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Un'indagine storica di Matteo Serlenga sulla casa più infestata del nostro territorio.

Cà de Anime: la casa “infestata” delle alture di Voltri

<<Sono tutte favole. Non c’è niente da vedere qui>>.

Ne sono sicuri gli ultimi inquilini dello stabile, e non usano mezze misure.
Certo, in una società dinamica, ossessiva e frenetica come la nostra ormai non c’è più spazio per le favole, per le fiabe, per le leggende o per le storielle di fantasmi che i nostri nonni ci raccontavano prima di andare a dormire o per farci stare bravi: ormai sono tutte storie legate ad un passato troppo lontano per trovare il loro spazio nel nostro mondo materialista e freddo.
Marc Bloch sosteneva che il bravo storico deve essere come “l’orco delle fiabe”: dove sente odore carne umana, sa che là è la sua preda; seguendo questo spirito ho deciso di andare più a fondo in questa “favoletta” di fantasmi e spiritelli, perché, come l’orco di Marc Bloch, sentivo l’odore della carne di quegli uomini che nel bene o nel male hanno fatto entrare nella storia la famigerata “casa delle anime”.

la “cà de anime” in un acquerello.

Una casa di campagna come tante, se non fosse che basta digitare su qualsiasi motore di ricerca il suo nome per aprire un mondo, fatto di delitti efferati, inquietanti fenomeni e apparizioni di spettri: infatti è diventata famosa su internet come fenomeno creepypasta, ossia una storia dell’orrore più volte “copiata e incollata” su vari siti (dal verbo to paste: incollare); questo purtroppo ha contribuito, in mancanza di accurate fonti, ad alimentare le fantasticherie attorno a questo vecchio stabile, mescolando vecchie e nuove dicerie.

La tradizione vuole che la “cà de anime”, adibita come osteria e ostello lungo l’antica via del sale, fosse teatro di orribili omicidi commessi ai danni dei poveri avventori, che venivano uccisi nel sonno dai proprietari senza scrupoli a scopo di rapina; questa è la versione che, nel circondario di Voltri e nella valle dell’Orba è sopravvissuta fino ai giorni nostri, alimentata poi da ulteriori dettagli che nel tempo sono stati in qualche modo aggiunti, creando diverse versioni della storia: infatti, come riportato sul libro “Le vie di Voltri: storia, ricordi, aneddoti ed immagini”, pare che nella famigerata locanda si praticasse anche il cannibalismo:

si racconta che un imprecisato giorno e anno, un ufficiale medico francese, trovandosi a pranzare con altri commilitoni in questa casa adibita a locanda, durante la degustazione di un delizioso stufato, si trovò in bocca qualcosa di insolito che esaminato bene risultò essere una falange umana con tanto di unghia. Venne alla luce il fatto che il taverniere ed i suoi aiutanti depredavano i viandanti più ricchi e poi li cucinavano. Da qui il triste nome con cui ancora oggi viene indicata la casa. Pare che questo lugubre passatempo dei tavernieri voltresi fosse in voga anche altrove e si narra di casi analoghi avvenuti al passo della Bocchetta e nei pressi delle Giutte.

Mongiardino, Bruzzone, Nesta, Le vie di Voltri, storia, ricordi, aneddoti ed immagini, Voltri, 1998

questa versione dei fatti è particolarmente diffusa nella zona di Urbe, e gioca molto sul fatto che il posto in questione fosse una casa adibita a locanda per i viandanti.
Infatti prima della costruzione delle principali strade che collegano la Liguria con il Piemonte, come ad esempio il Turchino, la cosiddetta “via del sale” era la principale arteria che univa la costa all’entroterra, garantendo il commercio del sale e altre mercanzie che, una volta arrivate presso Voltri, venivano scaricate presso la foce del torrente Cerusa (“Il punto più alto del Mediterraneo occidentale”, come ricorda un cartello) per poi essere caricate sui muli.
Questa via, attualmente “strada superiore dei Giovi” o conosciuta semplicemente col nome di “Cannellona”, era quindi sicuramente ampiamente trafficata nei secoli passati, e vantava la presenza di numerosi punti di sosta e di ristoro per i numerosi viandanti e mercanti stanchi: non ci è difficile quindi credere che la casa fosse davvero una delle tante locande poste lungo la strada, per cui occorrevano diversi giorni per percorrerla.

Come venivano uccisi gli sfortunati avventori?
Secondo ciò che riporta Carlo Dall’Orto, famoso storico e giornalista voltrese, i vecchi proprietari della locanda,

nottetempo, mediante soffitti mobili, in determinate camere, sopprimevano gli ospiti più danarosi, seppellendone poi i corpi nei boschi circostanti.

Dall’Orto, Voltri, antologia di cose, fatti e personaggi. Volume II. Voltri, 1967

Un intricato sistema di meccanismi che, adeguatamente azionati, facevano scendere il soffitto fino a schiacciare nel sonno i malcapitati, precedentemente selezionati in base alle loro ricchezze e fatti alloggiare in queste camere “speciali”, per poi essere spogliati di ogni bene e seppelliti nella zona, scoscesa e selvaggia; questo finché, secondo la leggenda, uno dei camerieri, colto da rimorso, decise di costituirsi, raccontando tutto alle autorità e facendo finire per sempre gli efferati omicidi, rimasti sempre impuniti:

La lentezza delle comunicazioni, il brigantaggio sulle strade, i cento e cento pericoli di un lungo viaggio, favorivano l’impunità degli assassini, anche quando all’autorità veniva denunciata la scomparsa dei poveri viandanti, i cui corpi, sepolti nottetempo nel folto dei boschi circostanti, nessuno più trovava.

Carlo Dall’Orto, Cara mia Voltri, Voltri, Genova, 1983

Questo è quello che narra la leggenda “canonica”; esistono altre versioni dei fatti, tutte più o meno attinenti, e altre invece completamente diverse: infatti, secondo alcune fonti, la storia viene “ribaltata” e vede la famiglia proprietaria della casa uccisa da due ospiti senza scrupoli.

Tutte queste dicerie hanno nel tempo costruito la fama di questa anonima casa “dei fantasmi” posta tra la Liguria e il Piemonte, facendo nascere una serie di storie collegate a questa dimora: l’apparizione eterea di una “giovane vestita di bianco” che chiede del suo fidanzato scomparso, la presenza di strani fenomeni “poltergeist” che disturbavano la quiete degli inquilini e le tante supposizioni che imperversano nel web, come ad esempio che la casa sia rimasta disabitata per molti anni fino a quando una povera famiglia, inconsapevole della storia, decise di andarci ad abitare.
..Sarà tutto vero?

Nello scorso numero ci siamo lasciati raccontando a grandi linee la vicenda di “cà de anime”, la famigerata ex locanda posta sulla strada della Cannellona, sulla quale si raccontano diverse storie e dicerie legate al suo oscuro passato; molte di queste, come abbiamo detto, sono state alimentate e decisamente esasperate dalla diffusione che ha avuto la storia sul web e dalla mancanza di fonti accurate: ho così deciso di andare più a fondo nella questione con le vesti di storico e di “indagatore dell’incubo”, come un novello Dylan Dog, per cercare di fare luce su queste vicende “ai confini della realtà”. 

Nella prima parte di questa storia avevamo appurato che, storicamente, la strada “Via Superiore dei Giovi” era una delle antiche vie del sale che consentivano i collegamenti tra la Liguria e il Piemonte; la strada era quindi decisamente molto frequentata e battuta, con numerose locande nel proprio tragitto: quindi molto probabilmente lo stabile poteva essere in origine uno dei tanti punti di sosta e ristoro che garantivano il sostentamento e il riposo dei mercanti in queste lunghe strade il più delle volte accidentate.
Ricorderete che, secondo la leggenda, i clienti più abbienti (e più sfortunati) venivano uccisi tramite un intricato sistema che faceva abbassare il soffitto per stritolarli nel sonno, per essere poi depredati dei loro averi; questo fatto macabro nel tempo ha fatto fiorire le numerose leggende di attività paranormale attorno a questa casa, come la presenza di fantasmi e di poltergeist, ma non solo: un altro fatto, più recente nel tempo, ha contribuito ad alimentarne il mito.

Un articolo che compare nel numero del 6 settembre 1955 del Secolo XIX, firmato dallo storico e giornalista voltrese Carlo Dall’Orto, riporta un macabro rinvenimento nei pressi della Cà de Anime, ad opera di tre membri della famiglia Canepa, abitanti di una cascina lì nelle vicinanze:

I tre stavano ricavando una “fascia” sul terreno di loro proprietà, quando, nel rimuovere una grossa pietra, a circa mezzo metro di profondità, il masso è precipitato trascinando con sé della terra e un insieme d’ossa […] Una perizia necroscopica ha permesso di stabilire, basandosi specialmente sulla forma delle tibie (le ossa meglio conservate) che si tratta di resti di un essere umano seppellito moltissimi anni addietro.

Impossibile per ora stabilire a quale epoca si possa far risalire la morte. Gran parte delle ossa, estremamente fragili per la calcificazione, si sono sbriciolate.

I più scettici hanno subito identificato questi resti come quelli di uno dei numerosi soldati caduti durante le campagne napoleoniche nel nostro territorio (ricordiamo l’esistenza della zona cian dei franseisi poco sopra la Cannellona), come in parte confermato dal ritrovamento di alcuni bottoni e monete vicino ai resti:

Potrebbe trattarsi dei resti di uno dei molti militari caduti nelle battaglie combattute nella zona tra le forze austriache e quelle genovesi e francesi. Tra l’altro, nei ruderi di una casupola, contigua al punto in cui è avvenuta la scoperta, sono stati rinvenuti una specie di distintivo rotondo, ben conservato, su cui sono incise un ancora e due bocche da fuoco incrociate, con l’iscrizione “equipage de la flottille n. 24”, una medaglietta di rame molto corrosa, e una moneta da 5 centesimi del regno di sardegna, recante la data del 1826

Ma un fatto in particolare, confermatomi a voce dal signor Canepa, ha attirato la mia attenzione:

Il contadino Canepa afferma di aver visto, mescolati alle ossa, alcuni pezzi di tela di juta, il che potrebbe far pensare che l’essere umano sia stato sotterrato chiuso in un sacco. A Voltri il fatto ha suscitato molti commenti, specie tra il popolino che ha dato il via alle più strane e fantastiche ipotesi e non ha mancato di giocare al lotto i numeri relativi all’avvenimento.

Il corpo quindi sarebbe stato riposto in un sacco di juta e successivamente seppellito; questa pratica, da quanto ho potuto apprendere da studiosi di antropologia e di storia militare, non era assolutamente usata per la sepoltura di soldati caduti in battaglia: questo potrebbe dimostrare, sebbene in minima parte, l’estraneità della vittima nelle vicende di guerra in epoca napoleonica, e confermare (il condizionale è d’obbligo) la “leggenda” degli omicidi nella locanda della morte.

Nel mio resoconto del mese scorso avevo anche aggiunto che la tradizione tramanda che uno dei malfattori, colto dal rimorso, avrebbe confessato gli omicidi, facendo chiudere la locanda, che cadde in abbandono; secondo le storie che si possono trovare su internet, la casa rimase disabitata fino al dopoguerra, quando una povera famiglia, in piena emergenza abitativa (i bombardamenti inglesi avevano raso al suolo alcuni vecchi quartieri di Genova), decisero di prendervi residenza, incuranti delle dicerie che dipingevano la vecchia casa come infestata dalle anime delle povere vittime: “tutto falso”, mi assicura la signora Rosangela, senza dubbi a riguardo. 

Rosangela infatti conosce Cà de Anime come le sue tasche, e parla con cognizione di causa, essendo nata in quelle mura nel 1954: “i miei genitori vi abitavano già de sette anni, e durante guerra ci stavano le mie zie; anche prima della guerra la casa era sicuramente abitata” e, stando alle sue testimonianze, è ragionevole pensare che fosse abitata già negli anni trenta.
“I miei genitori, da quello che ricordo, pagavano l’affitto all’Opera Pia Brignole di Voltri della Marchesa Brignole-Sale”; infatti la casa, come altre nella zona, in tempo remoto era probabilmente diventata di proprietà dell’ente ecclesiastico: questo spiegherebbe inoltre il fatto che la casa non compare nei registri del catasto se non fino a poco tempo fa.
Ma non solo: secondo la sua testimonianza infatti esisteva un rudere contiguo alla casa, ai giorni nostri non più esistente; chissà se quella parte di casa era in verità la “locanda” dove venivano uccisi i poveri malcapitati.
La famiglia di Rosangela è sempre stata molto scettica e non ha dato troppa importanza a queste voci: “io ho abitato in quella casa molti anni e fantasmi non ne ho mai visti”, amava ripetere sua mamma ai curiosi; successivamente altre famiglie abitarono poi nella casa fino ad arrivare ai giorni nostri.
Lo stabile infatti era abbastanza grande da ospitare più famiglie, in quanto la struttura è molto grande e su diversi piani; proprio queste persone, a loro dire, furono testimoni di eventi paranormali e di apparizioni di fantasmi.
Secondo quanto riportato nel libro Cara Mia Voltri di Carlo Dall’Orto, le famiglie Bozzano e Canepa, che abitarono in quella casa, ebbero a che fare con misteriosi rumori notturni, oggetti che si spostano misteriosamente e con apparizioni fantasmagoriche:

“Ogni tanto si avvertono nei dintorni strani colpi, che non si sa da dove provengano. Sono colpi sordi che si sentono sia di giorno e sia, specialmente, di notte. Non possono essere provocati da vene d’acque sotterranee, perché sorgenti d’acqua nella zona non ce ne sono […]”.

Colpi e rumori sinistri ma anche oggetti che si spostano o che cadono da soli, e l’apparizione di un presunto fantasma di donna:

“Mio padre poi un giorno, affacciatosi a una delle finestre che danno verso il bosco, ha visto fra gli alberi una figura evanescente di donna che indossava un velo trasparente; è stato un attimo, poi la visione è scomparsa. La stessa visione una volta l’ho vista anche io. Non scherzo: potrei giurarlo.”

Un fantasma femminile quindi, che sulla rete viene identificato come la fidanzata di una delle vittime che vaga per la zona emanando profumo di rosa e chiedendo invano del suo promesso sposo, ucciso a sangue freddo dai sanguinari locandieri; una figura che, sempre secondo ad un’altra storia recuperata su internet, chiese ospitalità ad una famiglia con due bambine. 

Un finale quindi romantico per una vicenda posta sul labile filo della storia e della leggenda, degna di un romanzo del filone nero gotico tanto in voga a fine Ottocento, che ha nel bene e nel male fatto entrare nel mito la misteriosa locanda posta nel nostro territorio tra Liguria e Piemonte.

RIPRODUZIONE RISERVATA.

Matteo Serlenga
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