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Una riflessione a denti stretti di una vittima dello sfruttamento da lavoro

L’ottimismo della vita

Mi chiamo Nesto Mattia, ho 25 anni, mi sono laureato in Informazione e Editoria e sono uno sfigato…  Per questo un giorno mi sono presentato all’ L’inchiostro fresco dove uno spietato editore, noto come GB “Er Carogna“, che al posto del cuore ha una pietra, guardandomi negli occhi mi ha detto: “Farò di te un uomo…“. E da quel momento sono iniziati, come recita un film premio Oscar,  i miei personali “12 Anni Schiavo“, scrivendo pezzi di qualsiasi natura, da quelli che riguardano la coltivazione degli ortaggi sino ai resoconti del Consiglio comunale.

Entro in redazione alle sette del mattino, quando ancora fa buio, e ne esco alle ore 19 quando è già buio, per ritornarci poi alle 21, quando è proprio buio, così da predisporre la scaletta dei pezzi e per archiviare le foto per il giorno successivo.

(Per altri dettagli consultare http://www.inchiostrofresco.it/blog/2014/06/10/dopo-12-anni-schiavo-12-mesi-allinchiostro/ )

Sono distrutto, fisicamente e psicologicamente, ma devo dire che il mio editore tutto sommato, sotto quel suo burbero aspetto, è un brav’uomo perché vuol farmi capire che il giornalismo non è un lavoro qualsiasi ma è una missione. Se non ci si crede, non si riesce a far nulla.

 

Ma solo il giornalismo è una missione?

A ben pensarci però anche gli altri lavori sono una missione. Come si fa infatti a fare l’insegnante, il medico, l’avvocato se non si crede in quello che si sta facendo? Come si fa , ad esempio nel caso di un docente, a trasmettere il proprio sapere agli alunni o agli studenti se non si crede fermamente nel proprio lavoro?

Ecco perché ringrazio Er Carogna di aver fatto entrare all’inchiostro, dove la scuola è dura, le soddisfazioni sono tante anche se di pagnotte non ce ne sono… ciò nonostante posso esclamare, rivolgendo le braccia al cielo: “Gianni….(Er Carogna) l’inchiostro fresco è il profumo della vita!!!. Viva l’inchiostro e viva la libertà

MATTIA E IL PROFUMO

Post Scriptum: un ringraziamento ad altre due vittime, la nostra eroica grafica Sara Ponta, ancor più tra le grinfie del paròn, e il nostro martire geometra Umberto Cecchetto, che fa a raccattare da Torriglia e Pozzolo, la pubblicità per far girare le rotative.

 

Una vittima
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1 commento

  1. Gian Battista Cassulo

    Caro Mattia

    Sono GB detto “Er Carogna” e ho letto il tuo pezzo che hai pubblicato qui sopra. Hai detto bene: il lavoro del giornalista non è un lavoro, è una missione.
    Bisogna crederci per farlo perché si deve essere attivi 24 ore su 24. anche quando si è colà ove sudditi e regnati sono tutti uguali perché spesso è proprio lì che vengono le idee migliori.

    Quindi per chi guarda solo al proprio utile, questo lavoro è caldamente da sconsigliare, ma io credo che anche tutti gli altri lavori siano più o meno delle missioni perché non si può vivere una vita facendo un qualcosa che non sia sentito come una passione, a meno che uno non sia schiavo, e qui la parola calza proprio a pennello, della famigerata “catena di montaggio” dalla quale, finalmente, ci hanno liberato i robot, archiviando quella alienazione che faceva sentire l’uomo parte di un ingranaggio e che lo portava ad esplodere in comportamenti non suoi nella vita sociale di tutti i giorni.

    Oggi grazie alla tecnologia siamo fortunatamente tutti più liberi ed anche il nostro mestiere, quello del giornalista, è diventato molto più alla portata di tutti e non solo alle élite intellettuali che sino a non molto tempo fa avevano un facile e privilegiato accesso alle redazioni dei grandi quotidiani.

    Adesso anche chi non appartiene a quella cupola che sovrasta, o vorrebbe sovrastare, ogni società può far sentire la propria voce facendo un giornale di carta oppure on line, proprio come stiamo facendo noi con l’inchiostro.
    Ma bisogna crederci perché, anche se i computer ci aiutano, le difficoltà comunque permangono tanto che a volte mi verrebbe voglia di ritornare al mio piccolo privato.

    Tentennamento subito ricacciato perché che vita sarebbe la mia, la nostra, senza poter esprimere il nostro pensiero, il nostro punto di vista, le nostre critiche?

    Ad onor del vero sappiamo tutti, e tutti ne siamo consapevoli, che un nostro, un mio articolo, non cambierà certo le sorti del mondo.
    Quelle forse sono già scritte e forse sono solo nelle mani di un ristretto numero di persone che, in questa verticalizzazione delle ricchezze dovuta ad una globalizzazione economica e non dei doveri e dei diritti, si sta sempre più pericolosamente assottigliando.

    Però dopo aver scritto un pezzo io credo che tutti noi dell’inchiostro sentiamo di “aver fatto la nostra parte”, di “averlo detto”, di “aver venduto cara la pelle”, e mentre sto scrivendo queste righe, so che un qualcuno, chissà dove, le leggerà, le commenterà, le condividerà o meno, ma sostanzialmente ne parlerà con qualcun’altro e questo è già un qualcosa!!!!! Anzi è molto.

    Ecco, è lì la soddisfazione che si trova nel nostro lavoro. ed è in questa consapevolezza, che deve essere presente anche negli altri lavori – da quello dell’insegnante a quello del medico, da quello del commerciante a quello del muratore, dove ognuno deve “metterci del suo”, sapendo di dover consegnare il proprio operato alla crescita di quell’ambiente dove il destino ci ha portato a vivere – che sta il motore di una società organizzata.

    Vedi Mattia, tu al mattino, da quando arrivi in redazione (e anche quando ci concediamo una pausa caffè) sino a sera, sei sempre sotto pressione, come è sotto pressione Sara, la nostra grafica o il geom. Umberto Cecchetto che si occupa della logistica, per non parlare di Fabio Mazzari che scarpina avanti e indietro per tutto l’Oltregiogo a “raccattare” notizie (e mi fermo qui perché l’elenco di tutti voi che vi occupate dell’inchiostro fresco è lungo), ma quando finiamo e arriviamo a casa sfiniti e magari scrivendo ancora qualcosa, come sto facendo io in questo momento, siamo felici perché ci sentiamo realizzati, perché sentiamo di aver fatto il nostro dovere.

    Una felicità che si concretizza quando vediamo stampare il nostro giornale e, appena sfornato dalla rotativa ancora caldo e fresco d’inchiostro (l’inchiostro fresco), ce lo rigiriamo innumerevoli volte tra le mani, oppure quando adocchiamo qualcuno per strada o all’edicola che lo sta leggendo, o ancora quando andiamo a vedere il nostro sito e constatiamo che il numero dei nostri fans è in crescita.
    Una felicità che fa svanire qualsiasi fatica, qualsiasi malumore, qualsiasi difficoltà!!!!

    Se per lavoro si intende fatica, io posso dirti che nella mia vita NON ho mai lavorato, perché tutti i lavori che ho svolto non mi hanno mai fatto sentire tale peso.
    A volte ho trovato incomprensioni e scontri con i colleghi e i superiori, ma questo è normale quando più persone si ritrovano a collaborare assieme. Ma poi su tutto prevaleva il piacere del fare. E questo è un valore: “il piacere del fare”.

    Oggi mi sembra che questo valore stia scemando e lo si vede nell’atteggiamento della gente che si sta rinchiudendo in un egoistico individualismo che non promette nulla di buono per il nostro futuro, soprattutto quando sopra le nostre teste si stanno sempre più rafforzando ristrette élite dominanti……

    Già perché la crisi che stiamo attraversando, a mio modesto modo di vedere, è tutto fuorché economica. La nostra, io credo, sia in primo luogo una crisi culturale e di valori.

    Una crisi dovuta al fatto che la gente non crede più a nulla e non ha più il ricordo della propria identità. Un ricordo che portava la gente a sognare nuove realtà, a rincorrere nuove frontiere che a volte si conquistavano e allora scattava quel balzo in avanti verso una società migliore.

    Mattia ritieniti dunque fortunato di vivere a “pane e cipolla” perché non c’è nessuna moneta che può ripagarti della libertà che ti regala l’inchiostro fresco e che tutti noi respiriamo quando al mattino presto entriamo nella nostra sia pur piccola redazione!!!

    Un abbraccio da
    Gian Battista Cassulo
    detto “Er Carogna”

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