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Un focus su un disastro di ieri (avvenuto) ed uno di domani (sperando non s'avveri mai)

Tarinè: mai più un’altra ACNA di Cengio

L’ACNA di Cengio, acronimo di Azienda Coloranti Nazionali e Affini, era un’azienda chimica che,  sulle ceneri di uno stabilimento nato nel 1882 per la produzione di dinamite, dal 1929 al 1999, aveva prodotto coloranti industriali. Il fiume Bormida era stato utilizzato come “strumento” per il processo produttivo di questa fabbrica, la quale, ben presto, divenne sinonimo di morte e distruzione. La Bormida infatti si trasformò in un fiume inquinatissimo, a tal punto che anche le colture dei campi a valle, tra Acqui Terme e Alessandria, furono duramente compromesse. Nei primi anni del suo insediamento,  i politici dell’epoca si dimostrarono oltremodo favorevoli alla sua venuta ed anche una parte considerevole della popolazione, in nome dell’occupazione, dello sviluppo e del progresso, accolse di buon grado l’apertura della fabbrica. Ben presto però le acque della Bormida incominciarono a tingersi di un sinistro color sangue e qualcuno iniziò a temere il peggio. Il periodo bellico impegnò le coscienze su altre tragiche vicende e solo nel 1956, quando l’Italia era pervasa dalla “febbre della Ricostruzione“, l’attenzione verso quel fiume ritornò viva, mentre gli effetti nefasti di quell’insediamento si stavano ormai rivelando in tutta la loro drammaticità.

Non solo l’ambiente si stava inesorabilmente compromettendo, ma venivano registrati anche aumenti esponenziali di decessi per cause tumorali. La popolazione iniziò a mobilitarsi ed ad insorgere. Ciò nonostante nel 1960 il Ministero dell’Ambiente concesse per altri 70 anni la derivazione dell’acque della Bormida per gli usi dell’ACNA con la conseguenza che i veleni trasportati dallo stesso corso d’acqua  iniziarono a percolare ed ad inquinare tutte le falde acquifere del suo bacino fino ad avvelenare a chilometri di distanza i pozzi dai quali attingeva l’acquedotto di Strevi, tanto che questi nel 1969 venne chiuso.

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Ci volle il disastro di Seveso del 1976 per vedere finalmente promulgata una legge che per prima stabiliva precise norme sulle emissioni inquinanti. Era la legge Merli.

I dirigenti dell’Acna di Cengio in base a quella legge vennero denunciati per disastro ambientale da numerose Amministrazioni, in primo luogo da quella di Asti, perché l’inquinamento si era allargato sino a quella provincia.  Si costituì un’associazione per la rinascita della Valle Bormida e nel 1988, quasi diecimila persone, in gran parte provenienti dal Piemonte, sfilarono per le vie della ligure Cengio, che ricadeva nella provincia di Savona, chiedendo la chiusura di quella fabbrica della morte. E sempre in quell’anno le proteste erano salite a tal punto che venne bloccata sul colle Don Bosco la tappa del Giro d’Italia.

Dopo diverse traversie e una lunga battaglia a colpi di carta bollata tra le associazioni ambientaliste, le amministrazioni locali e l’ACNA, con in mezzo il Ministero dell’Ambiente e da una parte la Regione Liguria, che difendeva l’ACNA in nome dell’occupazione e dall’altra la Regione Piemonte, che si opponeva in nome della tutela ambientale e della saluta, questa fabbrica ai suoi albori fortemente voluta quale volano per l’economia trans-regionale e poi negli anni sbandierata come “multinazionale portatrice di sviluppo” ed invece rivelatasi un moderno Leviatano, trovò il suo epilogo alla fine degli anni’90, quando nel 1999 chiuse i battenti, dopo 117 anni, definitivamente.

Oggi, mentre noi de “l’inchiostro fresco” scendiamo dal Sassello su Acqui per portare i nostri giornalini all’amico Gian Luca Ferrise che ci cura la nostra redazione acquese, bordeggiando con la nostra macchina inchiostrifera le sinuose curve della Bormida e vedendola scorrere azzurra  nel roccioso paesaggio che poi si apre, trionfale, nella maestosità della conca acquese, dove svettano ancora imponenti gli archi dell’acquedotto romano, noi, che sappiamo il passato di questa valle, altro non possiamo che essere grati a quelle persone che tanto si sono spese, spesso mettendosi contro chi voleva manipolarne le coscienze, per tutelare la loro terra.

Oggi si prospetta un pericolo analogo, sempre a cavallo tra Liguria e Piemonte, ed è un’altra valle ad essere messa in pericolo dalla Liguria: è la Valle dell’Orba, con i suoi quasi 50.000 abitanti distribuiti lungo i paesi di Vara Superiore, Vara Inferiore, Urbe, Tiglieto, Olbicella, Molare, Ovada, Rocca Grimalda, Silvano d’Orba, Castelletto d’Orba, Capriata d’Orba, Predosa, Retorto, Portanuova, Casal Cermelli e Castellazzo Bormida.

tarinè

Qual è il pericolo?

Il pericolo è conservato nelle viscere del monte Tarinè, nelle cui profondità è custodito il titanio, preziosissimo minerale per le moderne tecnologie, valutato più dell’oro. Ma come tutte le cose preziose, anche il titanio ha il rovescio della sua medaglia: per estrarlo si libererebbero sostanze ben più cancerogene delle fibre di eternit che hanno sterminato e stanno sterminando intere popolazioni.

Se è vero che la Storia è “maestra di vita”, noi non dobbiamo permettere che nella Valle dell’Orba si ripeta quanto, per analogia, è capitato nella Valle della Bormida (ma si potrebbe parlare di Casale Monferrato, di Seveso, della Stoppani e di altri casi ancora) ma dobbiamo mobilitarci subito ed impedire che un nuovo disastro ambientale, magari mascherato da un benessere occupazionale, renda deserta una valle che oggi potrebbe divenire una “piccola Svizzera”.

Gian Battista Cassulo
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3 commenti

  1. Scusate la precisazione, forse pedante, ma voglio chiarire ai lettori che il titanio non è prezioso più dell’ oro anche se da decenni gruppi industriali, estrattivi e di lavorazione stanno concentrando la loro attenzione su questo elemento metallico che ha singolari e industrialmente notevoli proprietà.
    Ancora mi preme rimarcare che le rocce del Monte Tarinè, in cui è segregato uno dei possibili minerali in cui è pesente il titanio, ovvero il rutilo (biossido di titanio), contengono in parcentuali variabili fibre di asbesto (actinolite, crocidolite ed altri) di chiara ed evidente cancerogenicità: fibre uguali a quelle dell’eternit le cui fabbriche hanno colpevolmente ucciso tremila persone, mentre il proprietario Schmidheiny è a piede libero.
    Infine, dato che è stato artatamente diffusa la notizia che questo sia un giacimento essenzialeper l’Europa, faccio presente che ciò e completamente inesatto. In Norvegia (nazione di superficie superiore all’Italia e con circa 8% della nostra popolazione) l’estrazione sta gia avvenendo copiosamente in diverse miniere lontane dai centri abitati (cercare su Google “Titanium mines in Norway” ).
    Le miniere non si trovano a 28km in linea d’aria (se non credete misurate con Google Earth) da Piazza De Ferrari – il centro di Genova e ad ancor meno distanza da Varazze, Arenzano, Cogoleto, Savona, Acqui terme, Ovada, Rossiglione, Tiglieto, Urbe, Sassello…

  2. Mattia Nesto

    Grazie mille per le sua puntuale precisazione che mette ancora più in evidenza l’assurdità, più o meno lampante, di una possibile, quanto scongiurabile miniera sul Tarinè

  3. Il prezzo del titanio si aggira sui 20 € a kg. Costa un po’ meno dei funghi.

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