Home | Io penso dunque sono | IL SONNO CHE TOGLIE OGNI STANCHEZZA

Recensione del libro di Gianni Repetto, Per non morire di deculturazione, Tipografia Pesce, Ovada, 2011

IL SONNO CHE TOGLIE OGNI STANCHEZZA

Non sono un filosofo ma un semplice geologo: per me il pianeta Terra è una cosa viva, che si modifica e modifica gli esseri che vi abitano. Montagne, ruscelli, boschi e nuvole sono, anzi devono essere, in equilibrio e si intersecano con l’Uomo. Non sono vegetariano, almeno non del tutto, ma non posso non pensare a un bue o a una gallina se non come a un compagno biologico che ha un software più vecchio del mio ma non ancora fuori del mercato. Guglielmo Rebora di Molini di Voltaggio, vissuto in Africa e nelle foreste brasiliane a esplorare paesi geologicamente sconosciuti, nei suoi ultimi anni mi insegnava a parlare con le piante, dolcemente, senza aggredirle, sostenendo che in questo modo crescevano meglio perché non traumatizzate. Utopie? Che ne sappiamo? La scienza è giovane: solo da pochi decenni ci accorgiamo che ad una Fisica comprensibile da Newton in poi, se ne sostituisce un’altra voluta da Einstein ma oggi già messa in discussione. Che ne possiamo sapere quindi del cervello umano? Siamo solo ai primi passi: Freud ci ha spiegato la psicanalisi ma pochi decenni dopo l’ansia e la depressione sono diventate malattie curabili con la biochimica. Fra qualche hanno oltre la clonazione di noi stessi sceglieremo anche il carattere o addirittura le idee politiche del nuovo personaggio attraverso semplici pillole prescritte da uno stregone in camice bianco.

home_1_02

Un futuro interessante senz’altro ma non auspicabile, per me, né controllabile dall’uomo.

Ma già oggi si frantumano quegli equilibri di cui dicevo in apertura: pochi riescono ancora a vivere genuinamente in rapporto con la natura senza la mediazione di obiettivi che possono essere lo sport estremo o lo snobismo ambientalista. Per fare questo bisogna rinunciare alla propria identità culturale, frutto di decine e decine di esperienze generazionali, per assumere quella meno faticosa che filtra attraverso le nuove culture tecnologiche e finanziarie. Con la crisi odierna stiamo sperimentando come il costruire ricchezza non attraverso il lavoro, ma con operazioni contabili fittizie genera traumi e povertà in molti. La carestia non ha più le sembianze della filossera o delle piogge nel momento sbagliato ma è il calcolo errato o forse troppo giusto per pochi, fatto attraverso una borsa telematica. E l’uomo? Perché nonostante tutto l’uomo si sofferma a guardare il fuoco crepitare nel caminetto, eredità psicologica dei centomila anni passati dai nostri avi nelle grotte, e subito si chiede chi è, dove va, da dove viene?

La mia esperienza in un paese piccolo come Isola, m’insegna che a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, esso ha subito notevoli cambiamenti: la luce elettrica ormai è in ogni frazione o casa isolata, le principali strade sono tutte asfaltate, le vecchie case cominciano ad essere ristrutturate ed in ognuna vi sono servizi e garage.

Se uscivi appena appena da Isola trovavi orti e campi rasati, persone in ogni angolo che lavoravano la terra e che erano di presidio al territorio, come si dice adesso. I boschi erano più in su e le mulattiere tutte pulite facevano da gronda alla pioggia. La collina di Piancastello non aveva un cespuglio ma pomodori, fagioli, viti e alberi da frutta; correre in Prò Canun per arrampicarsi sui pagliai era questione di un minuto perché insieme allo Scrivia ed al Vobbia faceva parte del capoluogo come le vie e le piazze essendo utilizzati per fieno, legna, cavare sabbia, pescare o semplicemente per sedersi sulle proxie (piccolo campo ottenuto con il terrazzamento) o sulle rive: oggi per raggiungere le acque dei nostri torrenti non ci sono più sentieri e i primi bagnanti li trovi a tre chilometri in Vobbietta.

agri

Insieme a recinzioni, spine e boschi a due passi da casa, abbiamo ridotto lo spazio a nostra disposizione e invece di essere più a contatto tra di noi ci siamo drasticamente allontanati uno dall’altro. Queste parole sembrano scritte più per narrativa che per storia ma sono la realtà delle cose. Ovviamente in quei bei tempi c’era il risvolto della medaglia con il freddo che avevamo anche sotto le coperte, i cessi fuori casa, la voglia di maggior libertà, la chimera dei locali cinematografici o da ballo genovesi, l’aspirazione a una bicicletta nuova.

Ciò non toglie che nessuno possa vietarci di rimpiangerli.

Dopo questo lungo prologo passiamo a Gianni Repetto: l’autore, prolifico, coerente e innovativo, è un Giano bifronte della cultura materiale. Un eclettico professore di Lettere che si dedica, da Lerma, alla salvaguardia delle nostre tradizioni.

Guardando al passato, con i suoi chiari e scuri, riesce a proiettarsi anche nel futuro mettendoci in guardia da ciò che non troveremo più. Un Giulio Verne al contrario: non predice quale sarà l’ennesima macchina che ci aiuterà, automaticamente, a tagliarci le unghie o a sollevarci dalla fatica di schiacciare un interruttore. No: Gianni lucidamente ci spiega cosa perderemo e quale sarà il mondo di sentimenti che ci aspetta.

Perderemo la lingua madre, i nostri mille dialetti tra Ovada, Novi e il mare, sino al nostro fisico, sempre più esteticamente gradevole a qualcuno che deve venderci qualcosa, ma spento, atono, esente dagli odori naturali, dagli umori che la natura ci aveva fornito per resistere meglio su questa terra.

Perderemo la conoscenza di ciò che ci circonda, il nome degli alberi e il loro uso, l’impiego delle rocce, l’uso dei sentieri, l’impulso che provoca la pioggia a seconda del bosco in cui cade (malinconia in quelli di castagno, paura tra gli abeti, forza e ottimismo tra i faggi), che si somma all’effetto del vento (vitalità con la tramontana, stanchezza con lo scirocco, pazzia con la maccaia).

Tutto questo andrà perso in quei pochi metri cubi che sono le nostre auto, le nostre case accatastate, i nostri luoghi di lavoro dove la fatica è bandita e lo stress domina (ma chiamiamolo una buona volta con il nome usato per centinaia di anni: nervoso oppure: sun inversu!).

Questo libro è quindi, per me, a volte crudele, a volte struggente: mi sprona a tentare di fermare questa pazzia collettiva, di non far entrare in un Outlet (significa fuori produzione, ovvero fuori moda, da svendere) le tradizioni contadine, il buon senso umano, la semplicità caratteriale, la differenza naturale e ovvia tra uomini, bestie e vegetali.

senarega_10

Gianni è un maestro della vita come poesia ma anche come stile; sa riprodurre il mondo del fantastico e dell’immaginario senza allontanarsi dalla realtà delle cose.

Leggetelo questo libro, e ripensate ai legami che un po’ per volta avete abbandonato e non ve ne siete accorti, piangete sulle passioni che non incontrerete più da tanto che siete soli nelle metropolitane e nei teatri, sperate che i ruderi sparsi delle cascine sentano nuovamente l’abbaiare dei cani e l’odore del fumo di legna negli inverni senza rumori.

“Alla mattina vi sveglierete, ci sveglieremo, perché avremmo dormito quel sonno che toglie ogni stanchezza”.

E queste ultime sono parole di Gianni.

Sergio Pedemonte
Gentile utente, ti ricordiamo che puoi manifestare liberamente la tua opinione con un commento all'articolo, che verrà moderato dalla redazione prima della sua pubblicazione. Affinché il tuo contributo possa essere pubblicato, dovrà attenersi alla Policy di utilizzo del sito: evita gli insulti, le accuse senza fondamento e mantieniti in topic.

Commenta l'articolo

Il tuo indirizzo e-mail non sarà pubblicato* Campi obbligatori *

*

Torna ad inizio pagina