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La nota di "ermeneutica sociale" di Franco Astengo

SCIOPERO DEL 14 NOVEMBRE: TENSIONI SOCIALI E PROSPETTIVE POLITICHE

Tratto dal blog  Http://sinistrainparlamento.blogspot.it

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La giornata del 14 Novembre contrassegnata dal cosiddetto “sciopero sociale” e dalla mobilitazione, al Nord, della FIOM ha confermato alcuni elementi di analisi e di prospettiva che si stanno portando avanti da tempo ma che non trovano ancora sufficiente corrispondenza nei luoghi politici cui sono destinati.

Si riprende quindi il filo rosso mai interrotto di un discorso nell’auspicio di non annoiare più di tanto.

Andando per ordine: questa giornata ha dimostrato come sia presente una forza di contrasto alle attuali politiche del potere. Una forza di contrasto dotata ormai di una massa critica sufficiente a porre con forza la questione di un’opposizione complessiva a queste politiche e a queste forme di governo sia sul piano europeo, sia su quello interno.

Certamente c’è ancora tutto (o quasi) da costruire ma il dato di fondo dell’emergere di una possibilità di presenza concreta di una forma di continuità importante della lotta sociale e di costruzione di una soggettività politica anticapitalista e d’opposizione per l’alternativa pare esistere nella realtà.

L’esito della giornata di lotta del 14 Novembre fornisce almeno due importanti elementi di riflessione:

  1. a) L’elevato grado di disagio sociale che percorre il paese attraverso il quale, da più parti, si reclama un’iniziativa di lotta non settoriale né corporativa e neppure di confronto/scontro generazionale ma complessiva, in grado di porre i temi di un’alternativa radicale;
  2. b) Appare evidente che la crescita delle diseguaglianze economiche e sociali verificatasi nel corso degli ultimi anni ha portato a una spaccatura evidente sul piano delle gerarchie di reddito, di “status”, di concezione del mondo (ed anche della politica).

Ad esempio il complessivamente arrogante ceto politico che dirige il PD, imperniato su espressioni di giovanilismo arditesco di cui si sono fatte interpreti soprattutto le donne appartenenti a quel ceto, è proprio frutto di questa crescita delle diseguaglianze economiche, sociali, culturali. Questi soggetti fanno parte di ceti privilegiati  che non hanno conosciuto il lavoro, hanno vissuto di privilegi e considerato la politica il mezzo per la loro personale scalata sociale. Una sorta di “notabilato professionale per diritto di nascita”, parafrasando Max Weber.

Un altro esempio si potrebbe fare analizzando la realtà del ceto imprenditoriale all’interno del quale sono emersi elementi molto pericolosi di vero e proprio disprezzo per il lavoro e di concezione dello sfruttamento come fattore quasi naturale della propria affermazione economica e sociale.

Entrambi questi soggetti, il gruppo dirigente del PD e quello “padronale” (fuori e dentro la Confindustria) hanno un comune obiettivo: quello dello stravolgere definitivamente i rapporti di forza a tutti i livelli considerando veri e propri “nemici” i sindacati e i soggetti d’opposizione di sinistra puntando a togliere loro qualsiasi possibile capacità di rappresentanza politica.

Questa situazione è stata intuita prima dalla base sociale che non dai gruppi dirigenti sindacali e politici, confederali e di base, nostalgici del centrosinistra oppure orientati verso l’opposizione di sistema.

Tutti questi gruppi dirigenti sono apparsi in ritardo sull’analisi e sulla capacità di impostare una prospettiva.

Intendiamoci bene su questo punto: nel caso non c’è nessuna intensione di contrapporre una “base buona” a “vertici cattivi”.

Piuttosto l’insistenza è a trovare la strada per un ricompattamento sul piano dell’analisi e dell’iniziativa politica: difficilmente ciò potrà avvenire senza la costruzione, in entrambi i campi, sindacale e politico di autonome soggettività in grado di produrre conflitto, aggregazione, sintesi e proposta.

La giornata del 14 Novembre ci dice che in mezzo alle grandi masse di lavoratrici e lavoratori, disoccupati, precari, esodati, pensionati non compare nulla sul piano politico: così le forti tensioni sociali non trovano sbocco in una sintesi di iniziativa continua e penetrante sull’insieme dei delicati equilibri che reggono il Paese e il confronto tra questo e l’Europa e crescono i rischi dell’alimentarsi davvero della “guerra tra poveri” e della crescita di un corporativismo dalle venature razziste.

Di fatto, in questo modo, esaurita la spinta delle lotte rimaste fine a se stesse ci sarà il definitivo  via libera al nuovo autoritarismo.

Franco Astengo
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