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Un viaggio nelle origini pagane dei nomi dei nostri monti

Beigua, il “monte sacro” dei Liguri

La presenza dell’uomo sul massiccio del Beigua, il monte più importante del nostro territorio, vanta una storia antichissima e affascinante, che affonda le sue radici in epoca preromana, fino a giungere al Paleolitico; a testimonianza di ciò, laddove finiscono le fonti scritte, i nostri monti sono ricchi di numerose fonti archeologiche, che nel tempo sono state raccolte e analizzate da diversi studiosi (in primis, Arturo Issel, famoso scienziato genovese del secolo scorso): tra queste, troviamo le famose incisioni rupestri, che in abbondanza possiamo trovare nell’intero circondario del Beigua, (in particolare nella frazione di Piampaludo nel comune di Sassello) e altri reperti e utensili che segnalano la presenza dell’attività dell’uomo in epoche remote.

Prima della colonizzazione romana, il nostro territorio era infatti abitato dai Liguri (nel nostro territorio erano presenti le tribù dei “Viturii”, in Valle Stura, e degli “Statielli”, in Alta Valle Orba), “allevatori di cavalli” (come descritti dal greco Esiodo), un popolo di agricoltori e allevatori dall’origine incerta, che, negli anni, subì sempre di più l’influenza dei Celti, al punto da assorbirne alcuni usi, costumi e pratiche religiose; in particolare, alcune divinità di origine celtica vennero introdotte e adorate anche nel nostro territorio, e ciò è testimoniato sia dalla presenza di alcuni reperti archeologici sia dalla toponomastica dei nostri luoghi: il nome “Tarinè” (Il monte posto tra Urbe e Piampaludo, al centro di polemiche per via dei suoi giacimenti di titanio), ad esempio, sembra derivi dalla divinità celtica Taranis (dio del tuono, venerato in Gallia e in Britannia, che i romani identificavano in Giove), mentre “Beigua” sembra derivi dal dio Baigorix, anch’esso di origine d’oltralpe, o dal dio-ariete Begu.

Secondo gli studi di Italo Pucci, dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri (uno dei massimi esperti di megalitismo e storia antica del nostro territorio), esiste un collegamento toponomastico tra il “nostro” Beigua e il Monte Bego, una vetta delle Alpi Marittime in Francia; aldilà della evidente radice etimologica comune (“beg”..), entrambi i monti vantano numerose caratteristiche comuni (conformazione, territorio..), in particolare la presenza di incisioni rupestri: il Monte Bego, infatti, è ricco di segni della presenza umana in epoche remote, tanto da essere considerato la “Valcamonica” francese, ed era un monte “sacro” per le popolazioni liguri locali. 

uno dei presunti menhir scoperti sul Beigua da “Savona Sotterranea” che ringraziamo per la foto.

Questa sacralità, secondo gli studiosi, può essere riconosciuta anche al Monte Beigua, che per la sua posizione strategica tra la costa e l’entroterra, era luogo di transumanza e di pascolo, e probabilmente anche di culti pagani legati alla montagna: nel pantheon celtico e ligure, infatti, esistevano molte divinità legate alle cime e alle vette dei monti, che proteggevano i pastori e le greggi dai fulmini e dalle intemperie; tra queste, la più nota è sicuramente quella di “Penn”, una divinità (per alcuni maschile, per altri femminile) venerata in tutto il Nord Italia, al punto da essere stata “romanizzata” in “Giove Pennino” e famosa per aver dato, secondo alcuni, il nome agli Appennini e alle Alpi Pennine.

Il dio / dea Penn era venerato in tutto l’arco alpino occidentale, e si trovano testimonianze del suo culto in Valle d’Aosta, in particolare nei valichi alpini, dei quali era il custode: ai piedi del Gran San Bernardo, tra Italia e Svizzera, probabilmente, vi era un suo tempio, mentre al Piccolo San Bernardo, tra Italia e Francia, vi è ancora una colonna in suo onore (la “colonna di Giove”, oggi sormontata da una statua del Santo di Mentone); anche il Liguria il dio Penn era conosciuto e venerato e ne è conferma l’origine del nome del Monte Penna, nel Parco dell’Antola, tra la Liguria e l’Emilia Romagna.

Il Beigua, quindi, per la sua centralità e caratteristiche geologiche, poteva essere quindi considerato un “monte sacro” da parte dei Liguri, e, proprio per la sua posizione, vi si respira ancora un po’ di quell’aria “magica” e si percepisce una forte concentrazione di energie: il massiccio, caratterizzato dalla presenza di rocce ofiolitiche (le famose “rocce verdi”), viene indicato dai geografi, a livello geologico, come lo spartiacque tra le Alpi e gli Appennini, considerando quindi il “gruppo di Voltri”, di cui il Beigua fa parte, il vero inizio delle Alpi; queste rocce verdi, inoltre, venivano lavorate e utilizzate come amuleti (di cui si è trovata traccia anche in Val Bormida) dai pastori liguri , come protezione contro i fulmini e le intemperie. Solo l’avvento dei cistercensi, con la costruzione della Badia di Tiglieto a fine del XII secolo, estirpò questi culti pagani, ancor bene radicati nel territorio, “crocettando” alcune delle numerosi incisioni, come per “estirpare” la presenza di divinità pagane.

A conferma della sacralità del Monte Beigua, vi è la recente scoperta da parte di Claudio Arena di “Savona Sotteranea” e di Fabrizio Paolino, che hanno trovato numerosi presunti “menhir”, del quale vi parliamo in dettaglio nel numero di Maggio de “L’Inchiostro Fresco”.

Grazie a Savona Sotterranea per la foto.

RIPRODUZIONE RISERVATA.

Matteo Serlenga
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