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Ricordare per non dimenticare una pagina buia della storia recente italiana

9 maggio: Giornata Nazionale del Ricordo delle Vittime del Terrorismo

Il 9 maggio si celebra in tutta Italia la “Giornata Nazionale del Ricordo delle Vittime del Terorismo” istituito con la legge n.56 del 4 maggio 2007.

 

PERCHÈ È NECESSARIO RICORDARE?

Aldo Moro

E’ un dovere, prima ancora che un obbligo, ricordare e commemorare quanti hanno dato la vita per la difesa dello Stato e della legalità. Il ricordo di Aldo Moro, Luigi Calabresi, Marco Biagi e di tutte le altre vittime del terrorismo richiama alla mente la triste e sciagurata stagione degli anni di piombo. Uno dei momenti più bui della storia della nostra Repubblica. Solo tra il 1969 e il 1987 sono stati registrati 14.591 atti di violenza politica, con 419 morti e 1.181 feriti. A quel computo vanno aggiunte decine di altri italiani colpiti in seguito, dal terrorismo che ha portato il numero dei  morti ad oltre 500.  Ebbene, a distanza di tanti anni, “bisogna tenere viva e ben impressa la memoria di quel tragico periodo, perché l’esempio di quei sacrifici non sfiorisca mai e funga, anzi, da monito perenne alle nuove generazioni, diffondendo e rafforzando, nelle nuove leve, la cultura della democrazia, della legalità, della tolleranza e del dialogo”.

PERCHÈ PROPRIO IL 9 MAGGIO?

Perché il 9 maggio del 1978, a Roma in via Caetani, venne ritrovato il corpo dell’on. Aldo Moro, in una Renault rossa, crivellato da colpi di arma da fuoco. Fu la figlia di Guido Rossa (anche lui ucciso dalle brigate rosse mentre stava andando a lavorare la mattina del 24 gennaio 1979), Sabrina, quando era parlamentare del Pci, a presentare la proposta di legge per istituire la giornata della memoria delle vittime del terrorismo.

Ma quanti sanno, e quanti si ricordano, di questa ricorrenza? Spesso, si ha la sensazione che le vittime di quel terrorismo, che ha insanguinato l’Italia, siano vittime di serie “B”, e che il loro sacrificio sia meno importante rispetto alle altre vittime provocate dalla barbarie della violenza politica. Quella degli “anni di piombo”, è una pagina buia della storia recente del nostro paese. Ma è anche una pagina di storia che va resa limpida e trasparente per il bene della nostra convivenza civile.

Guido Rossa

Non è solo la ricerca della verità di quei tragici fatti, ma è anche il bisogno di superare il clima di strisciante rancore che ci portiamo dentro. Basti pensare ai parenti delle vittime del terrorismo che aspettano ancora giustizia (e che, forse, non avranno mai) che portano nel cuore le ferite della perdita di persone care e, ancor più, la mancanza di ricerca della verità.

CHI SONO LE VITTIME?

Sono gli italiani che hanno perso la vita, facendo il loro dovere di Magistrati, di giornalisti, di poliziotti di carabinieri, di operai, di impiegati, di dirigenti, di politici, di onesti cittadini. Ma ciò che più ferisce, nell’Italia del 2017, è la mancanza di volontà politica, e giudiziaria, per fare piena luce della storia di quegli anni del nostro paese. La storia (quella vera), ci sia sempre di monito nel nostro operare di cittadini per il bene comune.

L’esito conclusivo e la sconfitta del terrorismo, non fu, però, dovuto (come invece se tenta di far credere) alla legge Gozzini, che prevedeva sconti di pena per i collaboratoti di giustizia. Anzi, proprio grazie a quella legge è da diversi anni che non ci sono più ex terroristi in carcere. Il terrorismo, e il disegno politico che lo sosteneva, sono stati sconfitti dalla caduta del muro di Berlino. E un grande merito va certamente  attribuito al Papa Giovanni Paolo II. Risuona ancora nelle orecchie, e soprattutto nei cuori, di tanti milioni di cittadini (non solo polacchi), il grande appello quando è andato a Danzica a parlare agli operai dei cantieri navali, e non ha esitato a dire: “Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo”.

E, nonostante siano passati più di 30 anni, ci sono ancora, nel parlamento e nelle istituzioni, forti ostacoli alla ricerca della verità degli anni di piombo. Perché? A chi giova?

Non si vede all’orizzonte un politico, e ancor meno un magistrato, interessato a far conoscere la verità degli anni di piombo. Un esempio? Chi erano i fiancheggiatori dei terroristi? Erano davvero solo “compagni che sbagliavano”? Chi si è mai preoccupato in questi anni di  portare a casa Cesare Battisti dal Brasile?

Luigi Calabresi

No. Non è lo spirito di vendetta, ma il bisogno di verità e di giustizia. Troppi i “compagni” che hanno militato nei gruppi terroristici negli anni settanta, oggi (e da diversi anni) siedono nelle redazioni dei giornali, delle televisioni (pubbliche e private), nella pubblica amministrazione, nelle Università, e persino nel Parlamento, che preferiscono l’oblio alla ricerca della verità. Portare Cesare Battisti in Italia, è un dovere della giustizia, e soprattutto, un bisogno di verità. Quella verità che viene ancora ostacolata. Non erano solo compagni che sbagliavano. Erano, invece, parte integrante di un disegno teso a destabilizzare il paese.

Qualche giorno fa, la ricorrenza del 25 aprile, ha portato, giustamente, nelle piazze e nei convegni, autorità politiche, civili e militari per ricordare fatti ed eventi di oltre 72 anni fa. Ma si fa ancora troppa fatica a ricercare la verità sul terrorismo degli anni di piombo. Un fatto, però è certo. Tutti i gruppi armati che in quegli anni hanno seminato terrore, non avrebbero potuto agire se non avessero avuto coperture politiche, economiche e logistiche. Eppure. Eppure c’era chi pretendeva di cambiare l’Italia con la violenza.

Servirà il 9 maggio di quest’anno a fare un po’ di luce? E’ un impegno che ci si assume? Concretamente?

Francesco Mascolo
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