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La nota di "ermeneutica politica" a cura di Franco Astengo

NUOVA UTOPIA, CORROMPIMENTO DELLA CLASSI DIRIGENTI, POTERE, OPPOSIZIONE

Gli atti politici che si stanno adottando in questi giorni sullo scenario internazionale stanno a dimostrare che è ancora difficile stabilire quando finirà il ‘900 che così si sta rivelando, al contrario di quanto era stato pensato qualche anno fa, un “secolo lungo” il cui strascico sembra ancora legato agli esiti della seconda guerra mondiale.

Però due primi spunti conclusivi possono essere già abbozzati: il ‘900 si sta concludendo con un allargamento smisurato delle diseguaglianze sociali a livello planetario e con un corrompimento morale complessivo delle classi dirigenti.

Un corrompimento morale complessivo che investe tutti i tentativi di inveramento statuale e/o sovranazionale che sono stati tentati in ragione delle più diverse correnti filosofiche che avevano alimentato le culture portanti nei secoli precedenti, quelli del grande riscatto delle masse prima borghesi e poi proletarie.

Un corrompimento morale diffuso che si è realizzato nei sistemi raccolti attorno al messaggio della “rivoluzione avvenuta” in Russia, del temperamento “socialdemocratico” dei sistemi liberali dell’occidente o “populistico” in quelli “personalistici” dell’America Latina, degli stessi movimenti di liberazione nazionale in Africa e in Asia. o.236305

Le analisi e le profezie di Pareto, Michels, Mosca, Weber si sono avverate all’interno di una gigantesca “questione morale” di segno amaramente orwelliano.

I sistemi imperniati sulla presenza di partiti posti, in varie forme, a rappresentanza degli interessi dei ceti subalterni non hanno funzionato (o hanno smesso di funzionare) nell’impossibilità ormai acclarata di legare questo tipo di rappresentanza con la dimensione nazionale e un sistema di alleanze con la borghesia; si è così verificato, proprio in quella dimensione, un enorme processo che gramscianamente potrebbe essere ancora definito di “rivoluzione passiva” sul quale si sono arenate tutte le possibilità di riscatto sociale e di governo della prospettiva nella direzione dell’eguaglianza e del riscatto delle classi sociali più deboli.

Il già citato allargamento delle diseguaglianze, a livello globale, appare essere la testimonianza più diretta e inoppugnabile di questo fallimento e, insieme, del crollo delle utopie realizzate: un crollo segnato anche dall’inversione di tendenza nel rapporto tra innovazioni scientifiche, sviluppo economico, realtà della condizione umana.

Da dove ripartire dunque per chi intende ancora e nonostante tutto assumersi l’onere della rappresentanza politica delle lotte sociali necessarie alle classi subalterne per combattere le diseguaglianze, la sopraffazione, l’immoralità diffusa di tutte le classi che usurpano il titolo di “dirigenti”?

La prima necessità, la più urgente, è quella di una ricostruzione dell’Utopia, andando al fondo e all’origine di questo concetto dell’u-topos, luogo che non c’è e che sempre e comunque è necessario inseguire nella nostra realtà politica laddove mai ci si deve sentire arrivati, dove non esiste nessuna realizzazione “scientifica” delle rivoluzioni avvenute, borghesi e proletarie.

Si tratta di tornare davvero allo spirito della “Città del Sole” o della “Città Futura”, tornare all’idea di Campanella e di San Tomaso Moro: ricostruire l’Utopia e metterla al riparo dai voraci epigoni dei grandi fraintendimenti del ‘900 ma anche al riparo da ogni messianesimo di natura trascendente.

Nel frattempo, però?

Nel frattempo le classi subalterne debbono riorganizzarsi politicamente avendo presente, prima fra tutte, l’omogeneità della loro drammatica condizione sociale nel recupero di quello che forse rimane il solo frammento positivo nell’eredità del ‘900: quello dell’assoluta sovranazionalità della sofferenza e della crudeltà con la quale questa sofferenza viene imposta.

Assunta questa necessità insopprimibile dell’organizzazione politica va mutato, prima di tutto, l’oggetto del contendere: la politica non può più essere intesa come lotta per il potere allo scopo di accedere all’illusorio “governo” del sistema.

Non esiste per le classi subalterne un punto di “governo” e di “decisionalità positiva”.

L’arena politica deve essere intesa, in tutte le sue forme compresa quella della presenza istituzionale (che non deve essere negata come nell’anarchismo o in gruppi di attesa della rivoluzione proletaria ormai definitivamente trascorsa) come il luogo della rappresentazione, insieme degli embrioni di nuova utopia e della rappresentanza diretta delle istanze dell’eguaglianza e del riempimento, certo parziale e magari quantitativamente poco significativo, del fossato che separa la condizione materiale dei diversi ceti sociali.

L’opposizione a qualunque regime deve rappresentare il tratto caratteristico di queste nuova forma politica che- si badi bene – non è ridotta al minoritarismo proprio perché rappresenta istanze sociali complessive e non intende rifuggire, dalla lotta politica e dall’ottenere risultati anche paziali.

Si dirà (e sarà giusto): un ritorno all’indietro rispetto allo sviluppo dell’azione teorica e politica portata avanti dal movimento operaio in questo ‘900 non ancora concluso.

Ritorno all’indietro necessario perché ritorno all’indietro è quello verso il quale ci sta spingendo la storia scritta da questo fenomeno enorme che si ha poco coraggio di denunciare e che riguarda – appunto – il corrompimento soggettivo di quelle classi usurpatrici della funzione dirigente.

Franco Astengo
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