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La nota di "ermeneutica politica" a firma di Franco Astengo

La profondità della corruzione

La notizia dell’indagine per corruzione nei confronti dei vertici dell’ENI presenta almeno due aspetti particolarmente Eni-indagine-Nigeriainquietanti: il primo riguarda l’entità delle cifre chiamate in ballo che denota una posta in gioco di dimensioni difficilmente immaginabili dentro un contesto economico sia pure di grandi dimensioni; il secondo riguarda la zona del mondo dove questa corruzione è avvenuta, una zona del mondo dove la fame attanaglia la gran parte delle persone che vivono condizioni miserrime in presenza di un terrorismo dalla ferocia inaudita , probabilmente alimentato da quegli stessi “governanti” che trattano con i padroni occidentali le cifre spropositate del mantenimento del loro potere assoluto.

Proviamo a esaminare il fenomeno nel profondo, ben al di là dei meccanismi politico – economici funzionali a questo tipo di logica.

L’impatto morale di una vicenda di questa genere appare tale da mettere in discussione il concetto di corruzione affermatosi all’epoca del primissimo sviluppo industriale e mirabilmente riassunto nella “Favola delle Api” di Mandeville: laddove si teorizza il perseguimento dell’interesse personale (anche sotto forma di vizi e di disonestà) quale fondamento della prosperità collettiva.

Il racconto di Mandeville anticipò, a quel tempo la stessa teoria della “mano invisibile” di Adamo Smith, fissando così proprio nella corruzione l’elemento del prevalere del “privato” sulle logiche dell’“universale”, cioè del pubblico.

Da allora la corruzione è stata considerata un fenomeno degenerativo della massificazione della politica: così considerata da autori come Mosca, Pareto, Weber.

L’esistenza e il prosperare della corruzione era così fatta dipendere da elementi di tipo economico, sociale e politico piuttosto che morale.

Gli studi, in questo senso, si sono così rivolti verso l’analisi delle conseguenze di una determinata struttura sociale, e in particolare sulle modalità dei processi decisionali.

Si è così puntato sull’idea che la corruzione dipendesse da elementi strutturali propri di una società o di una cultura politica piuttosto che dalle costanti della natura umana.

Nel tentare di tratteggiare un rapporto diretta tra questione politica e questione morale (su questo argomento ci si è molto soffermati, in Italia, durante la fase definita giornalisticamente di “Tangentopoli”) rilevando come il terreno di coltura del fenomeno (e le difficoltà dell’affrontarlo, in sede politica) derivassero piuttosto dalla difficoltà da parte degli organi istituzionali di inserire dentro un quadro normativo stabilito le crescenti richieste di nuovi attori sociali e/o politici per effetto di un inadeguato livello di rappresentanza (si pensi, tanto per restare al “caso italiano”, all’impossibilità di regolare legislativamente il famoso “conflitto d’interessi”).

D’altro la corruzione ha sempre posto al riparo i gruppi di comando (sempre più stabilizzatisi in una sorta di “ceto” il cui accesso è stato regolato, in tutti i campi, soltanto dal meccanismo della cooptazione dall’alto, in un quadro di staticità rispetto alla mobilità sociale) da minacce al loro grado di sicurezza: la logica di scambio ha rappresentato il punto di assestamento di questa pervicace forma di detenzione del potere.

Scambio realizzato a tutti i livelli tra gli attori economici, sociali, giuridici.

La vastità assunta dal fenomeno, la sua invasività (naturalmente il caso Eni/Nigeria è stato preso a pretesto come emblematico del presentarsi in forme di “nuova degenerazione” dell’elemento generale classificabile come “corruzione) pongono forse in discussione questo concetto relativo al fattore strutturale di una società e di una cultura politica in luogo dell’idea di un atteggiamento costante della natura umana?

Questa sembra essere, di nuovo, la domanda di fondo?

In questo momento non si pone in evidenza una risposta compiuta e la strada della riflessione appare essere            quella da perseguire, cercando da un lato di non ignorare la situazione o dall’altro di sollevare soltanto un’indignazione di tipo moralistico.

Certo è, in conclusione e per porre un primo punto fermo, che non si potrà disgiungere il tema della corruzione da quello della modifica dei rapporti di potere nell’ambito dei processi decisionali.

Insomma: la corruzione come fattore imprescindibile nell’analisi dei meccanismi di funzionamento della democrazia.

Franco Astengo
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