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La nota di ermeneutica politica di Franco Astengo

A SPACCARE L’ITALIA NON E’ LA QUESTIONE DEL LAVORO, MA LA BRAMOSIA DELLA SETE DI POTERE CHE AVVILISCE LA SOCIETA’ E LE ISTITUZIONI DEMOCRATICHE

Sulla base delle dichiarazioni del Presidente della Repubblica e di quelle del Presidente del Consiglio sulla deriva estremistica e l’intento di “spaccare il Paese” (da parte della CGIL!!?? Figuriamoci..) molti commentatori hanno individuato nella questione del “lavoro” il tema di questa evocata divisione. 29102014_13218687

Il “lavoro” che sarebbe concepito dal sindacato in questione (e dal suo “braccio armato”: la terribile FIOM) come elemento da difendere per i privilegiati corporativi che ne dispongono (a prescindere dalla forma. “Todos Caballeros”, precari, esodati e quant’altro: tutti ricoperti di privilegi): in nome d questo corporativismo si andrebbe allora allo scontro di piazza, dimenticando giovani, disoccupati e quant’altro che sarebbero, invece, premiati dal job act perché le aziende non aspetterebbero altro che l’approvazione di questo provvedimento per assumere tutti.

La concezione corporativa del lavoro da parte del Sindacato sarebbe quindi alla base di questa “spaccatura”, montata ad arte per mettere in difficoltà il Governo più illuminato nella storia del Paese (meglio di Crispi, Mussolini, Craxi e Berlusconi messi assieme).

Tralasciamo per carità di patria l’analisi sul ruolo del Sindacato nel corso di questi anni e la responsabilità enorme che questo soggetto ricopre nel processo di pauroso arretramento nelle condizioni materiali di vita delle classi lavoratrici e andiamo al punto.

Pensiamo al processo incontrastato di dismissione della proprietà pubblica nei settori strategici dell’economia, all’arrendevolezza nel cedere pezzi fondamentali di vita per le classi lavoratrici come la scala mobile e la contrattazione nazionale (ridotta a simulacro), alla subalternità nell’era della concertazione, all’arretramento nella possibilità di rappresentanza diretta suoi luoghi di lavoro tradita definitivamente con l’accordo del 10 Gennaio, alla cessione definitiva di un qualsiasi residuo di “identità di classe”.

Ma non è questo il punto fondamentale da trattare oggi.

Il punto è che il lavoro non c’è, che lo job act non smuoverà una paglia nella direzione di promuovere “new entry” nel mercato del lavoro , che mancano totalmente gli investimenti e che tutta questa vicenda è una gigantesca montatura.

Perché il tentativo di “spaccare” il Paese c’è: anzi il tentativo è quello di rendere senza voce una parte del Paese, quella che dovrebbe essere rappresentative delle categorie delle lavoratrici, dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, del 50% dei pensionati al di sotto dei 1.000 euro al mese.

Quella parte del Paese deve essere soffocata nella sua possibilità di presenza politica e sociale: a questo serve il gran battage pubblicitario, l’arroganza di Renzi e dei suoi accoliti, il ritorno alle cariche della polizia in piazza.

La questione della ”spaccatura” del Paese risiede in una scelta netta che il Partito Democratico ha compiuto in favore dei ceti privilegiati, dei “padroni del vapore”, degli sfruttatori epigoni di una assurda e incontrollata finanziarizzazione dell’economia: basta scorrere l’elenco dei presenti alle cene da 1.000 euro a cranio per avere una idea esatta delle cose come stanno.

Questa scelta compiuta dal Partito Democratico si intreccia perfettamente con la bramosia della sete di potere di una nuova classe di “parvenu” politici che sta umiliando la società italiana e le istituzioni democratiche.

La contraddizione principale nella vicenda dell’attualità italiana è rappresentata dalla qualità della “questione democratica” dentro alla quale ci sta tutto il resto proprio a partire dal tema del lavoro: quello che c’è e quello che non c’è.

Inutile ricordare che la “questione democratica” è questione squisitamente politica, ma di questo “a sinistra” pare proprio non si voglia sentir parlare.

 

Redazione
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