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I dubbi sulle riforme delle imposte italiane

L’I.P.I. un Imposta Patrimoniale Immobiliare

carmelo balbi Una parte dell’opinione pubblica, sicuramente maggioritaria nel Paese, continua a chiedersi, con ragionevolezza, con quali consistenti risorse il Governo possa affrontare le nostre grandi esigenze finanziarie, molte per fare fronte agli impegni derivanti dagli accordi internazionali, altre, forse le più consistenti, per garantire copertura ai numerosi provvedimenti di spesa ritenuti necessari per investimenti in grado di garantire, alla fin fine, un rilancio stabile dell’economia e un graduale rientro da un debito pubblico diventato abissale e opprimente.

Altra parte della stordita opinione pubblica, compresa, non vi sono dubbi di sorta, una quota, minoritaria, ma assai influente, di popolazione detentrice di una fetta sproporzionata della ricchezza nazionale, che si avvale tra l’altro dell’incessante attività di plagio-di-massa di quasi tutti i mezzi di comunicazione, dimostra una netta preferenza per Governi che riescano appena a galleggiare, sia pure nel mare agitato delle tante povertà, senza assumere iniziative di politica economica che possano veramente incidere sui privilegi consolidati nel lungo tempo a favore di consorterie di ogni specie.

Al semplicistico tentativo di anteporre ad una schematica disamina di un ipotetico intervento straordinario sul nostro sistema fiscale una valutazione, per altro confortata da serie indagini demoscopiche, sulla capacità di capire di ampie fasce della popolazione i complessi risvolti della grave attuale congiuntura economica, si deve riconoscere la fondatezza di vecchie teorie che distinguono l’esistenza di una dominante struttura finanziaria ed economia (burattinai) su una sovrastruttura con tante articolazioni apparentemente libere di esprimersi (burattini).

La cultura, in tutte le sue manifestazioni, istituzionali, accademiche e giornalistiche, lo stesso linguaggio, secondo Don Lorenzo Milani, in “una lettera ad una professoressa”, si devono considerare parte rilevante delle manipolata sovrastruttura sociale.

Non sembra estraneo all’essenzialità delle considerazioni in premessa l’orientamento, praticamente immutato degli ultimi Governi, da Berlusconi in poi, che in un momento così difficile per l’economia del nostro Paese, per la stessa tenuta sociale e democratica, hanno lasciato un po’ troppo facilmente da parte, forse per indolenza o trascuratezza, più probabilmente per le resistenze dominanti dei ricchi “burattinai”, un tributo in grado di far affluire alle esangui casse dello Stato un consistente flusso di denaro.

Un tributo che avrebbe tra l’altro il pregio di poter essere disciplinato da una normativa rispettosa del principio Costituzionale di progressività tributaria dei singoli prelievi o, sulla questione si è sempre dibattuto in dottrina, del sistema complessivo.

Succede, nella nostra politica, come per una tribù di Beduini del Sahara, spintasi troppo in profondità nel deserto alla ricerca di un’Oasi, forse inesistente, sprecasse decisive energie nel tentare un improbabile ritrovamento della sorgente d’acqua, trascurando il tentativo immediato di scavare in profondità un pozzo alla ricerca di acqua che in quelle lande sabbiose è normalmente rintracciabile in una ragnatela di rivoli che portano la vita ad organismi che si celano al calore della superficie.

Effettivamente si è sempre parlato di patrimoniale, anche come tributo che, in un assetto di imposte personali (irpef – irpeg) onnicomprensive di tutti i redditi imputabili ai soggetti persone fisiche e persone giuridiche, avesse la funzione di operare la così detta discriminazione qualitativa dei redditi stessi.

E’ bene aver chiaro il perché di questa esigenza, che nella Riforma Visentini del 1971 aveva trovato una qualche soluzione nell’introduzione dell’abrogata Ilor. Facile capire che un conto è godere di un reddito da lavoro dipendente od autonomo che richiede l’applicazione, spesso il sacrificio e la fatica, con il possesso senza alcun dispendio di energie ed ansia di redditi prodotti da capitali di varia entità e natura impiegati nei modi consentiti dalle leggi, magari con l’interposizione di soggetti spesso parabancari atti a consentire l’anonimato dei capitali stessi ed operazioni di trasferimento incrociato sui quali si sta applicando, per esempio, la Magistratura Genovese.

Istituire un’imposta rapportata al patrimonio complessivo, mobiliare ed immobiliare dei soggetti aventi domicilio nel territorio nazionale sembra allo stato impossibile per diverse ragioni che esulano dalla più limitata finalità della disamina.

Quello che sembra ragionevole prevedere, per esempio a decorrere dal 2015, è l’introduzione nel nostro sistema tributario di una imposta patrimoniale sugli immobili che abbia carattere di progressività, che sostituisca l’ IMU abolendola, che assicuri un gettito abbastanza elevato, che abbia modalità di riscossione a carico dello Stato, che consenta di alimentare un fondo a favore delle Regioni e degli Enti Locali ( in via di confusa e problematica trasformazione), secondo un meccanismo che tenga conto delle loro primarie esigenze.

La sostanziale innovazione, trascurando taluni aspetti organizzativi del prelievo e un sostanziale disimpegno dei Comuni nella fase di determinazione delle fasce di reddito e delle aliquote da applicare, consisterebbe nell’introdurre l’ IPI = imposta patrimoniale sugli immobili con l’abolizione, già scritto, della IMU e, tenendo conto del suo gettito nazionale, probabilmente anche della TASI.

La normativa IPI potrebbe risolvere in radice il problema di escludere (non esentare che sa tanto di elemosinare) dalla imposizione gli immobili sparsi su tutto il territorio nazionale ed utilizzati come prima casa o casa residenziale fissando una prima fascia di potenziale imponibile immobiliare aggiornato tendenzialmente al valore reale compresi i terreni fabbricabili e stabilendo che per quella fascia l’aliquota sia uguale a zero (indipendentemente perciò che si tratti di casa residenziale ) .

Superato quel valore limite (definibile dell’esonero), da stabilire con la lodevole volontà di considerare i valori attuali delle case popolari, l’imponibile, ovunque si trovino gli immobili, rientrerebbe in una seconda fascia incisa da una prima aliquota da fissare, come le successive per scaglioni di reddito, in progressione lenta sulla base di attendibili simulazioni regionali e nazionali.

Il gettito che si otterrebbe dalla imposta IPI, concepita sostanzialmente come le imposte personali in vigore dal 1974, con riferimento a tutti gli immobili o alle quote immobiliari che persone fisiche, associazioni e persone giuridiche detengono in ogni parte del territorio nazionale, con aliquote crescenti, sia pure lentamente, secondo scaglioni di reddito da determinare, dovrebbe risultare molto più elevato di quello, per esempio IMU 2012 e tale comunque da soddisfare le elevate esigenze del sistema.

Il reddito degli immobili, avendo subito l’incisivo prelievo dell’IPI verrebbe escluso dal reddito imponibile soggetto alle due imposte personali: IRPEF e IRPEG

anch’esse progressive.

Un ragionamento particolare andrebbe fatto per gli immobili della Chiesa Cattolica e per quelli delle altre Confessioni Religiose ammesse in Italia.

Basti qui ammettere che siano meritevoli di un particolare trattamento di favore (esonero) gli immobili dove si svolge una attività di sostegno alla povertà e alla sofferenza in uno spirito di sussidiarietà e di complementarietà rispetto alle organizzazioni pubbliche. Nulla quaestio per quanto concerne gli immobili adibiti al culto.

Con una patrimoniale della quale, si deve ammettere, sia anche prevista una doverosa protezione per le categorie imprenditoriali, comprese le artigianali, in gravi difficoltà, si realizzerebbe tra l’altro una notevole semplificazione burocratica sia nella fase di applicazione del tributo che in quella della riscossione, secondo procedure assai semplificate nella fase di esproprio a carico dei soggetti inadempienti.

Ai Comuni il compito di impostare meglio la nuova IUC mettendo in campo le sua organizzazione, comunque ridotta a seguito del blocco del turn over, per la individuazione dei cespiti sottratti a imposizione e per una sempre più razionale applicazione della Tari cioè della tassa sulla raccolta e sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

Rimanendo sempre da definire, anche alla luce degli esiti della patrimoniale e della ripartizione ai Comuni del relativo gettito, l’assetto dell’altro nuovo tributo: la Tasi, quella che presenta allo stesso tempo profili di tassa, cioè di imposizione richiesta a fronte di servizi divisibili, ed altri di imposta perché il legislatore pone a carico dei contribuenti – proprietario e inquilino- con riguardo a servizi di cui sembra improbabile stabilire un rispettivo grado di utilizzazione.

Un’ultima considerazione merita la circostanza di non poco conto che l’introduzione di una IPI a fasce di valori immobiliari, con l’esonero di una prima di esse da stabilire sulla base dei una simulazione che al momento potrebbe fare riferimento ai quadri A e B dei ben noti modelli 730-740-750, assumendo i valori aggiornati con i criteri sin’ora in uso, rappresenta, non vi è dubbio, un ritorno alla centralità della procedura di prelievo tanto osteggiata da ben note teorie favorevoli comunque ad un decentramento di autonomia impositiva verso gli Enti Locali.

Naturalmente una imposta patrimoniale sugli immobili potrebbe essere articolata sulla autonoma attività impositiva dei Comuni, ma solo quella elaborata a livello centrale può includere in un unico tributo, in capo ad uno stesso contribuente, immobili potenzialmente sparsi sul territorio nazionale e applicare all’ammontare del valore complessivo il meccanismo delle fasce di progressività lenta.

Altro problema di una certa difficoltà sarebbe quello di attribuire a ciascun Comune la quota d’imposta sostitutiva delle attribuzioni Irpef ed Irpeg secondo regole precise da stabilire con il concorso dell’Anci, Città metropolitane e altri soggetti meglio visti, in relazione agli sviluppi incerti della misteriosa soppressione delle Provincie.

Si tratterebbe di una operazione non facile, considerato il limitato periodo di tempo a disposizione per intervenire legislativamente, per esempio a partire dal 2015.

La proposta di una patrimoniale sugli immobili ha la sua ragione d’essere per tutti i motivi di cui si è sommariamente trattato, primo tra essi quello di far partecipare ad un rilancio dell’economia attraverso investimenti pubblici mirati una consistente parte della grande ricchezza e quello di salvaguardare il potere di acquisto dei ceti più deboli della popolazione diminuendo il prelievo fiscale IPI su una prima fascia di rispetto sufficientemente adeguata a tale scopo.

Non sembra però realistico attendersi che il Governo Renzi prenda in considerazione soluzioni che andrebbero ad urtare gli interessi della la ricca e media borghesia, cioè del ceto che governa l’Italia, qualunque siano state le formule adottate, da lungo tempo.

 25/agosto/2014

 Dott. Carmelo Balbi  

Dott. Carmelo Balbi
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