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Il racconto della settimana

Tutti a casa

Esco di casa chiudendomi il portone alle spalle. È un pomeriggio nebbioso e color panna sporca. Ma io indosso un giaccone rosso e mi sento protetto dalla malinconia circostante. Infilo le cuffiette nelle orecchie e alzo il volume. O ascolto la musica fino a diventare sordo o ascolto il silenzio, vie di mezzo non ne accetto. Intanto cammino diretto alla biblioteca, è un appuntamento fisso della mia settimana. Passeggio e sono sereno. Avverto sotto di me l’asfalto della strada, ogni singolo sassolino che preme la suola. Sensazione di vita. Passo vicino ad una panetteria e aspiro un odorino di focaccia paradisiaco. Le urla dei bambini che corrono fuori da scuola e le auto dei genitori che vengono a raccogliere la loro prole. Tutto questo scorre nelle mie vene e cosparge la mia pelle. C’è solo un particolare stonato. Un uomo sulla trentina seduto su una panchina, ha un orribile giacca verde evidenziatore e sembra ritagliato e appiccicato lì senza un senso. Ha un’espressione inebetita e fissa, come se avesse appena avuto una visione divina. O più semplicemente è un po’ rincretinito. Quando arrivo a tiro del suo sguardo mi fa l’occhiolino. Mi affiora la pelle d’oca sulle braccia, ma è solo un momento. Poi sparisce dalla mia vista ed è tutto passato. Continuo lungo la via principale e un puntino di colore che procede nella direzione opposta attira la mia attenzione. Ha un cappotto fucsia intenso, non pensavo avessero avuto il coraggio di produrne. E invece. Per sbaglio guardo il suo volto. E stavolta i brividi si piazzano stabilmente sulla mia pelle. È lo stesso uomo di poco fa. I lineamenti sgraziati sono gli stessi, ma a differenza dell’altro ha la bocca strizzata in una fessura. Ho visto porte blindate chiuse peggio, dà l’idea di labbra che non si sono mai aperte. Anche lui mi strizza un occhio. Deglutisco e accelero il mio passo. È sicuramente una coincidenza ma quei due gemelli mi inquietano. Finalmente arrivo davanti alla mia meta. Alla base delle scale d’ingresso è appoggiato un tipo. Si, esatto, proprio lui, la stessa persona. Lui è il più elegante, ha una felpa a brillantini argentati. E ha un tic che gli fa contrarre la guancia destra ritmicamente. Per il resto il copione si ripete. E mi manca l’aria. Non cerco nemmeno di fingere disinteresse e inizio a correre, saltando tre gradini alla volta. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Ma dal cervello no purtroppo. Vado nella sala dove si restituiscono i libri e mollo sul bancone un volume sottile. Una piacevole lettura. Non perdo tempo per sceglierne un altro e scappo in bagno. Il bibliotecario piegato a raccogliere un foglio sta per sollevare la testa, e ho una mezza idea di che aspetto abbia il suo volto. Non voglio però che la mia ipotesi sia confermata. Entro nel bagno e chiudo la porta. Vado al lavandino e mi sciacquo con dell’acqua fredda. Mi sento un po’ meglio. Finchè non alzo gli occhi sullo specchio davanti a me. Fisso la mia immagine riflessa e il mondo ancora in piedi mi crolla addosso. Quello che mi guarda dallo specchio è lo stesso identico uomo che mi perseguita. E sono io.

M.
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