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Giovanni Falcone, ostacolato in vita, osannato dopo la morte

Venticinque anni fa la Strage di Capaci

 La fine di Giovanni Falcone potrebbe essere letta come una sconfitta dei giusti e dello Stato, come la fine di una speranza, ma in realtà la sua morte ha rappresentato l’inizio di una rinascita della società civile, che ha spinto le istituzioni statali a sferrare nei confronti della mafia la rivolta di tante  migliaia di giovani,  e della maggioranza della gente comune che si riconosce nei valori di giustizia, di verità, di onestà che sono alla base di ogni convivenza civile.

Nella storia recente del nostro paese, la Strage di Capaci, rappresenta una specie di “spartiacque” per la vita politica in Italia, e non solo per la lotta alla mafia.

Giovanni Falcone è stato un magistrato italiano che ha dedicato la sua vita alla lotta contro la mafia senza mai retrocedere di fronte ai gravi rischi a cui si esponeva con la sua innovativa attività investigativa, mosso da uno straordinario spirito di servizio verso lo Stato e le sue istituzioni. È stato tra i primi a identificare Cosa Nostra in un’organizzazione parallela allo Stato, unitaria e verticistica in un’epoca in cui si negava generalmente l’esistenza della mafia e se ne confondevano i crimini con scontri fra bande di delinquenti comuni.  La sua tesi è stata in seguito confermata dalle dichiarazioni rilasciate nel maxiprocesso dal primo  importante pentito di mafia, Tommaso Buscetta

Grazie al suo innovativo metodo di indagine ha posto fine all’interminabile sequela di assoluzioni per insufficienza di prove che caratterizzavano i processi di mafia in Sicilia negli anni ’70 e ’80. Il metodo si avvale di indagini finanziarie presso banche e istituti di credito in Italia e all’estero e permette di individuare il  movimento di capitali sospetti. Esso è tuttora adottato a livello internazionale per combattere la criminalità organizzata.

Rigore investigativo, indagini finanziarie ed estrema capacità di coesione all’interno del gruppo che è passato alla storia come il “pool antimafia”: queste le caratteristiche che hanno permesso la realizzazione del primo maxiprocesso alla mafia, il più grande risultato mai conseguito contro Cosa nostra. L’eccezionale lavoro di un manipolo di magistrati guidati da Falcone approdò al dibattimento pubblico che vide alla sbarra 475 mafiosi, tra boss e gregari. Esemplare la sentenza, che consentì alla magistratura di condannare all’ergastolo l’intera direzione strategica di Cosa nostra.

L’apice del successo sarà proprio l’inizio della fine del giudice. Cresce l’odio della mafia nei suoi confronti e, parallelamente, cresce l’avversione politica per un magistrato che si avvicina pericolosamente al territorio inesplorato delle connivenze istituzionali. Viene giudicato talmente “pericoloso” da convincere i suoi nemici ad una soluzione finale, diversa e più cruenta di quella che ne aveva decretato l’espulsione da Palermo.

Giovanni Falcone, da parte sua, sa che il conto con la mafia è aperto e considera l’attentato alla sua persona come più di una eventualità, anzi una certezza che sarebbe prima o poi arrivata. Tuttavia va avanti per la sua strada. Per questa sua scelta fu aspramente criticato e diffamato sui giornali, non solo  dalla gente comune (che si lamentava del rumore delle sirene delle auto di polizia in cui viaggiava il magistrato), ma ci fu anche il tentativo di intimidirlo con dalle lettere anonime del “Corvo”, pubblicate già dall’estate dell’89, e che mettevano in guardia personaggi pubblici e politici da Giovanni Falcone.

 Per Falcone il clima ostile del Palazzo cresce ogni giorno di più e si rende presto conto di trovarsi isolato. Falcone avverte che in quel “Palazzo”, non riesce più a lavorare come vorrebbe e che i quotidiani dissensi  lo logorano ogni giorno di più. Decide così di accogliere l’invito del Ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli, a ricoprire il ruolo di Direttore degli Affari Penali al Ministero, e qui prende servizio nel novembre 1991. Il Ministro vuole dare alla sua azione una forte connotazione antimafia e Falcone capisce quanto potrebbe essere determinante il suo ruolo nell’elaborazione di nuovi strumenti legislativi per rendere più efficace l’azione della magistratura contro la criminalità organizzata. Perciò fa in modo di semplificare e razionalizzare il rapporto tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, istituendo una forma di coordinamento tra le varie procure.

L’attentato all’Addaura e la congiura del “corvo”. Nel 1989, una congiura di soggetti ancor oggi non tutti individuati, decide di screditare definitivamente Falcone. L’accusa è di aver fatto ritornare in Italia il pentito Salvatore Contorno, esponente della “mafia perdente”, al fine di uccidere dei rappresentanti della “mafia vincente”. Queste falsità aberranti vengono espresse in lettere anonime, dette lettere del “corvo” ed inviate a vari rappresentanti delle istituzioni. Il 20 giugno del 1989 Falcone sfugge all’agguato tesogli nella sua villa all’Addaura: un borsone con cinquantotto candelotti di dinamite posto sulla scogliera dove Falcone faceva il bagno, viene trovato per caso da un agente della scorta. La bomba viene disinnescata e l’attentato fallisce. È lo stesso Falcone a spiegare il senso di quell’aggressione, una manovra ideata in maniera perfetta da “menti raffinatissime”, adatta a dar credito alle accuse delle lettere diffamatorie del Corvo: “Il contenuto delle accuse doveva essere il movente che aveva spinto la mafia a uccidermi. Sarei stato un giudice delegittimato perché scorretto, l’omicidio sarebbe stato giudicato quasi naturale”.

Dopo l’attentato dell’Addaura, per diretto interessamento del Presidente Francesco Cossiga, Falcone viene nominato dal Consiglio Superiore della Magistratura “Procuratore Aggiunto” di Palermo. Qui altre lettere del “corvo” continuano ad avvelenare il clima del Palazzo di Giustizia, ma Falcone, sebbene avversato e ostacolato, riesce ugualmente a condurre intense attività di indagine.

La strage di capaci: Era sabato pomeriggio quel 23 maggio del 1992. Le cronache dicono che erano le 17:58, quando al chilometro 5 della A29, nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, esplose una carica di cinque quintali di tritolo. In quei momenti passavano le tre auto blindate, che scortavano Giovanni Falcone. Venne cosi ucciso un magistrato che aveva fatto della lotta alla mafia il suo principale impegno. In quell’attentato morirono anche, la moglie, Francesca Morvillo, e tre agenti di scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Fu la moglie di una delle vittime a pronunciare un appello durissimo durante i funerali che si svolsero nel Duomo di Palermo Il 25 maggio 1992:  “Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato…, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare… Ma loro non cambiano… loro non vogliono cambiare… Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Non c’è amore, non ce n’è amore…“.

Quelle parole sono rimaste nella storia. E forse, un po’ meno, nel cuore dei diretti destinatari. A 25 anni da quei fatti, certe verità fanno ancora fatica ad emergere. Chi aveva interesse a far fuori Falcone? Solo la mafia con la coppola e la doppietta?

Quella di Capaci fu una strage che aveva il sapore, e forse l’intenzione, di intimidire lo Stato che con Falcone aveva avviato una nuova strategia di lotta alla mafia. I processi che ne sono seguiti si sono “incaricati” di individuarne gli esecutori materiali di quella strage, e di quella successiva avvenuta la domenica 19 luglio, sempre a Palermo in Via D’Amelio, con l’uccisione di Paolo Borsellino, amico e collega di Falcone.

Ma tanto è rimasto ancora da fare per cambiare e rimuovere le ragioni e le cause che non hanno saputo (o voluto?), impedire quelle stragi.

Dopo l’attentato a Giovanni Falcone, l’amico e collega Paolo Borsellino disse adesso tocca a me, consapevole che prima o poi sarebbe rimasto solo contro lo Stato e contro la mafia nel periodo in cui si stava scoprendo la vicenda della trattativa.

Falcone osannato dopo la morte, non era certo ben visto negli ambienti in cui operava in quegli anni. “…Le incomprensioni gli derivano soprattutto dal confronto con i colleghi della Procura che pure un tempo gli erano stati a fianco. Questi ne ostacolavano sistematicamente il lavoro costringendolo a limiti angusti nella manovra delle indagini”.

Falcone però non è tipo da farsi intimorire, e suggerisce, con successo, la costituzione di un ufficio centrale nazionale che prenderà il nome di Direzione Nazionale Antimafia, generalmente nota come Superprocura.

Ma quando Falcone viene indicato come il naturale candidato a questo nuovo ufficio,  come un copione che si ripete, subisce l’avversione generale e maggiormente dei colleghi, che lo accusano di voler impadronirsi di uno strumento di potere da lui stesso ritagliato sulla sua persona.

Fu soltanto dopo la sua morte ad essere osannato, divenendo l’eroe e il simbolo dell’antimafia.

 Significativa e molto eloquente la constatazione della dott.ssa Ilda Boccassini, magistrato che ha collaborato con Giovanni Falcone nella Procura di Palermo: “Non c’è stato uomo in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. Bocciato come consigliere istruttore, bocciato come procuratore di Palermo, bocciato come candidato al Csm, e sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia se non fosse stato ucciso. Eppure ogni anno si celebra l’esistenza di Giovanni come fosse stata premiata da pubblici riconoscimenti o apprezzata nella sua eccellenza. Un altro paradosso. Non c’è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità.”

Anche dopo la morte di Falcone e Borsellino, sono rimaste sempre sottovoce le parole pronunciate dalla moglie dell’agente Schifani Il 25 maggio 1992, nel corso dei funerali delle vittime. Quelle parole sono rimaste nella storia. Quanti sono, ancora oggi, coloro che “ostacolano” la ricerca della verità sulla morte di Falcone e Borsellino? Casa c’è scritto, e dove è finita, la famosa agenda di Borsellino?  Non basta dichiarare di essere contro la mafia.

L’antimafia non è un distintivo da apporre sul bevero della giacca, da esibire in determinate circostanze. L’antimafia è prima di tutto un valore etico che si esprime con il proprio comportamento, in qualunque circostanza, dentro e fuori le istituzioni. Ma, come diceva Leonardo Sciascia: “…In Sicilia si vive (anche) di mafia e di antimafia…”.

“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

(Giovanni Falcone)

ndr: Alcune significative considerazioni qui riportate, sono state tratte dal sito della fondazione intitolata a Giovanni Falcone. La Fondazione Falcone è stata costituita a Palermo il 10 dicembre 1992 con lo scopo di promuovere la cultura della legalità. Presidente della Fondazione, è la Professoressa Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso.

Francesco Mascolo
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