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Amianto nei ruderi dell'ex ospedale di Busalla?

Se fosse amianto…

africa 2012 037 Quando il Direttore Generale della ASL 3 Genovese deliberò (Del. Reg. 1265 del 22/11/2011) l’elenco degli immobili da passare dal patrimonio indisponibile aziendale a quello disponibile per una loro successiva alienazione con cartolarizzazione, ci si applicò con modestia in uno studio che prendendo le mosse dalla legge istitutiva del Servizio Sanitario ( 23/12/1978 n. 833), considerando lo jus superveniens della Riforma e tutte le disposizioni Regionali emanate in applicazione e nel rispetto della citata legge fondamentale dello Stato, confermasse la legittimità della Deliberazione di cui trattasi o ne negasse in qualche modo la conformità a talune disposizioni in tema di svincolo di destinazione e loro reimpiego dei beni.

E’ appena il caso di accennare, anche se l’oggetto che qui viene in considerazione è come si vedrà altro, che lo studio elaborato con qualche impegno e fatica portò alla conclusione che i beni immobili di cui agli artt. 65 e 66 della citata legge 833/78 dovevano considerarsi, dopo la eliminazione del vincolo sanitario, di proprietà dei Comuni, e proprio in virtù della Riforma che volle le ASL braccia sanitarie dei Comuni.

Del resto la stessa normativa Regionale appare negli anni incerta e contraddittoria, forse in ragione delle diverse e crescenti necessità del Sistema.

Proprio per avere un esempio di consapevolezza degli Organi Regionali nel senso del riconoscimento della proprietà dei Comuni dei beni da svincolare si può vedere la L.R. 1/91982, n.37 la quale stabilisce che l’iniziativa per lo svincolo può essere assunta dal Comune, proprietario dei beni, ovvero dalla ASL destinataria.

Come è risaputo, nel nostro Ordinamento Giuridico il diritto di proprietà è uno dei più tutelati: quando viene riconosciuta la titolarità del diritto ad un determinato soggetto non è facile, se non con artifici furfanteschi, sostituirsi ad esso nella vendita del bene.

Semmai l’interesse generale ad un riequilibrio del bilancio Sanitario della Regione richiedesse la collaborazione di determinati Comuni, quest’ultima avrebbe potuto essere sollecitata rendendo trasparente la situazione da affrontare e i passaggi da eseguire per raggiungere lo scopo.

Lo studio venne portato a conoscenza dell’ Assessorato Regionale alla Sanità, del Sindaco di Busalla per i beni che come si dirà subito dopo rientravano in quella lontana deliberazione, a molti soggetti che si muovono nelle brume della politica locale, generalmente disinteressati ad approfondire nell’interesse dei Paesi, proni alle volontà dei padroni del vapore.

Si giustifica l’arrendevolezza di tutti secondo un principio dominante nei straordinari film di Sergio Leone :” quando un uomo con la pistola incontra un altro con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto!”

E’ purtroppo evidente che i buoni propositi che tutti i candidati a Sindaco manifestarono durante la campagna elettorale, sostenendo l’irrinunciabilità di un punto di primo intervento a Busalla ed altro, alla prova del confronto con i vertici Regionali hanno impiegato pochi minuti ad abbassare le giuste richieste e ad allinearsi alle esigenze, queste sicuramente vere, di un Servizio Sanitario Regionale in difficoltà finanziaria.

Per farla breve, dalla fine del 2011 in Consiglio Regionale si discusse della cartolarizzazione che sarebbe servita per colmare i deficit del Settore, ma a Busalla nessuno prese chiara posizione e gli immobili di via Roma (casetta già abitata e poi utilizzata dalla ASL come Ufficio dell’Ospedale- 6 box ampi sulla via compresa ex camera mortuaria) restarono in attesa di eventi.

Il fatto che sollevò subito un naturale interrogativo, ma che anche nello studio di cui si è accennato non trovò alcuna spiegazione, fu’che nell’elenco dei beni allegato alla Deliberazione Regionale non compariva il Dispensario Provinciale al quale si accede attraverso cancelletto sempre dalla via Roma.

Una costruzione a suo tempo apparentemente di un qualche pregio, adesso ridotta ad un semi rudere rifugio di topi, esposta all’interno a tutte le intemperie, collocata in una posizione non disprezzabile, ma bisognosa di interventi evidentemente costosi.

Con evidente ritardo sorge ora un dubbio che le Autorità preposte debbono sciogliere: e se tale fabbricato fosse intriso di amianto?

Si può provare a giustificare il lungo silenzio delle varie Autorità con la teoria che, qualora vi fosse nel vecchio Dispensario un bel po’ di amianto, chiuso come in uno scrigno, il pericoloso materiale non viene (probabilmente) avvicinato da persone e perciò risulterebbe incapace di produrre sull’uomo quei danni che solo un contatto costante tenderebbe ad arrecare.

In realtà i manufatti di amianto non sono pericolosi per il semplice fatto di contenere amianto, ma soltanto quando siano in grado di rilasciare, nell’ambiente circostante, fibre aerodisperse che possono essere respirate.

Si fa una distinzione importante tra amianto compatto e friabile. Quello compatto non deteriorato si presenta come materiale duro e le sue fibre sono fortemente legate tra loro: può essere sbriciolato o ridotto in polvere solo con l’uso di attrezzi meccanici e in tal caso diventa pericoloso.

Un rilascio di fibre è anche possibile spontaneamente, se il materiale è in stato di grave degrado. Molti pericoli possono venire dalle lastre di copertura (lastre ondulate) e canne fumarie deteriorate per azione delle piogge acide e degli sbalzi termici.

L’amianto friabile, contenuto in qualsiasi materiale nella misura superiore all’ 1%, è sempre molto pericolo quando il materiale stesso venga sbriciolato o anche solo strofinato da una mano.

L’epoca in cui il Dispensario venne costruito, prima che la Legge Ronchi e le successive normative Regionali del 1997, fissassero divieti ben precisi all’uso di materiali contenenti fibre di amianto, non autorizza facili ottimismi, e non fa escludere che il dubbio sollevato corrisponda alla realtà.

30/11/2014

C. Balbi

Dott. Carmelo Balbi
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