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Un racconto (quasi) di fantasia dell'entroterra genovese

Firmino, in un paese dell’entroterra…

 Scendeva la via D’Annunzio, come gli capitava quasi tutti i giorni feriali della settimana, vestito demodé, ma un tempo si sarebbe detto elegantissimo, abito fatto dal sarto, in stoffa grigio scuro scozzese, camicia bianco perla sulla quale non portava cravatta, ma una breve collana di acciaio per esporre ben visibile una medaglia avuta a ricordo del suo antico sprezzo del pericolo, giovanissimo volontario, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte greco.

Chi conosceva le sue abituali discese in paese e il suo modo di sfoggiare in modo del tutto tradizionale lo definiva uomo provo, apparentemente disinteressato di quanto stava avvenendo intorno a lui, abbigliato a mo’ di “capriccio” di vecchio pensionato.

Altri, con un tocco di rispettosa curiosità e garbato umorismo, accennava all’uomo come se si predisponesse ad una passeggiata alle Capannelle o in una classica brughiera.

Sennonché in questo paese di disordinate colline non c’è ombra di una brughiera né tanto meno un galoppatoio che richieda tanta compassata eleganza.

Al termine di via D’Annunzio, che per la personalità del poeta poteva considerarsi attagliata alla austera figura del vecchio misterioso, questi si immetteva nel traffico di via Pindemonte e risaliva verso una piazza dove aveva trovato sede un Circolo di ex combattenti, di tutte le armi e dove era possibile leggere, oltre quasi tutti i quotidiani italiani del giorno, ciò che offriva internet, soprattutto sui siti impegnati a riferire e commentare gli accadimenti della valle.

 La piazza, dedicata ad un industriale che Firmino, questo il nome del suggestivo passeggiatore feriale, non riusciva a capire come fosse finito a Mathausen per opera dei fascisti e delle SS tedesche, lui che era allora un agiato borghese discendente da una famiglia originaria di una valle parallela nell’entroterra della Città Metropolitana, è grande, con ampi posteggi, una biblioteca multiuso, una banca, l’ufficio postale momentaneamente infilato in due container rovesciati ed attrezzati, il vecchio palazzo sede del Sindaco e degli uffici comunali.

Proprio in questi giorni di questo fine maggio si è capito perché Firmino scende in centro solo nei giorni feriali, non prima delle otto, non dopo le venti: aveva avuta una avvisaglia di una disfunzione cardiaca e si muove solo quando l’Automedica del Servizio di Primo Intervento istituito da poco è attiva sul territorio.

Poi si affidava in primis alla badante rumena che non aveva secondo Firmino nulla da imparare dai volontari messi in campo dall’Amministrazione comunale con il consenso dell’Asl e nel silenzio dei medici di famiglia.

Proprio dalla badante rumena assunta dall’anziano si era saputo qualcosa in più del riservato Firmino, e in particolare circa la sua consapevolezza di portare il nome, Firmino, del giornalista al quale Antonio Tabucchi affida le indagini di un caso clamoroso nel romanzo La testa perduta di Damasceno Monteiro.

 Lui ne era fiero e cercava sempre di penetrare gli eventi, di trovare spiegazioni senza accontentarsi del parere di un vecchio vice sindaco del paese o di un riciclabile ex presidente della soppressa comunità montana.

Firmino avvertiva dalle parole accorte e prudenti dei due che intorno alla soluzione alla fine di lunghe trattative e spinte da parte delle P.A., in particolare quella del paese con un ufficio postale stranamente in container, si agitavano alcuni dubbi sulla durata del Servizio Sanitario in valle.

Purtroppo la collocazione del Primo Intervento, sia pure limitato alle dodici ore diurne, avrebbe dovuto avvenire nell’ala nuova dell’ex Ospedale Frugone, lasciando alle efficienti e dotate P.A. il compito di convogliare i malati e gli infortunati alla attenzione del medico e degli infermieri specializzati.

Firmino si soffermava con particolare impegno su queste questioni parlandone però con pochi dei frequentatori, quelli che gli parevano più ragionevoli.

Carmelo Balbi
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