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La nota di "ermeneutica politica" a firma di Franco Astengo

DEMOCRAZIA ITALIANA: CHE FINE HA FATTO IL SUFFRAGIO UNVERSALE?

Giampiero Cama, Giovanni Battista Pittaluga ed Elena Seghezza, in un loro saggio dal titolo “Suffragio Universale e Poteri del Parlamento” pubblicato nel numero di Agosto dei “Quaderni di Scienza Politica” segnalano una significativa ripresa di studi sul concetto di suffragio universale e sugli esiti determinati dall’estensione della possibilità di partecipazione dei cittadini al voto.

Il saggio riprende e sviluppa approcci del passato del quale il più importante appare essere quello già elaborato da Elmer E. Schattschneider (Governo di Partito 1942, New York) secondo il quale l’estensione del suffragio era il derivato di élite in competizione tra di loro.

Referendum_1946_Roma

Si aggiunge, inoltre, che l’estensione del suffragio risulta essere meno costosa per l’élite al potere laddove il Parlamento ha scarsi poteri.

L’altro approccio riguarda l’implicazione relativa al rapporto tra diritto di voto e ampiezza dei poteri del Parlamento, alla luce della modernization theory relativa alla relazione diretta esistente tra sviluppo socio-economico e democrazia.

Questa teoria è stata innervata dal contributo di Lipset (“Qualche requisito sociale della democrazia: Sviluppo economico e legittimazione politica” 1959) secondo cui la crescita economica e i cambiamenti sociali che la accompagnano favoriscono l’emergere di una cultura democratica.

Valutati questi assunti, sorge, nell’attualità, una domanda: fermo restando la realtà del suffragio universale non ci troviamo forse di fronte, rispetto alla teoria di Lipset (ed anche a quella di Schattschneider) a una sorta d’inversione di tendenza nelle finalità e nell’affermazione del diritto di voto?

Ciò che sta accadendo in Italia in questo periodo conferma e legittima l’interrogativo.

Pare essere in forte discussione l’idea che serva un allargamento della platea elettorale al fine di favorire la competizione tra le élite.

Una competizione che non c’è più perché ridotta al confronto individuale, una sorta di ritorno al meccanismo elettorale tra “notabili” precedente alla prima rivoluzione industriale.

Esaurite le diversità ideologiche, sfumate al massimo quelle programmatiche (tutte interne alle varie gradazioni di liberismo) assorbiti dalla complessità i riferimenti sociali, la tenzone elettorale si riduce a una competizione per il potere con i candidati interscambiabili fra loro (è questo il senso delle “primarie) e diventa del tutto indifferente la partecipazione al voto che non viene così stimolata dagli attori presenti nell’arena politica.

Questa può ben essere considerata una limitazione oggettiva del suffragio universale non più destinato a costruire le diverse soggettività della rappresentanza politico – istituzionale.

Il secondo elemento di smentita della validità del suffragio universale è quello relativo al collegamento con la crescita economica.

E’ proprio la contrazione nell’estensione del voto (in questo caso indirizzato esclusivamente verso l’obiettivo della governabilità, ormai quasi intesa – proprio in assenza della competizione tra élite- in forma quasi plebiscitaria) che fornisce il segno dell’arretramento: un arretramento che si configura come aumento smisurato delle diseguaglianze e di conseguenza di marginalizzazione di interi settori sociali che non trovano più interesse nel voto.

Il funzionamento della liberaldemocrazia, dentro il cui meccanismo ci troviamo e quindi costretti a tenerne ben conto, non appare quindi più legato al concetto di rappresentanza politica ma a quello della governabilità realizzata attraverso una competizione di tipo individualistico: questo fatto rende in parte obsolete le teorie più consolidate in materia d’analisi del suffragio e finisce con il distorcere l’esito di quello universale come se questo fosse limitato come avveniva nelle prime fasi dello sviluppo dei sistemi fondati sulla rappresentatività delle istituzioni quando la partecipazione era ridotte a poche, precise, categorie sociali suddivise principalmente attraverso il censo.

Abolizione della rappresentatività politica strettamente legata alla ricostituzione di rigidi meccanismi di classe e all’esclusione di altrettanti precisi settori politici e sociali dalla presenza istituzionale: se non è arretramento e/o involuzione come lo si potrebbe diversamente definire?

Franco Astengo
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