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La versione di Balbi sui fatti politici locali e nazionali

Una cultura politica di riferimento

 Sembra legittimo sostenere che, a meno che non si tratti di governare piccoli comuni, per vocazione attenti alle minute necessità locali, un Partito Politico, un Movimento deve avere una cultura di riferimento. Per il limitato fine che questo “breve” si è dato,  è sufficiente individuare alcuni punti cardinali della scienza politica per mettere in luce alcune culture note già nei due secoli che precedono il nostro.

Il termine liberalismo designa, per esempio, in senso generale, la teoria politica dei limiti del potere dello stato e l’attribuzione al potere politico del compito primario di salvaguardare la libertà degli individui in tutti  gli ambiti. L’orientamento di fondo in materia di governo dell’economia di chi accetta la cultura liberistica e liberale si riassume nell’assioma che il migliore modo di produrre e distribuire beni e ricchezza sia quello di lasciare che il mercato si autoregoli limitando al massimo l’intervento pubblico e spesso sacrificando il welfare. Diversamente dalla cultura marxista che secondo le diverse realtà nazionali ha  propugnato sistemi nei quali l’economia è diretta dal governo centrale, con maggiore attenzione alla giustizia sociale che non alla  produttività.

Dopo la necessaria, per quanto limitata premessa, e con la consapevolezza di una inevitabile approssimazione, s’intende correre l’avventura di mettere a confronto il panorama delle forze politiche e delle loro culture di riferimento che si prospettava all’elettorato di Busalla, alle prime elezioni politiche svoltesi nel 1948, con quello ben più complicato che i cittadini avranno, si spera presto, a disposizione per una scelta cruciale, indipendentemente dalle norme che disciplineranno il tormentato e atteso evento.

Restringendo allo spasimo, si rammenta che dopo la Liberazione e successivamente alla approvazione della Costituzione, negli anni che seguono la dittatura fascista, il Partito Liberale aveva a Busalla una discreta base,  soprattutto per l’adesione di due imprenditori molto noti e stimati, uno dei quali, è tuttora tra noi, un gentiluomo d’altri tempi in un paese che ha perso la sua vecchia identità, con i segni in genere condivisi del rispetto e dell’ educazione, a causa anche del mescolarsi degli originali ceppi liguri e di persone provenienti da ogni parte della penisola, portatori di valori diversi.

Grande attenzione destò nell’opinione pubblica una cultura, non nuova, si capisce, che conquistò la classe media e una larga parte di quella popolare che si ispirava  alla dottrina sociale della chiesa, proprio in un momento particolare della politica mondiale in cui si poteva intravvedere anche un pericolo totalitario proveniente dall’est europeo. E la Democrazia Cristiana dominò incontrastata per almeno un ventennio e più, da sola, sulla base di una visione interclassista della società italiana,  governando il paese con l’obiettivo di proteggere la grande impresa privata, intervenendo con cospicui investimenti pubblici in settori nevralgici del sistema, come quello assai importante dell’acciaio. Anche per  la Democrazia Cristiana uscirono dall’anonimato dopo il 1945 uomini che nel paese erano da tempo riconosciuti come ferventi cattolici:  il Maestro Mario in primis ed altri di ogni ceto sociale, poi impegnati nella amministrazione del paese, tutti di specchiata onestà.

I due Partiti della sinistra, che a Busalla avevano visto eleggere Edoardo Cervetto, comunista, partigiano combattente,  assieme alla sua compagna,  primo Sindaco dopo la Liberazione attingevano, per quanto ne fossero capaci la loro linfa vitale dalla cultura marxista variamente interpretata. Nelle vicinanze del Partito Socialista, anche dopo l’entrata in vigore della Carta Costituzionale, animavano un proficuo dibattito gli uomini e le donne di Giustizia e Libertà, personaggi di grande spessore morale ed intellettuale come Gaetano Salvemini, Carlo Rosselli, Norberto Bobbio, Giorgio Bocca mettendo in luce gli aspetti più moderni di una cultura liberal-socialista, fautori una politica di riforme per una società più giusta, attenta ai bisogni dei più deboli.Non c’era ancora il Partito Socialdemocratico frutto successivo di una delle tante scissioni della sinistra e non se ne sentiva la mancanza. Assolutamente ininfluenti per uno scontato risultato complessivo i rappresentanti di culture nostalgiche del passato o proiettate su terreni sconosciuti con una scarsa capacità di attrarre gli interessi di un elettorato decisamente polarizzato attorno al dilemma della libertà, da una parte, e della giustizia sociale dall’altra.

 Oggi le esigenze e l’offerta politica è sicuramente molto più complessa: i Partiti della sinistra si sono moltiplicati a dismisura, non sempre in modo artificioso, ma proprio per la necessità da alcuni sentita di dover fare riferimento, almeno parziale, aggiornato, compatibile con quella cultura socialista di sinistra che ha rifiutato definitivamente ogni lusinga comunista. Il “renzismo” si prepara ad una rivincita con l’appoggio dei grandi poteri   e con il fiancheggiamento strategico di movimenti, al momento poco influenti, ma in attesa di pesanti sostegni, che si richiamano banalmente alla moderazione,  al progresso, alle riforme. 

E’ cresciuto nei risultati conseguiti recentemente e nelle intenzioni di voto il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che si propone in prima istanza come il partito che elabora le sue decisioni, sceglie i suoi candidati, lancia i suoi programmi per il governo delle città e del Paese via Internet, in nome di una connaturata onestà dei suoi politici che denunciano la corruzione generale. Forse sarebbe interessante che il Movimento 5 Stelle cercasse una cultura di riferimento che dice di non avere. Per esempio individuandola subito nella Costituzione Italiana, prima che intervengano  modifiche a deturparla e sia troppo tardi.

E’ pur vero che nella Carta costituzionale non si fa cenno dell’onestà come prerogativa della politica e dei politici, forse perché i Costituenti, in gran parte usciti da esili o carceri speciali, davano come scontata l’onestà dei politici di ogni Partito. L’ idea non deve apparire pellegrina perché la nostra Costituzione contiene, viene generalmente riconosciuto, il meglio del pensiero cattosocialista, nella versione più onesta che i Costituenti siano stati in grado di offrire allo Stato che usciva logorato e impaurito dalla dittatura.

Assumere la Costituzione come cultura di riferimento, con convinzione, significa introdurre nel proprio armamentario politico una grande fonte di energia e, perché no? predisporsi ad un eventuale accordo non spartitorio, ma intelligente e sinergico con le sinistre fuoriuscite dal “renzismo”.

Carmelo Balbi
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