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Al Teatro Giacometti un inedito Falstaff filosofico incarnato da Giuseppe Battiston

Il moderno Falstaff di Battiston divide il pubblico novese

Martedì 16 dicembre al Teatro Giacometti di Novi Ligure è andato in scena il “Falstaff 2.0” interpretato dall’attore Giuseppe Battiston sotto la regia di Andrea de Rosa. Falstaff è presentato dalla Fondazione del Teatro Stabile di Torino ed E.R.T. Emilia Romagna Teatro Fondazione. Lo spettacolo ha aperto la stagione invernale alla presenza del sindaco della città Rocchino Muliere e di altre personalità del territorio. Un evento di spessore culturale ed artistico per la città di Novi Ligure.

Tutti siamo d’accordo sul fatto che Giuseppe Battiston sia un fuoriclasse: la sua figura imponente e la voce capace di passare in modo credibile da alta e squillante a bassa e cavernosa hanno la capacità di incantare il pubblico qualunque personaggio interpreti. E durante lo spettacolo del Falstaff, infatti, solo i suoi incantevoli cambi di tono che oscillavano tra il comico e il malinconico sono stati degni di nota. Diciamo che il suo personaggio si è “mangiato” tutti gli altri.

I messaggi – sul rapporto padre-figlio, sulla morte, sulla solitudine –, se sono arrivati in platea, lo hanno fatto in un modo troppo debole per essere capiti fino in fondo. L’utilizzo dei microfoni non si può accettare in teatro, soprattutto per enfatizzare i rantoli finali di una morte che tra l’altro il protagonista sa rendere perfettamente da solo. I suoni fuori campo sono quasi fastidiosi e lo sfondamento della quarta parete rompe la magia: già l’attore Battiston ha impregnate su di sé molte caratteristiche del Falstaff shakespeariano, bastava solo stare ad ascoltare la sua voce e circondarlo da una minima scenografia.

Anche la reazione del pubblico è stata duplice: innegabili la bravura e la presenza scenica di Battiston, ma lo spettacolo in generale non convince i più. Troppo distante dall’originale Falstaff, e alcune decisioni riguardo ad interpretazioni e dialoghi non sono state condivise. Shakespeare è già moderno in sé, non scade mai: l’ambizione di attualizzare da una parte e la volontà di mantenere un filo conduttore con il classico dall’altra hanno dato vita ad un ibrido difficile da comprendere e da apprezzare nella sua interezza.

Benedetta Acri e Eleonora Gatti
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