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La nota di "storia della Politica" a cura di Franco Astengo

A VENTICINQUE ANNI DALLA BOLOGNINA: DECLINO, CADUTA, SUBALTERNITA’ DELLA SINISTRA ITALIANA

Venticinque anni fa, 12 Novembre 1989, nel corso di una riunione di partigiani nel quartiere della “Bolognina” a Bologna, Achille Occhetto annunciava, in coincidenza con la caduta del Muro di Berlino, la possibilità che il Partito Comunista Italiano mutasse nome e, insieme, indirizzo politico.

Quella storia è troppo nota per essere ricostruita nel dettaglio in questa occasione.

Si tenterà, quindi, sulla scorta anche di analisi già sviluppate in passato di definire una sorta di “visione politica” riferita agli sviluppi di quel fatto attraverso la definizione degli elementi di declino, di vera e propria caduta, di sottomissione alla subalternità verso l’avversario che hanno contraddistinto nel corso di questi anni il cammino dell’area comunista in Italia con la formazione del PDS poi DS e infine PD fino all’avvento della segreteria Renzi e lo smarrimento completo e definitivo delle residue istanze di sinistra all’interno di quel partito, mentre l’altro soggetto uscito da quella diaspora, cioè Rifondazione Comunista, è ormai sulla soglia dell’estinzione fisica dopo aver subito almeno una decina di scissioni, da destra e da sinistra, e aver assunto identità sbagliate come quella personalistica, movimentista, governista: un mix micidiale che avrebbe stroncato un tirannosauro e che, in effetti, hanno finito con rendere irrilevante la presenza dei comunisti nel nostro Paese.

IL DECLINO

Il tentativo è quello di riassumere i limiti di fondo che il PCI conteneva già in sé e nel suo rapporto con la società italiana da molto tempo e analizzare la conseguente debolezza della proposta politica che, appunto, era stata avanzata proprio dalla svolta della Bolognina.

Dall’inizio degli anni’80 l’emergere di questioni e problemi sui quali sarebbe stato giusto sollecitare un più audace e coraggioso rinnovamento, così come nell’elaborazione che nella proposta furono, invece, assunti come fattori da interpretare in senso di una maggiore omologazione, sia nei comportamenti politici, sia negli orientamenti culturali e ideali che, in quel momento, raccoglievano i più facili consensi.

Cominciava, in sostanza, a far breccia, anche nel PCI o almeno in settori rilevanti del Partito, la grande offensiva ideale e politica neoconservatrice che, proprio in quegli anni’80, favorita del precipitare della crisi del sistema comunista in tutto l’Est europeo, sia dal logoramento e dall’esaurimento anche delle migliori esperienze socialdemocratiche dell’Europa Occidentale, si sviluppò con impeto in Europa come in America (sotto l’insegna del reaganian – tachterismo), e i paesi dell’Est come in quelli dell’Ovest.

Andò così maturando, anche nella realtà italiana, una sconfitta che, prima ancora che politica, risultò essere culturale e ideale.

A questo punto debbono essere richiamate almeno tre posizioni (le più esemplificative) che hanno posto in luce come in pochi anni, anche in un paese come l’Italia considerato paradigmatico di un “caso” proprio perché vi si trovava presente il più grande partito Comunista d’Occidente, quest’offensiva “neocons” avesse modificato, in modo radicale, idee e convinzioni diffuse nell’area dell’opinione pubblica progressista, compresa buona parte della sinistra d’opposizione, con conseguenze fortemente negative che poi si sarebbero manifestate, anche sul piano delle scelte e dei comportamenti politici:

1) In  primo luogo cominciò a raccogliere consensi, trovando ascolto anche in larghi settori della sinistra politica e sindacale, la tesi che la crisi delle politiche di pianificazione e di programmazione (sia nelle forme della pianificazione centralizzata dei paesi di “socialismo reale” dell’Europa dell’Est, sia nelle forme programmatorie delle politiche keynesiane e delle esperienze di Stato Sociale, sviluppatesi a Ovest e nel Nord Europa, principale per impulso delle grandi formazioni socialdemocratiche) non solo poneva alle forze riformatrici seri problemi di ripensamento, ma costituiva una prova quasi definitiva dell’impraticabilità di serie alternative alle regole dominanti del liberismo, del privatismo, del cosiddetto “libero mercato”, dell’individualismo consumistico. Non  a caso l’idea di riaffermare o ricostruire un “punto di vista di sinistra” in economia ( a partire, per esempio, dai problemi dell’occupazione o della tutela ambientale o del definire una diversa gerarchia di priorità e di finalità nella produzione e dei consumi) incontrava difficoltà via, via, più estese e anzi veniva rigettata, quasi pregiudizialmente, nell’opinione più diffusa, come astratta e velleitaria. La conseguenza è che diventava quasi un luogo comune affermare che il banco di prova per dimostrare la maturità di governo della sinistra risiedeva, ormai, nella capacità di far valere come scelta prioritaria, senza concessioni a ideologismi solidaristici o a interessi corporativi, il rispetto dei vincoli “oggettivi” delle compatibilità finanziarie e monetarie (da ciò è derivata l’accettazione acritica dei parametri imposti per l’unificazione europea, dal trattato di Maastricht: acriticità che impedito di vedere in tempo le possibilità di rivedere il patto di stabilità, fino alla crisi che oggi investe, appunto, gli equilibri politici ed economici del processo di allargamento dell’Europa a 28).

Tornando però al periodo di avvio del declino del PCI deve essere, ancora, fatto rilevare che il diffondersi di queste posizioni di accettazione dell’impostazione neo-liberista ben al di là della tradizionale area moderata, avvenuta tanto più in una fase di intense ristrutturazioni (a partire dai 35 giorni della Fiat del 1980) che già tendevano, in allora, a ridurre e a rendere più precaria l’occupazione, ad accentuare la flessibilità della risorsa lavoro (fino alle esasperazioni attuali) e della risorsa ambiente, a diminuire i vincoli e i costi sociali che pesavano sulla produzione, abbia avuto il risultato pratico di contribuire a indebolire la tutela del mondo del lavoro e a modificare, a svantaggio della sinistra, i rapporti di forza nella struttura produttiva e sociale.

Non a caso, proprio a partire da quella fase, è stato possibile parlare dell’affermazione di quello che è stato definito “pensiero unico” ispirato, appunto, dalla teoria neoliberista;

2) In secondo luogo non si può sottovalutare il peso che ebbe, nel corso degli anni’80 l’insistente campagna sulla “crisi” e sulla “morte” delle ideologie.

Una campagna che ebbe effetti rilevanti sugli orientamenti di larga parte dell’opinione pubblica.

E’ quasi inutile ricordare quanto di ideologico vi fosse, e continui a esserci, alla base della tesi della “crisi” e della “morte” delle ideologie.

Rimane il fatto che proprio quella campagna propagandistica appena ricordata finì con l’essere largamente accettata anche a sinistra, non solo come critica dei “partiti ideologici” ( e partiti ideologici per eccellenza erano considerati, in Italia, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista), ma anche come demistificazione dell’idea stessa di una finalizzazione ideale e morale dell’azione politica.

Alle “finalità”, e al loro presunto retroterra ideologico, andava così contrapposta l’idea della presunta “concretezza” dell’apertura al nuovo, al moderno.

Al punto da presentare, sulla scena del confronto politico, un’inedita contraddizione tra “vecchio” e “nuovo”.

Una contraddizione assunta, al punto, da considerare il cosiddetto “nuovismo” come criterio di commisurazione della validità dell’iniziativa politica.

Non c’è bisogno di ricordare, sia pure a distanza di venticinque anni, quanto peso abbia avuto una simile posizione nella fase di passaggio del PCI al PDS, cioè dal vecchio “partito ideologico di massa” alla “cosa” di cui non si riconosceva né il nome, né il programma, e neppure le finalità e i contenuti;

3) Il terzo punto riguarda, infine, il fatto che la critica alla degenerazione del sistema dei partiti avesse assunto, via via, nel corso del decennio, anche in settori, sempre più estesi del gruppo dirigente comunista, un mutamento di segno.

Si era passati, infatti, dalla domanda di “rinnovamento della politica”, così come era stata formulata da Berlinguer, a una proposta di mutamento del solo “sistema politico” (inteso in senso stretto) attraverso il cambiamento delle regole istituzionali ed elettorali.

Si spalancò così, in quel modo, la porta alla deriva decisionista, in particolare all’idea che bastasse “sbloccare” il sistema politico per realizzare l’alternanza e mettere così fine alla spartizione dello Stato, alla corruzione, al malgoverno.

Per “sbloccare il sistema politico” il PCI avrebbe dovuto, così, mettere in discussione se stesso, ponendo fine al “partito diverso”, omogeneizzandosi agli altri partiti.

Erano dunque mature le condizioni per portare a compimento la storia del Partito Comunista Italiano.

Tutto questo è avvenuto mentre la crisi della democrazia italiana era giunta, verso la fine degli anni’80, a un punto di estrema gravità.

La grande occasione che si era pur presentata nel corso del decennio precedente era andata perduta, per cause oggettive e soggettive, senza che si riuscisse a dispiegare quella capacità di promuovere un radicale rinnovamento nel modo di governare, del costume, dello spirito pubblico, del senso dello Stato di cui il paese avrebbe avuto estremo bisogno, ma che, ancora una volta era stato mancato.

La caduta della “diversità”

Lo scioglimento del Partito, compiuto con la svolta del 1989, non è dunque avvenuto nell’affermazione di una necessità di un’innovazione radicale, che segnasse nelle forme più risolute possibili il più netto distacco da quel sistema sociale e politico, che stava franando in Unione Sovietica e negli altri paesi dell’Est.

Lo scioglimento del PCI è avvenuto, invece, senza approfondire e sviluppare quegli aspetti peculiari dell’elaborazione e della politica dei comunisti italiani che erano sostanzialmente alternativi al modello sovietico, ma, al contrario, ponendo in atto una generica rottura con la tradizione comunista : rottura generica che, come si vedrà più avanti, fu accolta anche da coloro i quali, nell’opposizione alla svolta, pretesero di intitolarsi una “Rifondazione” che, poi, sul piano teorico e politico non compì mai un passo in avanti.

La liquidazione del PCI fu compiuta , sia attraverso il PDS sia attraverso Rifondazione Comunista, oscurando anche ciò che aveva rappresentato la specificità e l’originalità dell’esperienza del PCI e dell’intera area comunista e della sinistra critica in Italia.

Le vere ragioni di quella scelta furono, probabilmente, ancora più profonde di quelle che fin qui si è stati in grado di enunciare: stavano nella crescente subalternità ideale e culturale, e di conseguenza anche politica, che già negli anni precedenti era venuta caratterizzando le posizioni del gruppo dirigente comunista.

La preoccupazione fondamentale, per larga parte del gruppo dirigente comunista, sembrava essere diventata quella di trovare un decoroso approdo nella grande famiglia dei partiti socialdemocratici europei e di riuscire, finalmente, a infrangere in Italia la “conventio ad excludendum”.

In questa prospettiva fu sottovalutata la crisi complessiva del sistema politico italiano, già prossimo a franare su se stesso per ben diversi motivi dalla mancata alternanza, ossia a  causa del montare dell’onda di Tangentopoli, dalla crescita ogni altra previsione della protesta leghista, dell’esplodere del deficit pubblico al di là di ogni ragionevole livello di guardia.

LA RISPOSTA MANCATA E LA CONSEGUENTE SUBALTERNITA’: LE RESPONSABILITA’ DELLA “SINISTRA COMUNISTA”

L’opposizione a questa inarrestabile deriva fu portata avanti da quella che si poteva definire “sinistra comunista” ma si concluse con un’altra complessiva sconfitta.

La sinistra comunista aveva avuto in Italia una storia ricca ed importante pur raccolta per una lunga fase all’interno della linea togliattiana della “via nazionale” e della rappresentanza diretta della classe operaia nella considerazione di un ruolo “organico” dell’intellettuale.

Una analisi della realtà della sinistra comunista in Italia non può però prescindere dal considerare il PCI la vera forma politica della presenza dei comunisti nel nostro Paese, in considerazione ben inteso della fortissima valenza del quadro internazionale (e del richiamo internazionalista, nella logica esaustiva nel corso dei “30 gloriosi” del dopoguerra della divisione del mondo in blocchi).

La ragione per la quale si può considerare il PCI quale unica forma politica compiuta del comunismo italiano risiede in una ragione teorica, tutta interna al pensiero gramsciano: Gramsci, infatti, rifonda l’autonomia del marxismo basandone le coordinate di fondo su di una “filosofia della prassi” divenuta sinonimo di produzione di soggettività politica, di critica della concezione del mondo della classe dominante ed elaborazione di un’ideologia congrua alle condizioni di vita dei gruppi sociali subalterni.

Questo tipo di elaborazione consentì l’operazione portata avanti dal gruppo dirigente del Partito nell’immediato dopoguerra, per specifico impulso soprattutto di Palmiro Togliatti.

Il prestigio acquisito dal PCI nell’organizzazione dell’antifascismo militante e nella guerra di Liberazione, nonché l’essenziale contributo dell’Unione Sovietica alla sconfitta del nazismo, furono all’origine, in quel periodo, di un rinnovato interesse per il marxismo.

La ripresa del marxismo, pur traendo alimento da forti referenti storico – sociali, fu processo non facile sul piano teorico.

Nell’URSS di Stalin, durante gli anni ’30 – ’40 la sintesi engelsiana del marxismo era stata trasformata in dottrina dello Stato fondata sull’opposizione tra teoria materialistica e teoria idealistica della conoscenza.

Le leggi scientifiche del materialismo storico furono considerate un’applicazione particolare del materialismo dialettico, in quanto filosofia che compendiava le leggi di movimento della realtà naturale e sociale.

La marxiana critica dell’economia politica fu sostituita da una scienza economica socialista capace di calcolare i prezzi e di allocare razionalmente le risorse nell’ambito di un sistema pianificato.

Le sorti del socialismo furono, così, identificate con i sostenuti ritmi di sviluppo delle forze produttive e i successi politici ed economici della “patria del socialismo” furono chiamati a verificare la validità della teoria marxista-leninista.

L’autonomia teorica del marxismo italiano, e di conseguenza della sua forma-partito, rispetto al quadro fin qui disegnato fu avviata da Togliatti con la pubblicazione dei “Quaderni del Carcere” avvenuta tra il 1948 e il 1951: principiò, in allora, la costruzione di una genealogia del marxismo italiano partendo addirittura da Vico, passando da De Sanctis, Bertrando Spaventa, Labriola, Croce fino a pervenire a Gramsci.

Questa operazione culturale conseguì almeno tre risultati: mise in ombra il materialismo dialettico sovietico, fornì la piattaforma per l’elaborazione strategica del “partito nuovo” aprendo il solco teorico su cui basare la “via italiana al socialismo” tesa alla costruzione della “democrazia progressiva” e difendeva, infine, bel clima ideologico della guerra fredda, la continuità della cultura democratica progressista italiana, conquistando una generazione di intellettuali di cultura laica, storicista e umanistica a posizioni genericamente marxiste, senza provocare “lacerazioni troppo nette”.

Al primo convegno di studi gramsciani Eugenio Garin, Palmiro Togliatti e Cesare Luporini sottolinearono che Gramsci aveva tradotto in italiano l’eredità valida di Marx e che il suo pensiero era profondamente radicato nella cultura e nella realtà nazionale.

In quella sede fu fortemente criticato l’economicismo, attribuendo importanza alle ideologie e alla funzione degli intellettuali.

Gramsci collocava, infatti (almeno nella stesura togliattiana dei “Quaderni” antecedente all’edizione integrale curata da Gerratana nel 1977) la politica al vertice delle attività umane, sviluppando la dottrina leninista del partito estendendo lo storicismo integrale in direzione di un’originale teoria delle sovrastrutture e respingendo la teoria della conoscenza come riflesso.

La concezione del marxismo in Gramsci è quella di considerarlo non un metodo, ma una concezione del mondo rivolta a cogliere le possibilità storicamente date nella prassi sociale.

Il più valido spunto critico a questo tipo di impostazione venne, dopo il ’56 da Raniero Panzieri e dal gruppo dei “Quaderni Rossi”: Panzieri fu promotore di una riscoperta della democrazia consiliare e del primato del “soggetto classe” sul predicato partito, critico tanto dell’ideologia della stagnazione quanto dell’ideologia tecnocratica della programmazione, che riduceva la questione sociale a un problema tecnico e identificava il capitalismo con la società industriale e l’illimitato sviluppo della produttività.

Panzieri era fortemente critico con l’impostazione togliattiana della celebrazione del nazional-popolare, del recupero storico-culturale della tradizione democratica e soprattutto dello “scarto evidente, nei partiti storici della sinistra, fra il primato esteriore dell’ideologia e la pratica quotidiana di pura amministrazione”.

La scomparsa prematura di Panzieri, il disinteresse del PSI ormai impegnato nell’operazione centrosinistra (la “politique d’abord” di Nenni) la debolezza teorica e politica dello PSIUP non consentirono a questi importanti spunti di analisi di rappresentare la base per una soggettività politica rappresentativa di un vero e proprio contraltare teorico allo storicismo togliattiano.

Non risultò neppure all’altezza di quel confronto il punto  di dibattito apertosi al momento della scomparsa di Togliatti, ad iniziativa di quella che poi sarebbe stata definita “sinistra comunista”: iniziativa avviata essenzialmente grazie ad una riflessione di Rossana Rossanda e Lucio Magri che rimproveravano, sostanzialmente, allo storicismo di aver oscurato il nocciolo teorico di Labriola e Gramsci (Magri riprende il tema nel “Sarto di Ulm”) e di aver annacquato il marxismo nel quadro di una tradizione dai contorni imprecisi rivendicando un primato del politico sull’economico che aveva smarrito il nesso tra teoria e prassi, tra scienza e storia, oscillando così tra il riferimento di una realtà di pura empiria (attribuita all’ala amendoliana del partito) e di un semplice finalismo volontaristico.

Restarono così punti irrisolti di dibattito che forse avrebbero dovuto essere sviluppati con una capacità critica portata molto più a fondo, ma emersero limiti forti di vero e proprio politicismo al punto che, con gli anni’70, si sviluppò una sorta di “primato della politica” che portò, sulla base del prevalere del concetto di governabilità, al collasso della teoria: ben in precedenza alla stagione degli anni’80 che portò alla liquidazione del partito.

Per questi motivi di fondo: autonomia teorica dal modello sovietico, primato della politica sull’economia senza alcuna visione meccanicistica in questo senso, assunzione della concezione gramsciana del rapporto tra struttura e sovrastruttura, sovrapposizione del partito alla classe (nella versione togliattiana del partito nuovo) il PCI è stato il solo soggetto politico rappresentativo del comunismo italiano. Il resto (anche nella critica di Panzieri) ha ruotato attorno: da Ingrao, al Manifesto, da Trentin al sindacato dei consigli (vera forma politica dell’immediatezza della rappresentanza di classe).

L’esperienza della sinistra comunista, in Italia, si è chiusa ad Arco nell’Ottobre del 1990, allorquando la mozione del “no” alla proposta di Occhetto si divise, dopo aver ascoltato una relazione di Lucio Magri “Nel nome delle Cose”), attorno a due analisi sbagliate, quella del “gorgo” di Ingrao e quella scissionista di Cossutta, cui si collegò Garavini. L’eredità del PCI era troppo forte, grande, importante e “drammatica” nel bene e nel male per poter essere trascinata in una contesa del genere. Il gruppo dirigente lì riunito non  ebbe la capacità politica di intuire quale era il punto di fondo: quello dell’unità delle forze che volevano conservare e accrescere il patrimonio della presenza comunista in Italia, nonostante la proposta di liquidazione del partito.

Poi le soluzioni organizzative potevano essere diverse, ma quello era il fatto dirimente.

Ci sono due foto, nel libro di Luca Telese “qualcuno era comunista” emblematiche sotto questo aspetto: nella prima ci sono i presentatori della mozione del “no” (Ingrao, Natta, Chiarante, Tortorella, Magri, Castellina) nessuno dei quali è presente nella foto di presentazione di Rifondazione al congresso di Rimini (Garavini, Cossutta, Libertini, Salvato, c’è perfino Nichi Vendola imbucato come al solito in una storia non sua, cui pretende di appartenere, anche se nel PCI c’è stato. Ma un conto è stare in un partito e altro affare è appartenerne alla storia e alla cultura).

Lo stesso discorso vale per molti altri nella storia del PRC e delle sue successive diramazioni, fino ai nostri giorni.

In sostanza non c’è stata continuità sul piano storico, sul piano politico, sul piano teorico e della dimensione intellettuale pur nell’analisi necessaria di ciò che era stato sbagliato e di ciò che avrebbe potuto rappresentare un lascito positivo per consentire il mantenimento e l’accrescimento di una proposta politica comunista in Italia non minoritaria e non meramente di tipo politicista.

Il PRC, costruito troppo affrettatamente soltanto per dare sfogo alla libido elettoralistica di molti dirigenti soprattutto periferici (la voglia di assessorato, nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni: alimentata in più da una adesione acritica al sistema elettorale maggioritario) era esposto da subito, non tanto e non solo al vento scissionista, ma alla assunzione di una identità “debole” di natura anarco-sindacalista (Bertinotti) e di subalternità ai movimenti (vedi G8 a Genova) dovuta all’assunzione di una pratica politica mutuata dall’avversario: il personalismo (il più sfrenato, a tutti i livelli) e la costruzione della policy attraverso i sondaggi.

Ma questa è un’altra storia: ripeto, la sinistra comunista in Italia chiude ad Arco, nel casinò absburgico della cittadina trentina, nell’ottobre del 1990 ed è da quel punto che sarebbe necessario, avendone l’intenzione, di riprendere il discorso partendo dalla ricostruzione di una “diversità”, di una autonomia effettiva di pensiero e di azione.

Mentre il PCI si scioglieva l’Italia si apprestava a essere dominata da una politica fondata sulla personalizzazione, sull’uso spregiudicato dei mass – media, sul liberismo più aggressivo intrecciato a un populismo di basso profilo: proprio nel momento in cui la “diversità” dei comunisti italiani avrebbe potuto rappresentare un argine a questo dilagare di mediocrità culturale e politica, questa veniva dismessa aprendo la strada alla più completa omologazione “governista” della sinistra storica italiana.

Si è così arrivati nell’attualità alla quasi completa sparizione della presenza politica dei comunisti in Italia e addirittura all’espressione di un’incapacità di contrasto alla costruzione di un regime autoritario e anticostituzionale come quello in fase di avanzata costruzione in questa fase politica.

Un bilancio tragico e disastroso nel quadro di una caduta complessiva della possibilità di rappresentanza politica per i ceti subalterni lasciati in balia di una gestione del ciclo capitalistico tra le più feroci della storia, in grado di puntare a un vero e proprio “arretramento epocale”.

PERCHE’ E’ STATO SCRITTO QUESTO TESTO E DA DOVE RIPARTIRE

Questo testo, sicuramente incompleto e lacunoso, è stato scritto al fine esclusivo di suscitare una riflessione di fondo in quegli ambienti che ritengono ancora utile e possibile recuperare, pur con grande fatica e contraddizioni, una presenza comunista in Italia pur nelle mutate condizioni di equilibrio internazionale, di sviluppo dell’economia, di scansione gerarchica nelle soggettività sociali, di mutamento nel rapporto tra struttura e sovrastruttura con la crisi verticale di rappresentanza e capacità di organizzazione sociale dei corpi intermedi, primi fra tutti i partiti e i sindacati.

Una presenza comunista organizzata all’interno della quale sviluppare soprattutto l’analisi e l’azione delle mutate condizioni politiche esistenti nel nostro Paese, laddove si è registrato – in sostanza – l’affermarsi di un regime autoritario appare del tutto indispensabile ed urgente.

Purtroppo, deve essere sottolineato con amarezza, negli ambienti in cui operano compagne e compagni ancora attivi prevalgono linee di “sindrome della sconfitta” e “paura della politica”, del tutto ingiustificate rispetto all’urgenza dell’oggi contrassegnata da una necessità di opposizione sociale e politica e di strutturazione organizzativa per fornire corpo alle lotte, sintesi politica, prospettiva per il futuro e anche nuova rappresentanza a tutti i livelli.

Svolta_della_Bolognina_-_12_Novembre_1989

L’obiettivo immediato dovrebbe essere quello di una riflessione mirata all’identità possibile di una “sinistra comunista” oggi, tenendo conto dei dati di novità intercorsi nel tempo ma anche e soprattutto dell’esigenza del riconnettersi produttivamente con una storia che non è possibile relegare soltanto nell’ambito dei ricordi nostalgici.

Franco Astengo
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