Home | Io penso dunque sono | LA DESCRIZIONE DELLO STATO DI COSE IN ATTO NON E’ FARINA DEL NOSTRO SACCO MA L’INTERROGATIVO RIMANE QUELLO DI SEMPRE “SOCIALISMO O BARBARIE”

La nota di "ermeneutica politica" a firma di Franco Astengo

LA DESCRIZIONE DELLO STATO DI COSE IN ATTO NON E’ FARINA DEL NOSTRO SACCO MA L’INTERROGATIVO RIMANE QUELLO DI SEMPRE “SOCIALISMO O BARBARIE”

Il mito della continua crescita economica non è più che un mito; il lavoro sta cessando di avere un valore coesivo tra individui e strati sociali; aumenta sempre più il divario tra chi ha e chi non ha, così come la differenza tra i destini dei singoli o tra ciò che significa vivere in un luogo e non in un altro; mentre la secolarizzazione aggredisce alla radice l’intero mondo valoriale e simbolico dei tradizionali rapporti tra gli individui.

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In tutta l’Europa, insomma, si profila una crisi profonda dai contorni ancora imprecisi ma di sicuro inquietanti improvvisamente la democrazia si è trovata davanti  a un ospite inatteso: la povertà in crescita.

Mentre masse sempre più ampie appaiono ideologicamente allo sbando, mentre si afferma dovunque e a ogni occasione un rabbioso sentimento di rivolta contro l’élite”.

Queste parole, che descrivono con grande efficacia la situazione storica che stiamo vivendo in questa parte del mondo, non sono il frutto di un’elaborazione di un qualche “think-thank” dell’estrema sinistra ma sono contenute in un articolo del prof. Ernesto Galli della Loggia pubblicato dal “Corriere della Sera” il 20 Novembre.

La risposta che Galli della Loggia fornisce a questo stato di cose (del resto contenuta nell’occhiello del titolo “Una democrazia da rifondare”) è quella di un riappropriarsi della politica da parte dei cittadini attraverso una ridefinizione delle procedure democratiche intese nel senso della “democrazia del pubblico”.

Scrive, infatti, ancora Galli della Loggia nello stesso articolo:

“ ..Mettere da parte una prassi orientata alla “via di mezzo”, al “c’è sempre qualcosa per tutti”, e viceversa provare a pensare la realtà in modo inedito e radicale (che vada alla radice delle cose) organizzando in tal senso anche il meccanismo delle decisioni: senza vietarsi ad esempio di immaginare pure regole e istituti nuovi.

Alla fine, riscoprire il “politico” dovrebbe voler dire per la democrazia innanzi tutto questo: riscoprire e riformulare il concetto di sovranità, e con esso la necessità creativa imposta periodicamente dalla vicenda storica.

La sfida che essa dovrà affrontare in futuro consisterà probabilmente nel restare se stessa, con i suoi principi costituzionali (il consenso, le libertà individuali e il “governo per il popolo”) ma avere il coraggio di osar di uscire dalle forme del suo stesso passato, di trovarsi vesti nuove, un nuovo soffio ispiratore”.

Che cosa propone, in sostanza, il prof. Della Loggia: estraendo due passaggi dal suo intervento si potrebbe pensare a un nuovo modello democratico fondato su di un demiurgo che “governa per il popolo” assumendo le decisioni andando “alla radice delle cose” nell’organizzazione del meccanismo delle decisioni stesse.

Quindi la “democrazia del pubblico” con il dialogo diretto tra il Capo e le masse e le decisioni calate dall’alto e assunte in via plebiscitaria fuori dall’intermediazione dei partiti e delle rappresentanze sociali.

Appare evidente che, in questo caso, ci troveremmo su di un crinale molto pericoloso perché sarebbe su questa base che si ridefinirebbero  il concetto di sovranità e lo stesso quadro delle libertà individuali, concesso soltanto all’interno del quadro dato dal meccanismo plebiscitario e fuori dalla possibilità di organizzare corpi intermedi che non siano quelli di supporto al potere del demiurgo.

L’articolo  di della Loggia contribuisce, quindi, a precisare il tipo di regime verso il quale ci si sta incamminando e proprio la descrizione che vi è contenuta circa l’attualità fa risaltare l’assoluta assenza di una risposta da parte dei soggetti che dovrebbero essere rappresentativi di quei settori sociali maggiormente penalizzati dalla crescita del “divario tra chi ha e non ha”.

Si pongono quindi due questioni:

1)      La prima è quella della qualità della democrazia che non può essere disgiunta da una messa in campo da una iniziativa posta nel senso non tanto di difesa quanto di riaffermazione delle centralità del dettato costituzionale considerato proprio sotto l’aspetto dell’architettura dell’equilibrio dei poteri, dell’esercizio della rappresentanza, della centralità del Parlamento. La centralità del parlamento  non può essere sacrificata all’idea di una governabilità realizzata attraverso un rapporto extra-parlamentare di tipo – appunto- plebiscitario;

2)      Quanto affermato al punto 1 però non basta. E’ assolutamente indispensabile e necessario che siano posti gli interrogativi giusti davanti alle grandi masse di popolo sofferenti per la crescita del divario economico e sociale e per la riduzione di espressione democratica. Il più importante tra questi è quello storicamente definito nei periodi di grande oscurantismo culturale: socialismo o barbarie?

Non si tratta di un interrogativo retorico da usare per “far votare un’illusione” (come sostiene oggi il leader di Podemos, Iglesias) ma da utilizzare molto concretamente per  disegnare un orizzonte storico pienamente alternativo al plebiscitarismo cesarista incarnato dal nuovo demiurgo che dalla televisione parla a tutto il popolo.

L’ideale del socialismo deve essere considerato come meta imprescindibile del processo di eguaglianza Tanto per sgomberare il campo da possibili equivoci per ciò che si itnende esprimere attraverso questo intervento proprio oggi, tra l’altro e finalmente, un altro professore, Stefano Rodotà, scopre la debolezza del concetto di “solidarietà”. Un’ammissione davvero non da poco sul piano teorico anche per chi intende rimanere comunque all’interno del campo liberaldemocratico non soltanto in campo istituzionale.

L’idea del socialismo radicalmente alternativa alla avanzarsi della barbarie: abbiamo bisogno di riprendere quell’idea, proprio l’idea del socialismo, e di inverarla ancora in una soggettività collettiva.

 

Rosa Luxemburg “Socialismo o Barbarie” da Juniusbruchum, Zurigo 1915.

Franco Astengo
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