Home | Gente dal mondo | VERSO IL REGIME

LA “BAGARRE” PER LE CANDIDATURE ALLE PRIMARIE DEL PD PER LA REGIONE LIGURIA OFFRE UNO SPACCATO MOLTO SIGNIFICATIVO: DI QUALE SOGGETTO SI TRATTA, TRA PARTITO PERSONALE E INDIVIDUALISMO COMPETITIVO?

VERSO IL REGIME

Non è il caso di descrivere nel dettaglio della  “querelle” sviluppatasi attorno alle candidature per le primarie del PD in Liguria tra autocandidature di assessori uscenti lanciate ormai da molti mesi, ritiri improvvisi (con veleni), tentazioni di segretari, uscita di scena (?) di Ministri, l’entrata a gamba tesa di esponenti di Forza Italia a sostegno di una delle candidature in ballo.

E’ il caso, invece, di assumere ciò che si sta verificando in una piccola Regione dove il PD sta esercitando da molti anni un potere egemonico, senza opposizione né da sinistra, né da destra con un sistema di “entente cordiale” trasversale sul modello, com’è già capitato di scrivere, della maggiore banca della Liguria, la CARIGE oggi al centro di un clamoroso scandalo.

Modello definibile : ce n’è per tutti, magari per alcuni poco ma ce n’è per tutti. renzimussolini

Così si è cementificato il territorio (con gli esiti che la regolare periodicità dei disastri alluvionali sta a dimostrare), costruiti tanti porticcioli, fatto salire un enorme deficit nella sanità (una sanità che offre sempre meno ai cittadini liguri) distrutto il sistema dei trasporti (ferrovie con gli scambi che non funzionano per il freddo a Sampierdarena, aziende del trasporto pubblico con deficit spaventosi).

Però non è neppure la sede per un bilancio, che pure dovrà essere comunque sviluppato da qualche parte, per la Regione Liguria e il suo governo delle “larghissime intese”.

Quest’occasione può, invece, essere utile prendendo spunto dalle lotte intestine al partito per porre una domanda di fondo: che partito è il PD?

Fino all’avvento della segreteria Renzi il modello su cui sembrava fondato il PD (“l’amalgama non riuscita” di D’Alema) sembrava  essere quello basato sulle “primarie” che  servivano a suffragare più o meno plebiscitariamente  il leader designato (nel caso Veltroni) in un quadro gestionale che rimaneva comunque molto frastagliato per via dell’esistenza di correnti facenti capo alle diverse tradizioni e riferimenti politici da cui il partito risultava composto.

Questo meccanismo, una volta portato a livello locale per le scelte dei candidati alle elezioni regionali o amministrative oppure per le “parlamentarie” o per le cariche di partito ha dato vita a un fenomeno molto particolare, specifico nella situazione italiana che, non dimentichiamo, è ancora derivato dal sistema delle alleanze tra partiti realizzatesi nella fase del “bipolarismo”.

I candidati, infatti, hanno teso progressivamente a non riferirsi più alle correnti di origine ma a stringere alleanze specifiche di tipo “trasversale” in un primo tempo a livello di gruppi o comunque di tipo collettivo e successivamente via via in maniera sempre più personalistica fino a determinare a quel fenomeno del cosiddetto “individualismo competitivo”: una forma di personalizzazione esasperata, di basso profilo politico, completamente estranea a qualsivoglia riferimenti di contenuti, che ha dato vita a una situazione di parcellizzazione della conflittualità colmabile soltanto con la distribuzione di “incentivi selettivi” sul terreno dell’acquisizione del “potere” a livello istituzionale.

L’avvento di Renzi alla segreteria e il suo rapido passaggio alla Presidenza del Consiglio ha portato alla determinazione di una situazione molto complessa e definibile, per certi versi, paradossale.

Renzi ha assunto, infatti, sia rispetto al Partito (collocato in una condizione di totale subalternità di vera e propria “ancella del potere” con funzione di ufficio di collocamento per aspiranti alle gerarchie) sia rispetto al Governo una sorta di funzione da “Lord Protettore” non esercitando, però, nonostante le apparenze, una  decisionalità reale.

Questo è avvenuto nei fatti nonostante l’apparente “decisionismo” del suo personaggio e di chi gli si è collocato intorno attraverso la determinazione del criterio della fedeltà e dell’appartenenza personale.

Di conseguenza il PD si trova nella condizione del “Protettorato” al vertice e di un rissoso “Feudalismo” alla periferia: come il caso della Liguria (ma anche di altre regioni) ben dimostra.

Un partito (forse una parola “grossa”, in questo caso) dove pare vigere come sistema di vita interna una sorta di “spartizione delle spoglie” dove chi riesce ad entrarne in possesso davvero “non fa prigionieri” fra i propri compagni di partito.

Nel frattempo il PD perdeva per la strada 300.000 e più tessere e i suoi vertici hanno dimostrato che la cosa assolutamente loro non interessava, questo pienamente in linea con l’idea di una democrazia esercitata sì fuori dalla logica dei corpi intermedi ma anche fuori da quella “classica” dell’autoritarismo,  del dialogo diretto tra il Capo e la folla.

Folla che può esercitarsi soltanto nel plauso incondizionato senza esercitare alcuna interlocuzione reale (neppure attraverso i sondaggi).

Ci troviamo ben oltre il modello del partito personale così come disegnato a suo tempo da Mauro Calise sull’idealtipo di Forza Italia e della capacità di comando di Silvio Berlusconi e neppure del “partito leggero” di tipo elettorale, a forte leadership verticale.

L’interrogativo rimane così tutto da risolvere: di quale partito si tratta?

 Un partito che sistematicamente può essere così descritto:  non tiene in conto gli iscritti, chiede di circondare il leader in una forma di consenso totale, lascia che in periferia si proceda alla “cannibalizzazione” degli aspiranti agli incarichi pubblici senza verificarne appoggi e prospettive nell’idea che il consenso possa verificarsi e crescere soltanto attraverso una forma di plebiscitarismo di massa.

Difficile fornire un’analisi compiuta di questo fenomeno che tra l’altro agisce in un sistema anch’esso di complicata classificazione: non è più bipolare, non è di “solidarietà nazionale”, non c’è contrapposizione con un’opposizione alternativa e plurale.

Salgono alla mente gli esempi più negativi per la democrazia  nella realtà di una concreta sparizione del processo di partecipazione politica, l’allontanamento di massa dal voto, il deterioramento nella vita delle istituzioni a livello centrale come quello periferico.

Esempi negativi di cui si compone la formazione di un vero e proprio regime autoritario, con il PD asse portante.

Franco Astengo
Gentile utente, ti ricordiamo che puoi manifestare liberamente la tua opinione con un commento all'articolo, che verrà moderato dalla redazione prima della sua pubblicazione. Affinché il tuo contributo possa essere pubblicato, dovrà attenersi alla Policy di utilizzo del sito: evita gli insulti, le accuse senza fondamento e mantieniti in topic.

1 commento

  1. Gian Battista Cassulo

    Caro Franco

    Nel 1997, un alto esponete genovese del PDS (allora si chiamava così) disse ad Adriano Sansa, sindaco uscente di Genova e non più riconfermato per il secondo giro, “vedi quel camionista là in fondo? Se voglio lo faccio diventare sindaco di Genova!!!!”.
    Come per dire che a Genova il partito era in grado di mandare a palazzo Tursi anche un birillo, con tante scuse per i camionisti.
    Questo perché il partito sapeva di poter contare su una base in grado di digerire anche i rospi!!!!

    Poco tempo dopo, alla Fiera del Mare, durante la “convention” per la “nomination” dei candidati Sindaco e Presidente della Provincia, un delegato, vedendo già insediati al tavolo della presidenza, Giuseppe Pericu, per il comune, e Marta Vincenzi, per la Provincia, presentò una mozione d’ordine con la quale sostanzialmente chiedeva come mai i due papabili candidati erano già sul trono quando ancora i delegati non si erano pronunciati sulla loro elezione e come mai non era stata presentata una rosa di nomi sui quali esprimere una preferenza.

    La mozione d’ordine non venne presa nella sia pur minima considerazione e quel delegato abbandonò la Fiera del Mare, dove vi era raccolta anche tutta la crema della città, motivando la sua uscita con queste parole:”Chiedo scusa ma mi sento in dovere abbandonare la convention in quanto non la ritengo democratica e in linea con le procedure della vita di partito”

    Il delegato uscì raccogliendo alcuni applausi e la convention continuò i suoi lavori, plaudenti anche molti docenti universitari, alcuni dei quali specializzati in dottrine politiche.
    Pericu e la Vincenzi andarono a ricoprire i posti per i quali erano stati predestinati e quella era l’anticipazione dei partiti dei nominati che stanno dominando l’attuale stagione politica.

    Una stagione sbocciata per colpa di una classe dirigente il cui DNA è quello dell’età feudale, ma che può sopravvivere perché governa un popolo di sudditi e non di cittadini.
    Ovvero, le colpe di ciò che sta accadendo sono sia di chi sta in alto, ma anche e soprattutto di quelli che stanno in basso!!!!!!!

    Un caro saluto da
    Gian Battista Cassulo
    militante di base

Commenta l'articolo

Il tuo indirizzo e-mail non sarà pubblicato* Campi obbligatori *

*

Torna ad inizio pagina