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Carmelo Balbi dentro alla politica

Trasformismo in Emilia Romagna

carmelo balbi C’è chi avanza la tesi, fondandola su ampie ed autorevoli ricerche della nostra storia patria, a partire dagli anni venti del secolo scorso, che le popolazioni gioviali e laboriose della prosperosa Regione Emilia Romagna siano antropologicamente inclini ad un trasformismo politico ricorrente.

Per il limitato obiettivo che ci si è prefisso di perseguire è stato largamente sufficiente attingere alla ricchissima storiografia relativa ai periodi del così detto biennio rosso, collocato appena dopo la fine del primo conflitto mondiale, del ventennio fascista e della nostra repubblica democratica scaturita dalle rovine della grande guerra, dalla sconfitta dei regimi totalitari e con il riscatto morale della resistenza militante.

Nel linguaggio parlamentare del Regno d’Italia, il trasformismo indicava una pratica politica che consisteva sostanzialmente nella cooptazione nella maggioranza di elementi della opposizione per esigenze tipicamente utilitaristiche, al limite della positività e correttezza, chiamato anche fregolismo.

Nella politica moderna il termine ha giustamente acquistato una connotazione decisamente negativa essendo attribuito ad azioni chiaramente dettate dal solo scopo di mantenere il potere, sia alla consuetudine di evitare il confronto parlamentare ricorrendo a compromessi, clientelismi, sovente con assoluta incoerenza ideologica o di valori tipica di certi connubi o passaggi da un campo all’altro dell’offerta politica, spesso in aperto contrasto con i programmi e gli orientamenti politici sulla base dei quali i soggetti hanno ottenuto il consenso degli elettori.

Merita menzione l’opinione di Antonio Gramsci, in contrapposizione a quella di Benedetto Croce secondo il quale il trasformismo della classe dirigente non poteva sempre considerarsi un’azione moralmente deplorevole, bensì una dimostrazione di pragmatismo alla ricerca di positive convergenze.

Sul punto,il grande intellettuale napoletano sembra quasi precorrere i tempi e immaginare patti spregiudicati e misteriosi del nostro tempo.

Secondo il filosofo di Ordine Nuovo, fondatore del defunto Giornale l’Unità, invece, gli sconvolgimenti politici, sociali, culturali e storici avvenivano senza il coinvolgimento delle grandi masse popolari, quasi a loro totale insaputa, come strumenti di una così detta “rivoluzione passiva”.

Se questi concetti sviluppati da Antonio Gramsci, indipendentemente dalla sua fede politica, avevano una sicura validità negli anni che precedettero l’avvento al potere di un ex importante Socialista, come Benito Mussolini, si deve ammettere che gli eventi del “biennio rosso”, per esempio in Emilia Romagna, quelli che lo seguirono a brevissima distanza di tempo, dimostrano come il fenomeno trasformistico non riguardò solo una parte consistente della così detta classe dirigente,( industriali, professionisti, militari, magistrati, insegnanti e politici) ma si estese quasi a macchia d’olio a larghi strati popolari della Regione (contadini, mezzadri, operai e reduci senza lavoro, ne arte, ne parte).

Sembra potersi legittimamente sostenere che se quelli che qui sono stati definiti, con una certa approssimazione, strati popolari avessero inteso subito l’inganno e non avessero aderito ai richiami della solita classe dirigente, anzi contrastandone le iniziative, l’operazione trasformistica non avrebbe avuto successo,

Una sequenza banale può sintetizzare in modo approssimativo, ma sicuramente condiviso anche dagli studiosi della storia del periodo, il comportamento prevalente e determinante delle masse Emiliane nel succedersi delle crisi profonde dopo il 1918.

Tutti socialisti passionali e rivoluzionari – Tutti fascisti al seguito di Mussolini – Tutti comunisti e in parte democristiani (secondo il divertente schema di Giovannino Guareschi) dopo la Liberazione.

Diventa storia, si può dire, recente quella che vede i maggiori Partiti della Sinistra, PCI e PSI, all’opposizione di Governi che hanno la democrazia cristiana perno di un sistema neo liberale interclassista con autorevoli partecipazioni di personaggi appartenenti a formazioni diverse.(Liberali, Repubblicani, Socialdemocratici)

Ma in molte regioni d’Italia, tra queste l’Emilia Romagna è considerata la principale roccaforte rossa, i social comunisti detengono il potere locale; nei comuni, nelle provincie, nelle famose cooperative rosse, oggi diventate imprese capitalistiche a tutto tondo, con tendenza ad acquisire partecipazioni in Banche quotate in Borsa (vedi Coop Liguria in Banca o Fondazione Carige SpA – 6%) e a fornire personale a Governi (come quello di Renzi) che per fare cassa sembrano sempre tentati di mettere in discussione pensioni più o meno d’oro, nonché l’art 18 dello Statuto dei Lavoratori ormai ridotto, secondo loro, ad un simbolo da abbattere sull’altare della libertà d’impresa.

Fatto sta che, per rimanere aderenti al tema della antropologica inclinazione, in Emilia Romagna, dove la risultante di tutte le trasformazioni della Sinistra di Governo è, del resto, come ovunque, il Partito Democratico, si è colta l’ennesima occasione per dare una decisiva spinta al fenomeno “renzista” offrendo molto personale per un “PD non più ancorato ai valori qualificanti della sinistra”.

Uno sport non del tutto nuovo si è fatto strada: quello del salto sul carro vincente, certo con una buona dose di determinazione nella caccia febbrile alle cariche, alle prebende, alle carriere che i “poteri forti”, iniziatori e sostenitori dell’avventura del Sindaco di Firenze, sembrano al momento di poter garantire indipendentemente dalla drammatica situazione del Paese e da una politica di annunci ai quali non sembrano poter purtroppo corrispondere risultati.

Certo non può passare l’idea che solo in Emilia Romagna il fenomeno trasformistico abbia trovato terreno fertile, propagandosi attraverso l’adesione di una parte assai consistente della dirigenza politica locale, in attesa di una palingenesi da rottamazione, e, a quanto pare, di una buona fetta della laboriosa popolazione di quelle generose terre della bassa.

Nessuno si sente così temerario da sostenere che, per esempio, la Regione Toscana non abbia dato al Regime Fascista un numero di Gerarchi inferiore a qualsiasi altra regione italiana e che dopo la caduta del regime l’abbraccio alla sinistra non sia stato entusiasticamente favorito da abili affabulatori in gergo e dai larghi consensi popolari.

In verità, si è inteso volgere prioritaria attenzione all’Emilia Romagna per il grande contributo che essa ha dato, nella storia del nostro Paese, prima al Socialismo di ogni tendenza, poi al Cooperativismo anche come forma di sostegno mutualistico alle masse contadine , in seguito al Fascismo e alle violenze contro operai e contadini recalcitranti al Regime, per poi diventare in gran parte rossa sotto le bandiere del Comunismo e di un Socialismo succube al primo.

2 settembre 2014

C. Balbi

Dott. Carmelo Balbi
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