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La nota di "ermeneutica politica" di Franco Astengo

RAPPRESENTATIVITA’ POLITICA E CONSENSO ELETTORALE: UN SISTEMA COSI’ FRAGILE COME QUELLO ITALIANO POTRA’ REGGERE UNA FORZATURA COME L’ITALIKUM?

Si è riaperta la “querelle” relativa alla necessaria modifica del sistema elettorale e la vicenda sta subendo una modificazione non da poco dal punto di vista dei contraenti il patto necessario per attuarla: dal connubio PD-Forza Italia si sta passando a una “entente” PD-M5S, dimodoché questo PD inaugurerebbe (o forse ha già inaugurato) una politica “dei due forni” di andreottiana memoria.

Non è questo però il punto da affrontare adesso perché questo PD composto da un gruppo di veri e propri “assettati del potere” non si accontenta del poter esercitare un ruolo “pivotale” rispetto al sistema, grazie anche alle molteplici ascese sul “carro del vincitore”: questo PD vuole la maggioranza assoluta della Camera per poter solidificare l’ormai già avvenuto passaggio a un regime autoritario che dispregia la dimenticata Costituzione Repubblicana.

La chiave di volta per ottenere questo risultato, che Renzi e i suoi perseguono nella convinzione di vivere una stagione di assoluta sublimazione dell’autonomia del politico non messa in discussione da qualsivoglia livello di contestazione sociale, è la legge elettorale considerata soprattutto sotto l’aspetto dell’assegnazione del premio di maggioranza e di un meccanismo che riduca il più possibile il sistema a un bipartitismo che qualcuno ha già definito come “monopartitismo imperfetto”.

Sorge così l’ipotesi di assegnazione di un premio di maggioranza del 15% (soglia al 40% e 55% dei seggi assegnati), oppure, in assenza del 40%, attraverso un ballottaggio tra i primi due partiti.

Perché, s’insiste dal PD, di partiti (o liste) deve trattarsi e non di coalizioni. vignetta-renzi-italicum-400x305

Vale la pena di ricordare che l’entità del premio è pressoché identica a quella che prevedeva la famosa “legge truffa” del 1953, con due differenze importanti: i partiti “apparentati” (quindi una coalizione) avrebbero dovuto raggiungere il 50% più un voto per avere diritto al 65% dei seggi. Il primo punto di differenza riguarda quindi, in allora, la necessità di una coalizione; il secondo è che, allora, si trattava di un vero “premio di maggioranza” (occorreva cioè superare il 50% dei voti validi) e non di un “premio di minoranza” com’è stato nel caso della legge 270/2005 smantellata dalla Consulta e come continuerebbe a essere con l’Italikum.

Svolti questi necessari punti di analisi è il caso però di riprendere l’interrogativo di fondo: i soggetti politici attualmente presenti nel sistema politico italiano dispongono di un dato di rappresentatività politico – elettorale tale da giustificare l’assegnazione di un premio di maggioranza di tale portata?

I dati ci dicono che questa rappresentatività non c’è e che un sistema molto fragile come quello attuale potrebbe implodere per una seconda volta dopo quella del ’94 e aprire la strada a soluzioni, anche sotto l’aspetto formale, molto drastiche con il superamento della forma parlamentare della Repubblica.

E’ forse questo il vero punto d’arrivo cui tendono Napolitano e Renzi?

Ricostruendo i dati elettorali dal dopoguerra in avanti rileviamo che fino al 1983 la percentuale dei due maggiori partiti (o lista) ha sempre superato il 50% degli aventi diritto al voto.

Nel 1948 la DC e il Fronte Popolare assommarono addirittura il 71,09% (ma il Fronte Popolare comprendeva assieme PCI e PSI), nel 1953 DC e PCI arrivarono al 56,10%, nel 1968 la somma dei due maggiori partiti rilevò, rispetto al totale degli iscritti nelle liste, una percentuale del 59,01% salita al 66,35% nel 1976.

Il calo iniziò fin dal 1983: in quell’occasione DC e PCI toccarono assieme il 52,07%

Lla crisi del sistema, alimentata dall’avvio di Tangentopoli fece rapidamente discendere questa percentuale fino al 37,85% del 1992 (somma tra DC e PDS).

Ancora in calo la rappresentatività elettorale dei primi due partiti anche nella prima occasione di voto con il sistema misto proporzionale (25%) e maggioritario (75%): 1994 33,27%.

L’adozione di un profilo bipolare più marcato consentì, all’inizio del nuovo secolo di risalire la china: alle elezioni del 2001 la somma percentuale sul totale degli elettori tra Casa della Libertà e Ulivo toccò il 66,72%, una percentuale che fornì l’impressione di una possibilità di consolidamento del sistema.

Un’operazione di consolidamento messa a rischio dalla modifica della legge elettorale nel 2005 e dalla formazione del PD veltroniano “a vocazione maggioritario”.

Nell’occasione delle elezioni del 2008 la somma tra PDL e PD toccò infatti il 55,42%: 11 punti in meno rispetto al 2001, segnale tangibile della frantumazione in atto del concetto bipolare.

Alle elezioni del 2013 si presentò, infatti, attraverso il M5S il fenomeno di una “tripolarizzazione” del sistema, con il risultato dell’abbassamento del grado di rappresentatività dei due maggiori partiti, in questo caso proprio il M5S e il PD, al 36,96%.

Un dato ancora abbassatosi in occasione delle elezioni europee 2014, quelle del tanto vantato 41% del PD. Cosa vale, per davvero, quella percentuale sommata a quella del M5S secondo arrivato rispetto alla totalità dell’elettorato ?: il 34,44% (il 41% del PD si contrae in questo caso al 22,68%).

Insomma, per concludere (e non avendo analizzato l’effetto delle soglie di sbarramento sulla rappresentatività reale delle Camere rispetto alla realtà del Paese) l’interrogativo pare legittimo: come può essere possibile affidare un premio di maggioranza così grande a partiti così poco rappresentativi della realtà sociale?

Forse sarebbe il caso di introdurre una clausola di salvaguardia: nel caso in cui i primi due partiti non superano la soglia del 50% rispetto al totale degli aventi diritto non si assegna premio di maggioranza, né si svolge l’eventuale ballottaggio ma i seggi dell’unica residua Camera elettiva dovrebbero essere distribuiti con il sistema proporzionale.

L’ansia della governabilità e dell’esercizio indiscriminato del potere ha fatto smarrire il dato che maggiormente stava a cuore ai Padri Costituenti: quello della rappresentanza politica e sociale.

Quella rappresentanza che Togliatti aveva riassunto nella formula: “Il Parlamento come specchio del Paese”.

Franco Astengo
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