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Il ricordo di Francesco Melone sulla giornata più drammatica della storia cittadina

Luglio 1944, quando Novi Ligure venne bombardata

Le macerie della centrale telefonica dopo il bombardamento del luglio 1944 (foto archivio storico Telecom Italia)

Come è noto, il 10 giugno 1940 l’Italia fascista dichiarava guerra alla Gran Bretagna ed alla Francia, annunciata alle ore 18 dal balcone di piazza Venezia a Roma con un roboante discorso   ritrasmesso in tutte le città del Regno e del cosiddetto Impero.

A Novi, poco tempo dopo la fine del discorso si sentirono suonare le sirene preannuncianti un attacco aereo, ma non successe niente del genere: era probabilmente una prova., che però suscitò nella gente perplessità e turbamento per il futuro.

Infatti, tre giorni più tardi, il 13 giugno, verso mezzanotte, tre bombardieri francesi attaccarono il nostro aeroporto. Per fortuna un solo velivolo sganciò alcune bombe che in parte caddero in aperta campagna e soltanto tre colsero il bersaglio, ma non esplosero, sprofondando nel terreno della pista, reso molle dalla pioggia che era caduta abbondante tutta la giornata.

Nella notte tra il 15 e il 16 giugno, nuovamente, alcuni aerei francesi attaccarono lo scalo merci ferroviario di San Bovo, fallendo quasi del tutto l’obbiettivo. L’armistizio con la Francia di alcuni giorni, dopo lasciò relativamente tranquilla la nostra città. Infatti per tutto il 1941 sono segnalati soltanto quattro allarmi aerei. Nel 1942 furono invece 40 e 49 nel 1943, provocati dall’attraversamento di aerei sul nostro cielo, segno che l’offensiva aerea degli Alleati si stava intensificando anche sul territorio italiano.

Ma arriva l’8 settembre 1943, il giorno più triste della storia recente d’Italia. Da quel giorno e per venti lunghi mesi, gli stessi dell’eroica Resistenza partigiana, l’Italia sarà occupata interamente da eserciti stranieri: quello anglo-americano al Sud e quello tedesco al Nord.  Alla notizia dell’armistizio chiesto dall’Italia agli Alleati, scendemmo nelle strade inneggiando alla fine della guerra, ma fu gioia breve, come fu quella del 25 luglio precedente, con il licenziamento e l’arresto di Mussolini e l’infelice affermazione di Badoglio: “la guerra continua” …

Il conflitto, lo avvertivamo tutti, stava volgendo al peggio per chi l’aveva voluta, ma ciò nonostante la fine sembrava ancora lontana, sebbene le forze alleate avessero ovunque la meglio su quelle germaniche. I bombardamenti aerei, che miravano a fiaccare le ultime resistenze del nemico e ad inasprire l’ostilità della popolazione contro chi l’aveva trascinata in una guerra tanto rovinosa, iniziarono a susseguirsi incessanti in tutto il nostro Paese, non sempre colpendo obbiettivi di carattere strategico, anzi. Novi, data la sua importanza industriale e logistica, difficilmente avrebbe potuto sfuggire a questa strategia distruttiva.

Infatti, il 4 giugno 1944, in pieno giorno, alle 12, si verificò il primo pesante attacco aereo sul territorio novese, con un bombardamento a tappeto contro lo scalo di San Bovo, durato 8 minuti, fortunatamente senza vittime, grazie ai ricoveri adattati dai ferrovieri, ma con gravi danni per le strutture.

L’8 luglio 1944, un sabato, alle 10 e 20 della mattina, proprio quando la piazza della Stazione ferroviaria era gremita di gente che cercava di rimediare, magari a borsa nera, qualcosa che conciliasse il pranzo con la cena, avvenne quello che temevamo e speravamo non accadesse.

Prima che la sirena d’allarme avvertisse dell’imminente pericolo, una pioggia di bombe sganciate da una formazione di bombardieri americani, cadde sulla città. Quando la caligine e il polverone cominciarono a dissiparsi, agli occhi dei soccorritori, Pompieri, Croce Rossa, volontari, si presentò uno spettacolo drammatico: gli edifici che circondavano piazza della Stazione erano ridotti ad un cumulo di macerie e dovunque si vedevano corpi distesi a terra o immobilizzati nelle posizioni più pietose. Molti poveri resti disseminati qua e là non avevano più neppure la dignità di corpi umani. Coloro che non fecero in tempo a ricoverarsi nel rifugio scavato nella piazza o nelle cantine della ditta Pernigotti, ma fortunatamente sopravvissuti, continuavano a correre in tutte le direzioni come impazziti.

A destare maggior commozione furono i corpi senza vita di un gruppo di donne e bambini che fu investito dai crollo della casa d’angolo tra via Giacometti e corso Marenco, mentre erano in coda davanti ad una latteria, in attesa di ricevere il quartino di latte  a cui dava diritto la preziosa, ma nello stesso tempo invisa, carta annonaria, preziosa perché senza quella non si potevano acquistare generi alimentari, invisa perché quasi sempre insufficiente.

107 furono i morti di quel mattino, innumerevoli i feriti; i più gravi moriranno nei giorni seguenti, nonostante il prodigarsi del personale medico e infermieristico del nostro ospedale, guidato dal prof. Giuseppe Rodi, che operò per tre giorni e tre notti.

In pochi minuti furono distrutti alcuni fra i palazzi più belli della Città e l’aspetto sontuoso del piazzale antistante porta Pozzolo ne risultò mutato per sempre.

Il palazzo dove un tempo era allocato l’albergo Leon d’Oro, l’albergo-ristorante  Viaggiatori con due edifici  attigui in corso Marenco, l’Hotel Novi, l’albergo Reale e la ditta Pernigotti in via Mazzini, la sede della Tramvia Novi-Ovada e quella della Compagnia dei telefoni, STIPEL, in viale Saffi, erano cumuli di rovine, senza contare le distruzioni provocate dal bombardamento che lo scalo di San Bovo subì quando la seconda ondata degli aerei, dieci minuti dopo la prima, liberò nuovamente il suo carico distruttivo.

Altri danni e vittime vi furono in seguito ad incursioni aeree, che furono in tutto il periodo bellico 26, comprese azioni di mitragliamento e bombardamento, le più pesanti delle quali interessarono via Roma e via Cavour il 31 dicembre 1944 e via Orfanotrofio (oggi via Marconi) il 6 aprile 1945, a pochi giorni dalla fine della guerra.

I morti furono in tutto 216, dei feriti non fu mai precisato il numero. Gli edifici distrutti furono 25, quelli gravemente danneggiati 52, parte dei quali furono in seguito demoliti.

Il 5 agosto 1945, a guerra finita, la tradizionale processione della Vergine Lagrimosa, Patrona della Città, salì fino sulla collina del Castello a memento delle vittime e manifestazione di gratitudine da parte dei vivi.

A distanza di anni il ricordo di quei tragici eventi, ben vivo ai pochi ancora viventi che li subirono, sembra essersi affievolito, e quindi è doveroso alimentare la fiamma della rimembranza, come si è fatto oggi, qui, fino a quando la polvere del tempo non la spegnerà.

Francesco Melone
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