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La nuova rubrica di araldica a firma di Vittorio Gifra

La Scienza della Gloria

L’Araldica è la scienza che studia gli stemmi, le pezze e le figure usate per comporli, ed il loro significato simbolico e storico. “L’Araldica non è ostentazione, ma è armonia di forme e colori”, come ha sempre detto il Prof. Paolo Tournon, e può anche dirsi “la Scienza della Gloria”, come amava ripetere il marchese Vittorio Spreti. Io, tuttavia, aggiungo: l’Araldica è un diritto soggettivo perfetto della personalità. Già nella Sacra Bibbia, infatti, troviamo traccia dell’araldica arcaica. In Num. II, 2 leggiamo: “Poi il Signore parlò a Mosè ed Aronne dicendo: ‘Si accampino i figli d’Israele, ciascuno presso il suo vessillo principale, sotto le insegne delle loro Casate paterne’ ”. Nel contesto biblico, non possiamo parlare di vera e propria araldica così come oggi la intendiamo: la Bibbia fa riferimento ad insegne, molto probabilmente raffigurate su stendardi ed è sicuro che tutti i popoli, da epoca antica, scelsero “segni” rappresentativi e simbolici, modificatisi nel tempo ma pur sempre atti a distinguerli.

L’Araldica, così come oggi la s’intende, ebbe origine nei tornei, dal sorgere della cavalleria e, naturalmente, dalle Crociate. Così dagli antichi emblemi personali e di clan, si cominciarono ad usare stemmi nei tornei, blasoni che si svilupparono nelle Crociate e furono perfezionati e codificati dagli Araldi. Dal 1037, la “Constitutio de Feudis” dell’Imperatore Corrado II il Salico, aveva reso ereditari i feudi che, da quel momento, entrarono a far parte dei patrimoni dei vassalli: fu così che lo stemma divenne coefficiente politico poiché simbolo e “firma” di una determinata famiglia, per la qual ragione si rese necessaria un’opera di “censimento araldico”, essendo anche le cariche amministrative (marchese, conte, visconte, barone, signore ecc.) divenute ereditarie.

Io amo definire quest’opera di “censimento araldico” “L’Anagrafe a Lunga Scadenza”, e in questo modo ho intitolato uno dei miei libri, quello edito nell’agosto del 1999. Gli Araldi crearono la scienza del blasone, preoccupandosi di renderla enigmatica ed ermetica. Essi godevano d’immunità pari, e a volte superiore, a quella degli ambasciatori, erano, insomma, i cerimonieri di corte che prendevano parte a tutti gli avvenimenti rilevanti, curandone l’etichetta ed il cerimoniale.

Però, a torto si crede che gli stemmi araldici siano una prerogativa esclusiva delle famiglie nobili.

È fuor di dubbio che gli uomini d’arme furono i primi a fregiarsi di stemmi, ornando i loro scudi con emblemi che in seguito divennero ereditari. Più tardi nacque quella nobiltà detta di toga e di cittadinanza «noblesse de cloche», che, riguardando tipicamente un’entità socio-politica, assunse a poco a poco le prerogative della nobiltà di spada.

Il clero stesso ha sempre e giustamente adottato la regola di usare armi araldiche. Nella Chiesa gli stemmi non esprimono un segno di nobiltà, ma indicano un incarico o una dignità ecclesiastica e servono ad individuare “a vista” il cognome dei loro possessori, in sintesi l’antico e vero scopo di tutta l’araldica.

L’antica tavola della Corporazione dei conciatori di Soletta (iniziata nel 1594 e continuata per anni) manifesta l’alto concetto che tali artigiani possedevano nei confronti della scelta e dell’uso di uno stemma. Accanto agli attrezzi del mestiere dei conciatori se ne notano altri che erano già stati scelti dai loro antenati. Foto tratta da: Heraldry: sources, symbols and meaning, 1976, by McGraw-Hill Book co.

L’antica tavola della Corporazione dei conciatori di Soletta (iniziata nel 1594 e continuata per anni) manifesta l’alto concetto che tali artigiani possedevano nei confronti della scelta e dell’uso di uno stemma. Accanto agli attrezzi del mestiere dei conciatori se ne notano altri che erano già stati scelti dai loro antenati.
Foto tratta da: Heraldry: sources, symbols and meaning, 1976, by McGraw-Hill Book co.

Qualunque persona, nobile o no, appartenente alla gerarchia della Chiesa, unicamente per il grado o il suo incarico, ha il dovere di assumere uno stemma personale, se già non ne possiede uno che gli deriva dalla propria famiglia (cognome). Quest’usanza, nei giorni nostri, è mantenuta solamente dalle alte gerarchie ecclesiastiche, ad iniziare da abati e vescovi, cardinali e lo stesso Pontefice, anche se n’avrebbe diritto pure il semplice parroco. Nel XVII secolo, tutti i sacerdoti “de Curia”, adottarono uno stemma, e le persone appartenenti ad un consiglio municipale fecero altrettanto, perché divenute autorità sociali, sia nobili, sia militari, sia ancora semplici rappresentanti delle corporazioni artigiane o commerciali.

Furono i sovrani dei vari stati che, volendo fare dell’araldica e della nobiltà una loro esclusiva emanazione, per mettere “ordine” nelle qualificazioni d’onore, nel XVIII secolo stabilirono regole relative agli stemmi ed alle distinzioni in genere. Iniziarono ad inserire nelle leggi restrizioni sempre maggiori per affermare il principio (errato) che solo i nobili potevano innalzare stemmi.

Dopo la rivoluzione francese, tornò, più insaziabile di prima, la “moda” per i titoli antichi e per quelli “ex novo”. Nel XIX secolo, le leggi araldiche registrarono un inasprimento, rispetto alla ragionevole larghezza sino allora praticata. Si ammise l’uso ufficiale di stemmi, solamente per le famiglie nobili, o meglio, per quelle riconosciute tali dai rispettivi Governi (che incassavano tasse di concessione o conferma), e per le famiglie di provata e distinta civiltà.

Gli stemmi sono un complemento e un simbolo del cognome. Dovrebbero essere tutelati, unitamente al diritto, per la persona, di possederne uno, poiché lo stemma conserva, la sua natura di diritto soggettivo perfetto, non essendo stato sanzionato, giustamente, dalla XIV norma transitoria della Costituzione. Lo stemma non ha eminentemente carattere nobiliare, giacché è “innalzato” anche da famiglie non assolutamente nobili.

È un segno figurativo familiare. I Padri Costituenti, nella norma XIV, non hanno abrogato implicitamente tutta la legislazione precedente in materia araldica, ma solo quella parte incompatibile con la Costituzione repubblicana. L’incompatibilità riguarda, nella specie, il solo riconoscimento dei titoli nobiliari. Dalla norma non si desume che il divieto riguarda anche gli stemmi, che possono sussistere indipendentemente dallo stato nobiliare di una persona.

Si consideri, a tal riguardo, l’esempio della Confederazione Elvetica e della Repubblica d’Austria ove i titoli nobiliari sono proibiti dalla Legge (quindi, una restrizione ancor più severa di quella italiana) ma non gli stemmi. De Iure Condendo anche in Italia, come nel resto d’Europa, il cittadino dev’essere lasciato libero di crearsi uno stemma araldico come proprio simbolo cognominale, se non ne possiede già uno. Essendo erga omnes riconosciuto che uno stemma è un segno figurativo avente funzione identificatrice di un dato cognome, la sua tutela dovrebbe seguire quella del diritto al nome [cognome] con gli articoli 6, 7, 8 del Codice Civile, ristabilendo l’antico diritto-uso “allo stemma”, poi abbandonato dalle persone, in osservanza di leggi restrittive emesse da tutti i Governi che vietarono l’uso degli stemmi da parte di famiglie non nobili.

È noto che in certi cantoni della Svizzera, chi è ascritto alla borghesia di una città (dico borghesia in senso storico, non nell’accezione distorta oggi in uso), poiché divenuti coefficienti politici dello Stato, oltre le loro generalità e professioni, devono registrare, nell’albo municipale, anche il loro stemma araldico.

Trovare uno stemma di una certa famiglia, inserito in qualche antico blasonario, o stemmario che dir si voglia, e oggi non riscontrare la famiglia in oggetto annoverata fra le casate nobili, fa presumere e dimostra, salvo i casi di palese falsificazione, che detta famiglia possedette un’antica civiltà, che, se vogliamo, è seme e fondamento di nobiltà. Forse indica – ancora – che la famiglia in oggetto, pur possedendo antica nobiltà, non richiese al Governo competente alcun provvedimento di riconoscimento o conferma della nobiltà avita “ab immemorabili”, ritenendolo superfluo ed ingiusto, poiché la nobiltà, una volta acquisita, si tramanda “iure sanguinis”. Nessuno, in Italia, sa che famiglie non titolate, d’artigiani e commercianti, ebbero la cognizione precisa della scienza e del metodo araldico di comporre stemmi.

In Svizzera, (ma anche in molte località italiane, ad es. S. Giovanni in Persiceto – BO -), a Soletta, dove fiorì una cospicua corporazione di conciatori di pelli, si può ammirare, nel Museo storico Blumestein, una meravigliosa tavola rotonda. Questa tavola, raffigura ben 155 stemmi a colori, blasoni appartenenti ad artigiani conciatori di pelli, ad evidenziare l’alto concetto araldico avuto da queste famiglie nel scegliersi uno stemma e nel comporselo.

Vittorio Gifra
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