italiano al processo di destalinizzazione avviato , in quello stesso 1956, con il XX congresso del PCUS: non per questo, però, si può parlare di una “allentamento” nel legame tra URSS e PCI, piuttosto di una importante “distinzione” di ruolo, compiti, struttura.

La relazione di Togliatti svolta all’VIII congresso conteneva, comunque, elementi tali da consentire all’elaborazione di tutto il Partito di compiere un importante passo in avanti.

Non ci si limitava, infatti, ad assumere un carattere di “via nazionale” ma ci si collegava maggiormente alla trasformazioni storiche avvenute nel mondo: proponendo proprio quelle trasformazioni storiche come base per la sua attuazione.

Soprattutto Togliatti cercò di definire la “via italiana” come strategia e non come tattica.

Non si individuavano più i classici “obiettivi intermedi”, rivolti ad accumulare forze per una futura rottura rivoluzionaria, ma “riforme di struttura” intese quali conquiste permanenti: in sostanza una concretizzazione delle “casematte” gramsciane prefiguranti una prospettiva socialista, prodotte da esperienze di lotta dal basso e introdotte nell’ordinamento facendo leva sui principi più avanzati della Costituzione Repubblicana.

In questo modo si cercava di stabilire un confine piuttosto netto rispetto al parlamentarismo socialdemocratico (Ingrao scrisse di apertura di una fase già di transizione) e insieme combatteva l’attesa dell’ora X.

La rivoluzione era così individuata come un processo, che a un certo punto poteva e doveva  tradursi nella conquista del potere statale e nella sua gestione democratica, proprio in quanto già sorretta soggettivamente e oggettivamente nella società.

A questo modo però il problema non risultava certo risolto, ma soltanto spostato.

Rimaneva, infatti, aperto l’interrogativo di fondo dell’apertura di una crisi di sistema e della configurazione di una idea di “salto” nell’organizzazione di un nuovo principio ordinatore.

Togliatti e la maggioranza del PCI non potevano, in quel momento, offrire una risposta, perché questa (come ricorda Lucio Magri nel suo “Sarto di Ulm”) poteva prendere corpo soltanto in rapporto alla situazione concreta nella quale l’interrogativo si ponesse.

In quel momento, in Italia e in Occidente, tale situazione appariva ben lontana e il PCI poteva camminare soltanto camminare sul filo sottile (tracciato proprio dall’idea della “via italiana al socialismo”) tra riformismo gradualista e rivoluzione socialista.

La debolezza maggiore, però, nell’elaborazione teorica della “via italiana al socialismo” stava, però, nell’insufficienza di analisi al riguardo di ciò che stava cambiando, già in quel momento,  nella società occidentale non prevedendone l’evoluzione e non stimolando una adeguata ricerca per fronteggiarla e per utilizzarne le relative contraddizioni che pure sarebbero sorte.

Togliatti, fin dall’VIII congresso, seppe distinguere  (a differenza, ad esempio, del PCF) tra gli stereotipi della propaganda che disegnava un capitalismo ormai putrescente e il riconoscimento – invece – dei mutamenti che stavano avvenendo nella tecnologia e nell’organizzazione del lavoro in fabbrica.

In questo senso non ci si poteva fermare all’aggiornamento delle piattaforme rivendicative, intese, quasi come il punto d’appoggio di una mitica “spallata” ma mancava, in quel portato teorico – politico – l’idea di una alternativa di società adeguata al livello di scontro in atto in “questa” parte del mondo.

Prevaleva comunque l’immagine di un capitalismo monopolistico chiuso in se stesso: un’immagine che non prefigurava la forza e la direzione verso cui ci si stava avviando, non vedendo così i sommovimenti sociali e culturali che pure si annunciavano.

In quel modo si finiva con l’affidare tutto  allo schema delle relazione politiche, alle “alleanze”, al gioco parlamentare: si può ben affermare che il limite presente nella “via italiana al socialismo” fu quello del politicismo, del delineare cioè un grande orizzonte strategico e di ridurlo nella sua applicazione concreta al piano tattico.

Lo stesso limite che incontrò, qualche anno dopo, l’elaborazione del “compromesso storico” portata avanti da Enrico Berlinguer: una visione di grande respiro (pur criticabile dal punto di vista delle scaturigini e delle capacità di previsione della fase) ridotta poi a un riduttivo schema parlamentare rivelatosi di cortissimo respiro.

L’elemento di continuità tra “via italiana al socialismo” e “compromesso storico” può ben essere individuata nel delinearsi della stessa visione riformistica “avanzata”: le riforme di struttura nell’ipotesi togliattiana e, addirittura, gli “elementi di socialismo” in quella berlingueriana. Non individuando però, in entrambi i casi, i termini concreti della “rottura” possibile.

Il “compromesso storico” non resse pur avendo il PCI raccolto il frutto di quei sommovimenti sociali e culturali che la “via italiana al socialismo” non aveva saputo individuare stretta tra il timore di una frattura definitiva con l’URSS ( il rapporto con i sovietici poi sarebbe stata sottoposto con Praga’68 a una prova determinante) e una visione miopie della nuova conflittualità sociale, di una mancata visione dell’irrompere sulla scena dei nuovi protagonisti, dal Luglio ’60, all’unità sindacale già presente e matura fin dagli anni del “controboom” (1964-66) fino al ’68.

Riprendo ancora Lucio Magri: Togliatti e Berlinguer si mossero, ovviamente in tempi diversi, al contrario dello sforzo che, pur ridotto in carcere, seppe compiere Gramsci in Americanismo e Fordismo: azzardare l’anticipazione per non lasciare lo scontro politico riservato a una battaglia tra apparenti conservatori e apparenti rinnovatori chiusi però tutti dentro allo stesso recinto “storico”.

Una ricostruzione che vale anche per noi nell’attualità perché ci richiama bruscamente alla necessità di un aggiornamento dell’analisi e all’assunzione di conseguenti decisioni e iniziative politiche.

Pesa però nell’oggi l’assenza di un “luogo politico”, di una soggettività provvista di autonomia e d’identità: senza di quella, fuori da un riferimento politico complessivo sarà difficile essere all’altezza non solo dei compiti ma delle stesse opportunità storiche che pure si stanno presentando sulla nostra strada.

Franco Astengo
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