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Riceviamo e pubblichiamo una nota pervenutaci da Legambiente a proposito dell'articolo sul convengo "Ripensare l'idroelettrico" di Silvano d'Orba

La risposta di Legambiente

Al Sig. Scaramouche,  Alla Redazione,

proviamo anche noi a scendere nei dettagli. legambiente

Dobbiamo ammettere che il titolo, come lei fa notare, si presta a una doppia interpretazione (speriamo non vi sia nulla di freudiano in esso).

Più chiaro è invece il sottotitolo: “Sì alle energie rinnovabili, ma non a scapito degli ultimi corsi d’acqua naturali del nostro territorio. “

In ogni caso  l’intervento della Presidente del Circolo che ha illustrato i contenuti delle osservazioni critiche presentate da Legambiente alle Conferenze dei Servizi sulla centralina sembrava più netto, ma di quell’intervento non vi è traccia nell’articolo.

L’articolo mette sullo stesso piano “vantaggi e svantaggi” dell’idroelettrico evitando di parlare delle critiche argomentate da Godio che ha parlato (dati alla mano) degli aspetti negativi dei piccoli impianti idroelettrici e, al contrario, dei vantaggi del fotovoltaico.

Nessun riferimento anche sulla richiesta di sospendere nuove autorizzazioni presentata da moltissime associazioni in tutta Italia di cui ha parlato Gamba.

Portare come prova di equità e sensibilità ambientale la pubblicazione in prima pagina dell’articolo di Gianni Repetto ha poco senso; una cosa è il giusto spazio che merita la presentazione di un libro sulle comunità contadine  e altra cosa è accennare agli altri temi toccati da Gianni nel suo intervento: ad esempio i grossi problemi creati dal Terzo valico, il Corridoio Ecologico deviato su un binario morto dopo aver speso risorse per gli studi.

Viene invece menzionato, e definito interessante, il documento del proponente Fossati ma nessun accenno viene fatto alle forti critiche al progetto espresse dal Consigliere comunale di minoranza Albani.

Riguardo alla cava di Valenza la Provincia non centra nulla.

La “cava” nella Garzaia ha avuto fin dall’origine, a costo zero per il Parco, lo scopo di creare, lontano dall’alveo del Po, una zona umida in un territorio sempre più invaso da monocolture con caratteristiche ben diverse dalle CAVE autorizzate fuori dal Parco: profondità basse e variabili, isole, penisole, capanni di osservazione, sentieri, riforestazione. Certo la ditta che ha eseguito i lavori ha avuto un guadagno  ma sono stati a suo carico tutti gli oneri e le spese di un intervento non certo convenzionale,  compreso il passaggio della proprietà al Parco (quindi si può dire un passaggio gratuito al demanio regionale, dal privato al pubblico, cosa molto rara in questo paese). Le autorizzazioni, oltre che del Parco, sono state di Regione, Comune e MagisPo.

In tema di fiumi l’articolo sembrerebbe dare quasi per certa una sorta di pentimento di Legambiente rispetto a certe “posizioni integraliste” del passato. Sembrerebbe di leggere quasi la speranza che ogni richiesta di intervento futuro sui fiumi possa avere un’approvazione senza se e senza ma. Speranza che finisca l’era dei NO. Come se gli ambientalisti avessero davvero il potere di impedire ogni intervento.

E dire che i problemi generati dalle escavazioni (concausa, secondo il CNR, della disastrosa alluvione del 1977 su Orba e affluenti) sono stati illustrati dettagliatamente in uno degli interventi. E’ stata l’Autorità idraulica a porre un freno alle escavazioni verificando l’abbassamento generalizzato degli alvei dei fiumi, con il conseguente rischio di indebolimento e crollo dei manufatti.

Viceversa sono stati i Sindaci ad opporsi. A dire NO a certe previsioni dei piani anti-alluvione dell’Autorità di Bacino per timore di perdere consensi.

Fatti documentati ed incontrovertibili che avrebbero meritato un accenno (senza alcun rischio di passare per “prezzolati”), ma anche su questi argomenti nulla.

Nulla anche sull’intervento conclusivo del Vice Sindaco Coco che ha visto nel convegno “un’ ottima rappresentazione della realtà”, ha espresso stima per l’Ing. Fossati per il suo intervento contro corrente ma ha ammesso che in passato sono stati fatti degli errori e che “sia giusto dire no al progetto”.

 

Mario Fazio, inviato speciale de La Stampa (un professionista documentato, preparato sull’argomento e che aveva chiaro nella mente il contesto nel quale si sviluppano i fatti che passano sotto la sigla omnicomprensiva di “dissesto idrogeologico”) scrisse subito dopo la citata alluvione del 1977: “…strade collinari e montane, spesso costruite con diversi pretesti, causano frane e smottamenti… Diventa rituale il discorso sui progetti e piani governativi rimasti nei cassetti”, sui 1200 miliardi che ci costano ogni anno le frane. Oggi non basta più documentare errori, colpe,

omissioni. Occorre una svolta netta che ci dia una seria politica per l’ambiente. Questa politica

non sarà decisa fino a che l’opinione pubblica non la esigerà con vigore, superando lo scetticismo

e il fastidio con cui ha accolto finora gli avvertimenti degli ecologi, scambiati per profeti di sventura.”  –  La Stampa 11-10-1977, pag. 1

 

Ecco, è proprio di un’informazione più scientifica che l’opinione pubblica ha bisogno per orientarsi e un esempio può venire anche dal vostro giornale: è l’articolo a firma di Arnaldo Liguori dal titolo “Dal Polesine ai giorni nostri” pubblicato proprio accanto al suo.

Se lo dovesse incontrare gli faccia i complimenti da parte nostra.

 

Cordiali saluti

Nino Belard e Piero Mandarino
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