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I metalmecannici sono scesi in piazza venerdì a Genova

Nella “piazza rossa” della FIOM

fiom 3 Il successo della mobilitazione dei metalmeccanici di venerdì scorso a Genova ha soddisfatto i sindacati, che avevano chiamato a raccolta i lavoratori genovesi in solidarietà ai colleghi di Terni, attaccati a Roma mentre protestavano davanti all’Ambasciata Tedesca. Ma, oltre a questo, il corteo che ha sfilato per le storiche circoscrizioni operaie del capoluogo ligure, Cornigliano e Sampierdarena, ha segnato la prova generale per lo sciopero generale indetto dai metalmeccanici CGIL per il 14 novembre prossimo. In quell’occasione il sindacato affronterà di petto la manovra finanziaria preannunciata dal Governo, contestandone i termini. Che il Governo e soprattutto il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, fossero nel mirino degli operai è stato evidente fin dalle parole iscritte sullo striscione di apertura del corteo: «Se Renzi è di sinistra, Berlusconi è femminista». Per contro il ministro dell’Interno Angelino Alfano, accusato di avere la responsabilità delle manganellate subite dalle tute blu a Roma, ha ricevuto solo un poco elegante coro isolato.

 

L’ala dura, violenta nei toni, era concentrata in cima alla manifestazione, con gli slogan ripetuti all’infinito e le felpe di riconoscimento con la sigla ”FIOM” stampata sul petto. Questi lavoratori, come la dirigenza nazionale del loro sindacato, dimostrano di reagire al nuovo corso renziano, che limita il ruolo sindacale alla negoziazione interna alle aziende, tacciandoli di essere «un ferro vecchio» negando al segretario-premier la patente di sinistra ed associandolo a Silvio Berlusconi, storico nemico del popolo della sinistra italiana. Eppure questa manifestazione è riuscita, comunque, a sottolineare, per paradosso, la forza politica che Matteo Renzi ha raccolto nel Paese fin dal suo insediamento : i cori contro di lui e contro la Leopolda, che hanno raggiunto i tratti sessisti, certificano come il cosiddetto partito della Leopolda, inteso come la piattaforma ideologico-organizzativa del renzismo, non solo abbia sostituito il Partito Democratico, che non ha ricevuto nessuna considerazione, ma sia considerato ora l’unico luogo ove richiedere risposte, come accaduto per la delegazione operaia che si è concentrata domenica scorsa fuori dai suoi cancelli, ora il nemico da abbattere come nell’animo di questo corteo. Questa prova di forza, quindi, tradisce la debolezza di una categoria, quella dei metalmeccanici che, vivendo una crisi pluridecennale e la dissoluzione dei suoi interlocutori politici di riferimento, si ritrova ridotta nei numeri rispetto al passato e marginalizzata nel processo politico nazionale.

 

Un vecchio esponente del Partito Democratico locale, confuso nella folla, sintetizza così il dramma di questi lavoratori: «Queste persone sono rimaste senza rappresentanza politica. Molti di loro non andranno più a votare». E difatti il clima di sfiducia cresce man mano che si scende lungo il corteo. Sono in molti questi operai, che vengono da Fincantieri, Ansaldo Energia, Ansaldo STS passando per l’Ilva, a non avere un’idea chiara del loro futuro. Ascoltandoli sorge spontaneo pensare che una radicalizzazione dello scontro sociale sia inevitabile nel prossimo futuro, a causa dell’atteggiamento di fastidio assunto dal presidente del Consiglio verso quella “piazza rossa” che si è raccolta a Roma il 25 ottobre scorso, mentre da Firenze, in quel «luogo artificiale» che è stato il meeting della Leopolda, per usare l’espressione coniata da Rosi Bindi si levavano le parole del finanziere Serra che è arrivato ad invocare la limitazione del diritto allo sciopero.

Mauro Bonavita
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