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Alla scoperta dei segreti del "piccolo Vajont" dell'Oltregiogo

Diga di Molare, il “Vajont” del Piemonte

Il prossimo 13 agosto saranno passati esattamente 82 anni dall’esondazione della diga di Molare, uno dei tanti disastri italiani dimenticati dovuti all’imperizia e all’avidità dell’uomo.
L’impianto della diga di Molare è entrato in funzione nel 1925 sotto la gestione dell’O.E.G. (Officine Elettriche Genovesi) con il fine di produrre energia elettrica come ci racconta Stefano Podestà, archeospeleologo e gestore del Forte Geremia, che ci ha accompagnato in questa escursione alla diga abbandonata. “Il problema è nato dalla diga secondaria di Bric Zerbino” prosegue Stefano “che fu progettata e costruita frettolosamente dopo aver approntanto una modifica al progetto originario. Infatti la diga principale fu alzata di 14 metri, incrementando la portata dell’invaso da 8 a ben 18 milioni di metri cubi rendendo necessario costruire uno sbarramento secondario per non fare traboccare l’acqua nell’avvallamento presente tra Bric Zerbino ed il Monte Ratto. Ciò ha generato un grave problema, i lavori di costruzione di questo secondo sbarramento artificiale furono fatti fettolosamente e senza adeguate perizie geologiche che avrebbero sicuramente evidenziato la natura friabile della roccia circostante, non adatta alla costruzione di un’opera ingegneristica simile”.

Mentre percorriamo la sommità della diga per raggiungere la scala di servizio che ci porterà al suo interno Stefano prosegue il suo racconto e ci spiega come si sono svolti i fatti in quella fatidica giornata del 1935. “Quell’estate fu molto siccitosa e non ci si sarebbe mai aspettati un evento metereologico di quella portata, ma durante la giornata del 13 agosto fin dal mattino cominciò a cadere una pioggia incessante e fitta, si riversarono nel bacino dell’Orba ben 364 mm di acqua in meno di otto ore. Il guardiano della diga (Abele de Guz) si accorse del pericolo e attivò subito i sifoni e lo scaricatore di superficie. Successivamente ritenne necessario aprire anche la valvola a campana che però funzionò solo per pochi minuti bloccandosi a causa del troppo fango e detriti che vi si erano accumulati. Alle 13.15 le due dighe erano ormai sovrastate da una lama d’acqua di ben 2,5 metri di altezza e la diga secondaria assieme a tutta la sella Zerbino collassò riversando a valle una massa d’acqua e fango pari a 25.000.000 di metri cubi spazzando via tutto quello che incontrava nel suo tragitto”.

A questo punto abbiamo raggiunto l’ingresso della scala di servizio e cominciamo a scendere nelle viscere della diga che ci ricorda un gigante di pietra e cemento ormai addormentato.
La scalinata è fatiscente e all’interno il buio è sovrano, siamo quindi costretti ad accendere le torce frontali. Alla nostra destra osserviamo le antiche targhe fatte di ceramica blu d’Albisola che indicano l’altezza sul livello del mare. Vi sono molte condutture di ceramica invetriata che servivano allo scolo dell’acqua piovana. Ci sentiamo come dei moderni Indiana Jones. A metà discesa la temperatura è sensibilmente scesa rispetto all’esterno e dopo poco giungiamo nella stanza della valvola di fondo dove troviamo un laghetto concrezionale che come ci illustra Stefano è stato creato negli anni dai depositi di carbonato di calcio percolati dalle pareti della struttura. Il terreno è tutto intriso di una melma rossastra dovuta invece ai depositi di ferro che l’acqua ha trascinato con se dalle vecchie tubature di scolo. Dobbiamo muoverci con cautela per non sprofondare fino alle caviglie nel pantano ma siamo talmente stupefatti dall’ambiente circostante che poco ci importa di preservare le calzature dal fango.

Risaliamo faticosamente in superficie e ritorniamo sul camminamento della diga. Ci dirigiamo verso la macchina passando a fianco della vecchia casa del custode ormai abbandonata, ma ancora integra nella struttura. Percorriamo un sentiero che attraversa la valle che altro non è che il bacino del vecchio lago ormai prosciugato e pensare che una volta sopra le nostre teste vi erano milioni di tonnellate d’acqua ci lascia sgomenti.

Speriamo che in futuro questa straordinaria struttura non rimanga più dimenticata ed abbandonata a se stessa come una cattedrale nel deserto, ma che sia presa in gestione per essere preservata ed utilizzata come meta escursionistica ed archeologica in modo tale che la sua storia sia da monito a non compiere più simili errori.

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Luca Serlenga
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3 commenti

  1. Segnalo questo libro, dettagliato ed illustratissimo, disponibile in rete:

    http://www.archiviostorico.net/libripdf/Diga_Molare.pdf

  2. Argomento da me sconosciuto sono felice di esserne venuto a conoscenza.ringrazio gli addetti e l’inchiostro fresco .complimenti al giornalista che mi ha emozionato

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