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Una proposta da parte del Comitato ALFARE

Privatizzazione (parziale) del CIT: perché no!

 

Come più volte ribadito il problema non è salvare il CIT, il problema è salvare il servizio pubblico.

In quest’ottica si può anche dare concretezza ai posti di lavoro, per i quali c’è giustamente grande apprensione. Immagine 018

L’efficienza del settore privato e le finalità sociali del settore pubblico, riunite in partecipazione “pubblico-privato” parrebbero apparire un connubio perfetto.

Il realtà, mentre il settore pubblico trae vantaggio dall’efficienza del  settore privato soprattutto  in termini di  “profitto” per politici e dirigenti pubblici,  il settore privato, operando sotto l’ombrello protettivo della politica ed in regime di ridotta o assente concorrenza, attenua il  rischio dell’impresa,  preferendo generalmente cercare di fare utili , nel modo più semplice, con i soldi dei contribuenti.

Ma alla fine tale sistema partecipato, non efficientemente spronato dalla concorrenza, collassa ed implode su se stesso.
Con danni tanto maggiori, sia per i cittadini come utenti e contribuenti che per i dipendenti, quanto pìù l’attività si è protratta nel tempo.

Una privatizzazione è tale quando il pubblico cede l’intera proprietà o almeno il 51 %, con il passaggio al privato del controllo proprietario.

Nel caso specifico del CIT il socio privato, acquisendo una quota di minoranza, al massimo potrebbe ambire ad un posto in consiglio d’amministrazione  da accostare a quelli di nomina pubblica, cioè partitica, la cui esperienza nel settore dei trasporti pubblici la fanno, quando  la fanno, sulla pelle del cittadino. Alla faccia dei tanto sbandierati requisiti di provata esperienza e professionalità , dichiarati essenziali  da parte  dell’Amministrazione Comunale, per la nomina della dirigenza pubblica.

Senza un’adeguata strategia industriale, per il CIT non c’è speranza. A poco vale la boccata d’ ossigeno corrisposta per la quota ceduta.

Le esperienze empiriche hanno dimostrato che generalmente non c’è alternativa alla bancarotta.

Nell’interesse dei cittadini la mano pubblica deve uscire completamente dalla produzione del servizio di trasporto pubblico: deve agire unicamente da regolatore e controllore. Il servizio va assegnato all’impresa privata in grado di garantire il servizio migliore, secondo linee guida elaborate dal regolatore pubblico, al costo più basso.

E’ necessario inoltre , come anche recentemente sollecitato dal presidente dell’Antitrust, un ampliamento a più attori  per  “superare quel capitalismo pubblico che non consente di raggiungere adeguati livelli di efficienza e qualità dei servizi”.

 

Comitato ALFARE - Vincenzo Rapa
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