Home | Appennino | Prigionieri in terra straniera

L’inchiostro fresco sta dalla parte dei marò

Prigionieri in terra straniera

 

L’antefatto

Quando il 3 febbraio 1998, nel pieno delle settimane bianche, in un periodo in cui si andava ancora a sciare perché tutto sommato con le lire in tasca si stava abbastanza bene, due aerei statunitensi di stanza ad Aviano (vedere http://www.inchiostrofresco.it/blog/2014/02/19/e-ingiustizia-e-fatta/ ) ,  facendo i loro “war games”, passando al di sotto della funivia del Cermis, tranciarono di netto i cavi di traino facendo precipitare la cabinovia con il suo carico di sciatori nel baratro. I morti furono venti e l’allora Presidente Bill Clinton si scusò con il nostro Presidente Oscar Luigi Scalfaro per “l’incidente”.

Avete mai saputo voi che ci state leggendo, i nomi dei due piloti nordamericani? Sono stati processati? E il nostro Presidente, Oscar Luigi Scalfaro, onnipresente nella difesa della Costituzione ai tempi di Berlusconi, lo avete mai sentito con lo stesso ardore rivolgersi all’illustre “collega” a stelle e strisce, per chiedere la consegna ai nostri Carabinieri dei responsabili di quel disastro? E Oscar Luigi Scalfaro non avendo avuto assicurazioni in tal senso, non ha ritirato il passaporto all’ambasciatore americano per tenerlo in ostaggio sino a quando Clinton non si fosse deciso a consegnarci gli “allegri Top Gun”,  così come ai tempi d’oggi l’India ha fatto nei nostri confronti per la nota vicenda dei due marò?

Nulla di tutto questo!

 

La vicenda dei due marò Immagine-fiocco-marina

Ma veniamo al nostro tema, a quello della vicenda dei due marò, e precisamente al  19 febbraio del 2012, quando, e non sappiamo ancora chi, un “intelligentone” che forse i libri di Diritto Pubblico Internazionale li conosce solo per sentito dire, ha ordinato alla petroliera sulla quale erano imbarcati, a protezione della nave stessa, i nostri due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, rei di avere colpito due pescatori che all’altolà di rito non aveva fermato la corsa del loro peschereccio che si stava dirigendo a tutta forza contro le fiancate della petroliera Enrica Lexie, battente bandiera italiana.

La nave stava navigando in un mare infestato da pirati che con barchini kamikaze effettuavano incursioni contro i cargo ed era per tale motivo che tutte le navi di lì transitanti avevano a bordo delle unità armate a loro difesa.

I militari a bordo seguivano il loro codice di comportamento che è sempre uguale per ogni esercito, per ogni bandiera e in ogni epoca.

 

Vita da sentinella

Una sentinella molto speciale. Gian Battista Cassulo ai tempi di Col Fiorito

Una sentinella molto speciale. Gian Battista Cassulo ai tempi di Col Fiorito

Quando svolgevo il servizio militare nel 1968 alla Sausa di Foligno (Scuola Allievi Ufficiali e Sottoufficiali di Complemento) il cui motto era: “Educo, addestro, per la Patria tempro” andavamo di guardia a Col Fiorito. Era questa una polveriera semi-nascosta nelle montagne umbre, i cui camminamenti erano frazionati su segmenti alternati con sentinelle e cani lupo, appositamente addestrati a riconoscere il grigioverde delle nostre divise e a non abbaiare, ma se solo si fosse avvicinato un civile, erano cavoli amari!.

Di quel periodo mi ricordo il freddo boia: un freddo che come a Col Fiorito non l’ho mai preso! Il bavero rialzato, l’elmetto che, per difendermi dal gelo, lo avevo imbottito con delle calze pesanti e il viso era protetto da un passamontagna di lana d’ordinanza non consigliabile a chi ha le pelle delicata, a tracolla la maschera anti-gas a sinistra e la borraccia a destra, sul cinturone le cartucce e la fondina della baionetta, innestata sul mio Winchester che aveva fatto la guerra di Korea. Così imbacuccato andavo avanti e indietro sul mio camminamento, sicuro che se qualcuno mi avesse aggredito alle spalle non me ne sarei neppure accorto, salutando all’estremo nord del mio percorso di guardia, il cane Break e all’estremo sud il cane Gringo, ambedue uguali, ambedue per niente simpatici, come invece il più casalingo Rex. Ogni tanto si sentiva un rumore e allora avevamo a disposizione una cellula fotoelettrica da puntarla verso il luogo da cui sembrava giungere  il “pericolo”. Spesso questo “pericolo” era composto da una coppia non di invasori ma più semplicemente di due innamorati in cerca di intimità e allora noi il faro lo puntavamo, per delicatezza, verso le stelle. coccarda per i marò

Ma la consegna per noi Allievi di complemento, era quella di impedire l’accesso a chiunque all’interno dell’area militare e il nostro comportamento doveva seguire un codice ben preciso: all’individuazione di un potenziale pericolo occorreva gridare: “Altolà chi va là?”. Se il potenziale aggressore continuava ad avanzare, la seconda intimazione era: “Fermo o sparo!”,  imbracciando l’arma e puntandola pronta a fare fuoco. Nella malparata situazione che le due precedenti intimazioni non avessero sortito effetto, si esplodeva un colpo in aria e poi si mirava.

Se la sentinella non si atteneva scrupolosamente a questo codice e permetteva l’invasione dell’area militare, se non soppressa dal nemico stesso, veniva processata dalla Corte Marziale.

Cosa hanno fatto di grave i due marò?

I due marò altro non hanno fatto, nel difendere la petroliera sotto la loro protezione, che attenersi a questo codice di ingaggio, e qual è stata la loro sorte?

L’essere stati consegnati alle autorità di un Paese a loro estraneo e il loro Paese, l’Italia, nella figura del Governo Monti per il tramite del suo Ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, li ha praticamente “dati in pasto” a chi, in nome di un non ben specificato diritto, chiedeva di processarli ma questo processo è da ben tre anni che si tarda a fare!

Una comparazione tra il comportamento dei vari Stati

E allora ci viene spontaneo chiederci: aveva ragione Bill Clinton nel non considerare minimamente l’Italia come uno Stato verso il quale sentirsi in colpa o sono nel giusto, Mario Monti prima, Enrico Letta dopo e ora Matteo Renzi, a continuare a stendere un velo pietoso sulla vicenda  dei  nostri due marò?

I nostri governanti forse temono di perdere nell’India un interlocutore commerciale molto importante, un interlocutore oggi in pole-position (con la multinazionale Mittal) per acquisire addirittura l’Ilva?

Tengo famiglia

Si sa, per noi italiani (e anche per i nostri governanti) il detto: “Tengo famiglia” (“La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: Ho famigliaLeo Longanesi, 26 novembre 1945) è molto più importante di qualsiasi ideale (i fratelli Bandiera, Silvio Pellico, Carlo Pisacane, Cesare Battisti etc. etc. erano sostanzialmente una minoranza, dai molti considerati quasi degli esaltati) ed è per questo che i nostri governanti nella vicenda dei due marò si stanno comportando pavidamente e forse sarà anche per questo che non siamo molto presi in considerazione dagli altri Stati, come appunto l’India ci sta dimostrando.

Ci dispiace per i due marò

Noi de l’inchiostro fresco, ben lungi dal compararci agli eroi del Risorgimento, prima citati, che inseguivano l’allora utopistico sogno di fare dell’Italia uno Stato moderno, ci sentiamo però, sia pure nel nostro piccolo, investiti da un amor patrio autentico e siamo dalla parte dei nostri militari, trattenuti ingiustamente in un Paese straniero, e mai, se fossimo stati nella cosiddetta “stanza dei bottoni”, di nenniana memoria, mai e poi mai avremmo dato l’ordine di farli cadere alla mercé delle autorità indiane, ma li avremmo fatti tornare a casa per potere poi, qui da noi, giustificare il loro operato di fronte ad un tribunale militare italiano.

Amare conclusioni

Sappiamo benissimo che esternando questo nostro sentimento di amor patrio, qualcuno potrebbe additarci come “nazionalisti-fascistoidi”, ma queste accuse non ci fanno né caldo né freddo perché sappiamo bene che potrebbero venire da chi, dal Dopoguerra sino agli anni ‘90,  avrebbe voluto dare in pasto il nostro Paese o ai Soviet o agli Usa (quest’ultimi, quando la DC imperava,  erano sostanzialmente i veri padroni della nostra politica) ed oggi agli estremismi religiosi.

[dropcap]D[/dropcap]a quando i Marò sono prigionieri in India la testata del nostro giornale porta impressa la coccarda del Battaglione San Marco e la toglierà solo quando Massimiliano Latorre e Salvatore Girone torneranno a casa. 

Gian Battista Cassulo e la redazione de l'inchiostro fresco
Gentile utente, ti ricordiamo che puoi manifestare liberamente la tua opinione con un commento all'articolo, che verrà moderato dalla redazione prima della sua pubblicazione. Affinché il tuo contributo possa essere pubblicato, dovrà attenersi alla Policy di utilizzo del sito: evita gli insulti, le accuse senza fondamento e mantieniti in topic.

Commenta l'articolo

Il tuo indirizzo e-mail non sarà pubblicato* Campi obbligatori *

*

Torna ad inizio pagina