Home | Io penso dunque sono | VENTICINQUE ANNI FA: AL MOMENTO DELLA CADUTA DEL MURO UN ESEMPIO DEL PENSIERO DELLA “GAUCHE” EUROPEA (con un estratto da “A Sinistra” n.1/2 Gennaio-Febbraio 1990.) di Franco Astengo

La nota di "ermeneutica politica" di Franco Astengo

VENTICINQUE ANNI FA: AL MOMENTO DELLA CADUTA DEL MURO UN ESEMPIO DEL PENSIERO DELLA “GAUCHE” EUROPEA (con un estratto da “A Sinistra” n.1/2 Gennaio-Febbraio 1990.) di Franco Astengo

Pensare che il liberalismo, anche trasformato, e cioè il mercato e la nostra democrazia, possa rappresentare l’alternativa ai regimi burocratici resta tutto da dimostrare. Luckas, all’indomani degli sconvolgimenti del ’68 che ancora hanno tanto da insegnarci oggi, non ne era affatto convinto. Egli dimostrava che l’antidoto allo stalinismo non è assolutamente la democrazia borghese, ma la democrazia socialista come Marx l’aveva concepita e com’è abortita all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre..”.

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Questo passaggio è trattato da un articolo di Georges Labica ( 1930-2009), all’epoca docente di filosofia presso l’Università di Paris-Nanterre, autore di testi fondamentali tra cui il “Dictionnaire critique du marxism” (1985) e” Marxisme- leninisme” (1984) poi usciti in Italia per i tipi delle Edizioni Associati.

Labica scrive all’indomani della caduta del Muro di Berlino (il suo articolo è pubblicato in Italia dalla rivista “A Sinistra” nel numero doppio ½ del Gennaio – Febbraio 1990) e riflette il pensiero di un settore importante della sinistra europea dell’epoca.

L’articolo di Labica si concludeva così:

“ E’ ormai diventata necessaria una nuova razionalità politica, che ha il compito di restituire la pienezza del suo significato alla parola democrazia e alla cosa che il termine designa.

La sua funzione non è quella di dichiarare nulla la partita, né quella di operare chi sa quali sintesi in termini di profitti o di perdite, ma quella di individuare la possibilità di una transizione ormai inscritta in ciò che tutti concordano di riconoscere come una svolta storica”…

E ancora, più avanti:

“Non abbiamo paura di fare un passo avanti: il 1989 non dovrebbe ispirare il desiderio di relegare l’idea della rivoluzione nel magazzino delle anticaglie.

J.-M Domenech deplorava, giorni fa, “il riflusso mondiale della rivoluzione”, doloroso per i popoli degli altri continenti, ma anche pericoloso per gli europei, i quali “stanchi di tutto, anche della speranza, si rinchiudono e si addormentano sul proprio benessere”.

A meno che non si preferisca la “fine della storia” o “l’era del nulla”..

In fondo la grande lezione di queste inedite “rivoluzioni tranquille”, di questo “crollo di castelli di carta” non potrebbe consistere nel fatto che, senza violenza, dovunque i popoli riemergono dal loro sonno dogmatico e decidono il proprio destino?

Lasciamo alla loro esperienza, alla loro volontà, alla nostra storia comune la soluzione, anche se per il momento si tratta soltanto di una “idea della ragione”, come diceva il vecchio Kant”.

Oggi, a distanza di venticinque anni, possiamo ben affermare che non si verificò l’affermazione di alcuna “idea della ragione” e che l’esercizio di “ottimismo della volontà” contenuto nell’articolo di Labica rimase fine a sé stesso.

Gli animatori dei “forum democratici” i “dissidenti storici” dei paesi dell’Est europeo, gli animatori della primavera di Praga o del Novembre ungherese non riuscirono a emergere, al di là delle “pelose” riabilitazioni postume delle vittime dello stalinismo.

La sinistra europea in quel momento appariva divisa tra chi, come molti in Italia, considerava possibile il tentativo riformatore gorbacioviano e chi, come nell’esempio portato a testimonianza in quest’occasione, pensava che liberata la scena dagli incubi del fraintendimento sovietico sarebbe stato possibile percorrere la via del “comunismo critico”, di una nuova visione tra democrazia socialista ed eguaglianza sociale.

Mentre il più grande partito comunista d’Occidente, il PCI, si scioglieva all’insegna di un miope “sblocco del sistema politico” e della governabilità del finalmente “liberi tutti” l’iperliberismo reaganian –tachteriano assumeva, quasi di forza, l’egemonia aprendo la strada al ventennio delle guerre e della grande rapina sociale a livello del globo, fino allo spostamento a destra dell’asse politico, a tutti i livelli, di cui siamo testimoni in questi giorni,

Tutti  gli  interrogativi che ci si poneva in allora sono rimasti intatti, anzi aggravati, nel corso di questi 25 anni.

Vale allora ancora la pena di riprendere, soltanto come stimolo alla riflessione, un altro punto dell’articolo di Labica:

“ Il bilancio dell’ordine esistente da noi, non offre, da parte sua, alcun motivo per rallegrarsi ed è pesante il conto della libertà…

…L’approfondirsi delle diseguaglianze a tutti i livelli, rispetto al denaro, all’impiego, alle tasse, alla sanità, al sapere, tra i sessi e le diverse culture impone di prendere atto che i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Le forme di dominio si avvalgono in misura crescente di un’accumulazione di beni, di mezzi di produzione, in una parola di “progresso” senza precedenti…

…Lo “Stato di diritto” copre ogni sorta di discriminazione e la possibilità di esercitare una giustizia di classe. I diritti dell’uomo tanto decantati in occasione del centenario della rivoluzione dell’89 vanno tranquillamente insieme al “numero chiuso” per gli immigrati o al commercio di sangue e organi da parte dei più diseredati”..

Appare quasi superfluo, a questo punto, sottolineare il valore profetico di queste parole scritte 25 anni fa, proprio al momento dell’accadimento di quello che era considerato l’evento “liberatorio” per eccellenza, rappresentato appunto dalla caduta del muro di Berlino.

Parole da confrontare con la realtà attuale.

La fotografia di una sconfitta, da cui trarre l’analisi per una definitiva rassegnazione?

Al contrario: la realtà delle contraddizioni così potentemente evocate in quell’occasione e l’inesistenza concreta di un qualche miglioramento della situazione avvenuto nel corso dell’era liberista che ha contraddistinto questo quarto di secolo dovrebbe spingerci a riprendere in mano il filo rosso del ragionamento del riscatto sociale, dell’eguaglianza, dell’idea da esercitarsi criticamente di uno sviluppo alternativo nelle relazioni umane, sociali e politiche che insistiamo nel voler definire come “democrazia socialista”.

Nota del redattore. A memoria degli eventuali lettori: “A Sinistra” rivista del Laboratorio per l’alternativa sociale e politica era diretta da Domenico Jervolino affiancato da un comitato editoriale formato da: Giorgio Cortellessa, Salvatore D’Albergo, Giulio Girardi, Lidia Menapace ed Elio Veltri.

Disponeva di due redazioni a Roma e a Milano.

La redazione di Roma era composta da: Roberto Alemanno, Guillermo Almeyra, Guido Aristarco, Giorgio Baratta, Sergio Benassai, Franco Calamida, Andrea Catone, Fabio Giovannini, Anna Maria Marenco, Vito Nocera, Antonio Peduzzi, Marina Pivetta, Silvia Rutigliano, Giancarlo Saccoman, Stefano Semenzato.

Quella di Milano: Vittorio Agnoletto, Bruno Ambrosi, Franco Astengo, Vittorio Bellavite, Marino Ginanneschi, Raffaele Masto, Luciana Murru, Costanzo Preve, Giorgio Riolo, Angelo Ruggeri, Luigi Vinci.

La rivista uscì tra il 1988 e il 1993.

 

Franco Astengo
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