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Dopo i nostri servizi in altre parti della città di Novi Ligure, abbiamo intervistato alcuni alluvionati novesi della zona di Porta Genova

Un fiume di fango (ma era dal 2008 che si aveva paura)

Lunedì 13 ottobre è venuta tanta pioggia quanta ne cade normalmente in tre mesi. Abbiamo visto un fiume di fango abbattersi sulle nostre case, abbiamo avuto paura. Paura di lasciarci le penne, letteralmente, oltre che le nostre cose!”, così si sfoga, sporco di terra e fango, una persona che abbiamo intervistato a due giorni dall’alluvione di Novi. Noi de “l’inchiostro fresco”, dopo aver documentato in diretta quanto stava avvenendo in città all’incrocio tra Corso Piave e via Ovada(http://www.inchiostrofresco.it/blog/2014/10/13/spasso-per-novi-pioggia/), abbiamo voluto vederci chiaro sui perché di quell’irruento fiume di fango che si srotolava giù dal Castello. Un evento mai verificatosi a memoria di novese (e di storico locale) in questa cittadina.

Il tour fotografico per le vie del Centro Storico

Allora martedì abbiamo fatto un tour fotografico per le vie del Centro Storico, chiedendo alle persone quali fossero stati i danni subiti e da dove provenisse l’acqua: abbiamo raccolto commenti di paura, ma non lamentele per particolari danni alle cose. Qualche cantina allagata, un po’ di fango e tanta paura insomma. A macchie però ci sono stati episodi dove la natura si è particolarmente accanita in certi edifici, parcheggi e scantinati. Eppure mentre giravamo per Novi in macchina il giorno dell’alluvione e rivedendo poi i filmati sul nostro sito (http://www.inchiostrofresco.it/blog/2014/10/12/in-anteprima-sindaco-novi-ligure/)  non ci quadravano i conti: c’era un fiume di fango che scendeva da Porta  Genova. Allora nella mattinata di mercoledì 15 ottobre siamo andati proprio a Porta Genova, alla scoperta della “sorgente” di quel mare d’acqua e fango che avevamo filmato due giorni prima

Alla scoperta dei danni a Porta Genova

Abbiamo quindi costeggiato il Castello, dove la cementificazione non ha infierito, che non ha subito danni perché la collina è riuscita naturalmente ad assorbire la pioggia, sia pure dirompente. Poi ci siamo spinti sino al nuovo complesso residenziale che vi sorge proprio di fronte. Tante belle villette, colorate, in cui si respira un’aria pulita, ma anche lì nessun segno di danno.

Allora l’acqua dov’era passata? La risposta ci si è parata di fronte, evidente, quando siamo scesi dalla collina. Era da Via Antica Genova che questo fiume aveva preso corpo! Eccoli i segni, anzi le ferite del passaggio dell’acqua. Interi lastroni di asfalto divelti e trascinati per metri, erba e erbacce strappate e “coricate” nei pratoni circostanti e soprattutto una serie di edifici, costruiti a ridosso della strada, investiti in piena dal fiume di fango.

La location del dramma

Ci avviciniamo e vediamo una scena da terremotati: uomini, donne, ragazzi e ragazze tutti intenti a darsi una mano con l’altro. Armati di stivali di gomma, pantaloni spessi da tuta e guanti da casa, queste donne e questi uomini, sporchi di fango, imbraccianti pesanti secchi da muratore,  erano intenti a rendere meno gravoso quel disastro. Perché di disastro si tratta. Uno dei volontari ci accompagna dentro le case e ci dice: “L’acqua è arrivata dalla collina, in maniera rapidissima e ancora più velocemente è entrata nelle case. Ha iniziato violentemente a infrangersi contro i muri e poi a salire. Salire, con un sordo rumore, nelle cantine e nei garage: una cosa spaventosa!”. E che la situazione sia stata preoccupante è ancor oggi lampante sotto gli occhi di tutti: di fianco alle case alluvionate vi è una montagna di detriti: sono le cose degli abitanti, gli oggetti, ricordi ora ridotti a grumi di fango.

 

I volontari e gli alluvionati

Di ora in ora, mano a mano che i volontari portano con le carriole altra roba, il mucchio informe di oggetti cresce e assieme ad esso si alimenta la disperazione e la rabbia di quegli abitanti. Sono tutti sani e salvi, nessuno ha riportato ferite, ma i danni sono fortissimi. Le carcasse di auto, ormai inutilizzabili, fanno da sfondo allo sfogo di uno degli alluvionati: “Noi è dal 2008 che facciamo presente all’Amministrazione comunale come questa sia una strada pericolosa. Oggi si parla dell’alluvione e va bene, è stato un evento eccezionale. Ma io voglio denunciare qualcos’altro di eccezionale: la sordità delle Istituzioni, che non hanno voluto ascoltare le nostre paure”.

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Un disastro annunciato

Chiediamo allora quali fossero le paure: “Questa è una strada pericolosissima. Come prima cosa – il nostro interlocutore incomincia il suo elenco di alluvionato –  da ormai due anni dai rivi e dai canali di scolo che corrono tra le case e  bordo strada, non è stata rimossa la vegetazione e asportati gli accumuli di materiale vario. Come pensiamo che l’acqua possa fluire via se questi canali sono tutti ostruiti?! Poi – prosegue il nostro arrabbiato cittadino – i rami degli alberi sul ciglio della strada sono talmente carichi di fogliame che rendono difficoltoso il passaggio dei mezzi pesanti, che transitano spesso di qui, essendo una zona a ridosso di un supermercato. Infine – conclude il suo articolato discorso – qui noi abitiamo vicino ad un asilo e ad una scuola elementare. Voi non avete idea della velocità con la quale le auto percorrono questa strada! Non solo è quasi impossibile l’attraversamento ma è pure pericoloso il traffico veicolare, dato che l’illuminazione è praticamente assente. Senza illuminazione, senza controlli e senza autovelox o dissuasori di velocità. Mi spiace dirlo ma prima o poi di brutto accadrà”.

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Conclusioni

Girando per le case e i cortili pieni di fango non si legge sui visi delle persone la rassegnazione per una calamità naturale, quanto la rabbia mista ad una voglia di ricominciare, anche a costo, come ci ha detto una bella ragazza: “di lavorare diciotto ore, non ci importa. Vogliamo tornare alla normalità, tutti quanti, tutti insieme”.

Forse proprio questo è stato lo spirito del Dopoguerra, tanto sbandierato dai Partiti di Destra come di Sinistra,  ovvero la voglia di non arrendersi.

Sono queste passioni, passioni forti, di  civile convivenza ed etiche, che la Politica ha il compito di intercettare e convogliare verso un qualcosa di costruttivo. Ovvio che le Autorità e le Amministrazioni siano il “capro espiatorio” più facile in simili occasioni, ma non si può liquidare la questione soltanto in questi termini. Novi come Genova è l’esempio di quanto la mancanza di manutenzione, di quei “piccoli grandi lavori” che si dovrebbero fare ma che non si fanno (magari a favore di altri progetti, come le “grandi” opere), sia uno dei “cancri” che attanaglia il nostro Paese ed i nostri paesi.

Sicuramente le precipitazioni di Novi lunedì 13 ottobre sono state un fatto clamoroso e per certi aspetti inaspettato: però forse la conta dei danni sarebbe stata notevolmente inferiore se si fosse pensato prima, magari quando splendeva il sole, il cielo era azzurro e gli uccelli cinguettavano: è anche nelle belle giornate di sole che si cambia il Mondo, non basta “essere molto vicini” agli alluvionati quando la pioggia e il fango lasciano il posto alle domande del giorno dopo.

Quando soprattutto i giovani si prestano a prestare le loro braccia ed ad essi non si consegnano nemmeno i guanti, i badili ed una bottiglietta d’acqua

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Mattia Nesto e Gian Battista Cassulo
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