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Carmelo Balbi analizza un pezzo di storia della politica repubblicana

Dai miglioristi mi guardo io…

Presidente_Napolitano E’ possibile, ma non è indispensabile risalire a grandi pensatori del passato per ottenere una definizione dell’aggettivo migliorista.

Con assoluto pragmatismo si deve definire migliorista chi, operando con i propri mezzi, in una determinata realtà, si sforza di adeguare i propri principi e le proprie inclinazioni per migliorare i risultati della sua prassi nell’interesse di una collettività complessa nella quale si muovono tendenze e interessi conflittuali.

Il migliorismo non sembra avere nella storia dell’umanità confini, tanto che si indica come una concezione filosofica intermedia tra quella dell’ottimismo assoluto e quella del pessimismo assoluto.

Ecco dunque che il pragmatismo solleva dall’obbligo di restare legati in modo indissolubile a principi e teorie precedentemente abbracciate, per riconoscerne i limiti e per orientare le proprie esperienze in altre direzioni, alla ricerca di obiettivi ritenuti meritevoli di essere perseguiti.

Si può essere pragmatici in qualsiasi momento di una umana esistenza; si può modificare il proprio comportamento in una moltitudine di attività materiali o intellettuali, sempre con lo scopo di migliorare una situazione, un rapporto, una ricerca, un’opera.

Sempre che la decisione di modificare la propria prassi tenda dunque, per definizione, a migliorare i risultati ricercati con difficoltà con le energie e con i comportamenti sino a quel momento impegnati in vista di un determinato risultato.

Un piccolo imprenditore edile che decida di incrementare la percentuale di cemento rispetto a quella di sabbia nell’impasto che dovrà legare assieme mattoni precotti nel costruire un muro di una scuola è sicuramente un migliorista.

Un modesto produttore di vino che voglia offrire sul mercato un prodotto all’insegna della genuinità e si converte dalla pratica seguita di arricchire il mosto con addendi che artificialmente modifichino le qualità organolettiche del suo vino può tranquillamente definirsi un migliorista.

Chi intende difendersi dalle offese del tempo che passa, dai processi degenerativi dell’organismo umano, dall’afflosciamento di tessuti ed organi avvalendosi delle tecniche progressivamente sempre più sofisticate della medicina e della chirurgia estetica non può non essere classificato come un migliorista.  Ad un ex Cavaliere della Repubblica Italiana, per molti aspetti del suo agire aspramente criticato e in qualche caso condannato in via definitiva, deve essere comunque riconosciuta la qualifica di migliorista.

Gli esempi che possono ricavarsi dell’esistenza di miglioristi nella realtà cangiante  sono evidentemente in numero illimitato, ma il migliorismo che si è guadagnato l’onore di ampie citazioni ogni dove è quello affermatosi  nella storia del movimento comunista italiano in forma di corrente politica sviluppatasi, bisogna ammettere miracolosamente,  all’interno del PCI.

Ispiratore della tendenza migliorista fu’ un dirigente di primo piano del Partito, intellettuale di prestigiosa famiglia liberale, il  deputato Giorgio Amendola figlio del liberale Amendola Giovanni, irriducibile avversario del regime fascista, alla fine  bastonato a morte da sicari.

Giorgio Amendola andò ben oltre l’accettazione del sistema capitalistico proponendo una linea politica del Partito Comunista chiaramente socialdemocratica, alla ricerca di accordi con altre forze politiche disponibili a realizzare riforme e a rendere alle classi popolari, altri le avrebbe definite subalterne, possibile l’accesso al governo del Paese.

Questa posizione politica venne giudicata da molti assolutamente realistica anche perché l’Italia era inserita nel blocco Atlantico in contrapposizione con quello dell’Unione Sovietica.

Si prendeva inoltre atto, con  largo anticipo su molti autorevoli esponenti e sulla grande massa dei militanti, dell’ esistenza in URSS di una progressiva degenerazione del comunismo.

Queste posizioni di matrice socialdemocratica tendevano anche a mettere in seria discussione le elaborazioni della dottrina marxista, almeno nelle sue forme non revisioniste.

La corrente si sviluppò con alcuni leader: Giorgio Napolitano, Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso. Tre uomini del nostro meridione ai quali poi si unirono altri, soprattutto negli anni ottanta, quando si rimproverò a Berlinguer di aver abbandonato la strategia del compromesso storico e di aver lasciato a Craxi la bandiera del modernismo.

Molti miglioristi del PDS ingrossarono le fila della corrente dopo lo scoppio di Tangentopoli non condividendo l’idea di dover dare incondizionato appoggio del Partito all’attività della Magistratura definita da loro eccessivamente “giustizialista”.

A questo punto ci si chiede se oggi, in balia di una crisi del sistema finanziario e capitalista così devastante per le classi medio-basse, esistano ancora dei miglioristi di quel calibro, o comunque politici di professione che si sentano tali e possano onestamente considerarsi in coerente continuità di pensiero con chi nel PCI di Amendola tentava di aprire la strada ad un necessario revisionismo socialdemocratico.

enrico morando

Il viceministro Enrico Morando

Nessuno nel PD e negli altri residuali Partiti della Sinistra si sogna di mettere, neppure per scherzo, in discussione il capitalismo.

Anzi, si cercano tutte le ragioni più plausibili per vantarne la superiorità rispetto a qualsiasi altra forma di organizzazione dell’economia e dello Stato.

C’è una silenziosa gara a chi riesce a garantire l’esistenza di una piccola minoranza della popolazione che possiede un quota di ricchezza del Paese straordinariamente grande rispetto alla moltitudine in difficoltà a vivere dignitosamente, chiamata ad ogni piè sospinto a rimboccarsi le maniche, a lavorare di più, rinunciando anche a qualche diritto ritenuto eccessivo da studiosi annidati e ben oliati nelle Università,  nel Parlamento, nei Centri studi. 

La tendenza è quella di combattere la diserzione del capitale oltre i confini, il disimpegno dagli investimenti nell’industria, riducendo il costo del lavoro e abrogando le norme poste a tutela dei diritti dei lavoratori.

E’ poi vero che c’è anche chi ritiene che il rimedio ai mali sia quello di pregare anche, tra l’altro,  perché i grandi finanzieri e gli industriali diventino più buoni.

Fuor di metafora, l’apporto di idee e di sacrifici dei cattolici e delle loro organizzazioni nella costruzione della nazione è stato grande.

Tra costoro cresce ora il numero di coloro che richiamandosi all’invocazione evangelica ritiene di domandarsi se sia poi così giusto pagare a Cesare un tributo sempre più alto e sicuramente ingiusto.

E’ sempre forte il convincimento che dall’incontro dei cattolici progressisti con i socialisti liberati da ogni pregiudiziale religiosa possano trovare soluzione i problemi di una società moderna, della libera impresa e della tutela dei diritti.

D’ altra parte le motivazioni religiose non hanno mai fatto parte dell’armamentario del PCI e dei Partiti che si sono succeduti ad esso: tutto al più nelle polverose sezioni, sotto un ritratto di Gramsci e di Berlinguer c’era un cartello: vietato bestemmiare

C’è poi molta concorrenza sui temi sociali e diventa difficile perciò presentarsi come vecchi miglioristi liberali in una società dove gli interessi delle rendite e del capitale hanno già così tanti sostenitori di altre scuole di pensiero.

La società odierna risulta quasi del tutto priva di valori e di ideali, travolta da una ondata di qualunquismo e di consumismo, dove le ingiustizie sono cresciute e si sono raffinate nel tempo, assieme a fenomeni di evasione e di corruzione contrastati con difficoltà da una Magistratura che ha sostenitori e molti detrattori, anche ai più alti livelli della politica .

I miglioristi di ogni specie, tutti coloro che intendono iscriversi all’album di coloro che vorrebbero una società più giusta e più efficiente hanno molto da lavorare: devono però decidersi a dire quali interessi sono per loro meritevoli di una prioritaria tutela.

Dott. Carmelo Balbi
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1 commento

  1. Ciao Balbi
    bello il tuo pezzo, ma a dirti la verità ci siamo un pochino persi nei tuoi passaggi, dove il suffismo “ismo” la fa da padrone. Noi siamo due sfigati che giriamo per Novi, Gianni in bicicletta perché è un “sciuro” e io a piedi perché ho 45 anni e dormo ancora nella mia cameretta da bambino. Praticamente sono un bamboccione e non oso nemmeno guardare una ragazza perché proprio non saprei cosa dirle. Eppure Gianni che, fortunato lui, ha già una pensione perché è nato subito dopo la guerra e lì il lavoro non mancava, anzi, visto le macerie ce n’era a bizzeffe, mi sprona sempre a “darmi da fare”, soprattutto con le donne! Ma io proprio non ci riesco perché non mi sento né un suddito né un cittadino né un boy-scout ma semplicemente, per dirla alla Grillo, un “meschinetto”. Quindi gli 80 euro per i pannolini non servono e neppure gli 80 euro sullo stipendio, perché io di stipendio non ne ho!!!
    Ma ciancio alle bande, cioè volevo dire “bando alle ciance” (vedi come sono ridotto): avendo molto tempo a disposizione giro per Novi con Gianni e lui mi fa un po’ da Cicerone in questa città che mi riserva sempre delle sorprese.
    Ad esempio ieri siamo passati sotto un bel palazzo in stile barocco piemontese, ove nella battaglia napoleonica del 1799 fu portato, ormai morente, il generale Gioacchino Joubert, e lì, mi ha raccontato Gianni, che vi era la sede del Partito Socialista, dove lui vi ha militato dal 1979 sino al 1981, uscendone all’indomani del 42° Congresso del partito, che si svolse in una scenografia “pansechiana” a Palemmo, andando a rifugiarsi, impaurito dal rampantismo craxiano, nel più austero PRI di Giovanni Spadolini.
    Mi raccontava che a quei tempi i partiti, anche a livello locale, organizzavano delle delegazioni per discutere dei problemi della città, per stilare comunicati congiunti e quant’altro. Vi era insomma un fair-play tra quelle forze politiche che sostanzialmente sia all’Opposizione come al Governo si occupavano dell’amministrazione cittadina, concretizzando alla luce del sole, ovvero nel Consiglio Comunale, le vere decisioni prese all’ombra delle segreterie politiche. Politica di scena, politica di retroscena.
    I partiti di quell’epoca, mi raccontava Gianni, si contavano sulle punte delle dita: a Destra c’erano i monarchici, il M.S.I. di Almirante, al centro vi era la D.C. con alla sua destra i Liberali e Repubblicani e alla sua sinistra i Socialdemocratici e i Socialisti, mentre sui banchi della Sinistra vi erano i “duri e crudi”, ovvero i compagni del P.C.I., partito “de lotta e de governo” che nelle Amministrazioni locali regnava mentre in quelle Centrali gridava.
    Quello di quell’epoca era fondamentalmente un quadro, Gianni mi diceva, statico dove gli attori di scena e di retroscena recitavano a copione perché c’era il Muro di Berlino ancora in piedi e da una parte arrivavano i dollari e dall’altra i rubli. Per vedere le differenze tra i partiti a volte si doveva spaccare il capello dato che esse erano più che altro basate su una “ideologia culturale” alta e staccata dalle reali condizioni di vita del Paese perché negli anni Sessanta c’era stato il Boom economico che, nonostante le crisi degli anni ’70 e ’80, aveva messo le famiglie in condizioni di benessere mai viste prima ed aveva permesso una “mobilità sociale” sconosciuta al nostro Paese, gerarchicamente strutturato sulle élites.
    Caduto il Muro nel 1989 e dissolta l’Urss nel 1991, mi continuava a raccontare Gianni mentre camminavamo per le vie di Novi alla ricerca delle vecchie sedi dei Partiti ormai tutte chiuse ed abbandonate, si sarebbe dovuto fare una gran bella cosa, soprattutto a Sinistra, e cioè il vecchio Pci avrebbe dovuto prendere atto che la scissione di Livorno del 1921 era ormai superata e che la Storia aveva dato contro ai Paesi del Socialismo reale e che quindi si sarebbe dovuto, proprio in quegli anni, invece di assistere alla “Svolta della Bolognina” prima (21 marzo 1989) e al XX Congresso del Pci poi, l’ultimo (3 febbraio 1991) dove il partito cambiò nome in PDS perdendo un troncone che confluirà nel Partito della Rifondazione Comunista, ad un’autocritica e dare vita ad un grande Partito Socialdemocratico Italiano.
    Molto probabilmente se così si fosse verificato, Silvio Berlusconi non sarebbe nato da un punto di vista politico e certamente a Destra, per contraltare, si sarebbe formato: “che so io – mi ha detto Gianni – un partito ad esempio della Nazione”. “Ma è quello che sta facendo Renzi adesso” ho risposto io, interdetto . “Esattamente” mi conferma Gianni, proseguendo la nostra passeggiata tra i ruderi della Prima Repubblica

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