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Il Mediterraneo è un mare di naufraghi a cui non si vuol dare una sponda

L’inverno della nostra umanità

 «Sparare a vista». Così una donna commenta, su Facebook, l’arrivo in Italia di una nave carica di migranti soccorsi nel Mediterraneo. Negli stessi giorni, tre istituti di sondaggio rivelano che la maggioranza degli italiani (con percentuali tra 53 e 66%) è favorevole alla decisione del Ministro dell’Interno Matteo Salvini di chiudere i porti alle imbarcazioni di soccorso. Considerati gli indecisi, solo un quarto degli intervistati dà la priorità al «salvataggio di vite in mare».

Il mare non conosce le leggi degli uomini. I marinai lo sanno. Un uomo in balia delle onde va salvato, e la terraferma a volte è l’unica salvezza. Quella che mostrano i sondaggi si potrebbe quasi chiamare una mancanza di solidarietà nazionale. Nell’opinione pubblica non sembra esserci stata alcuna presa di coscienza delle responsabilità dell’Europa (Italia compresa) sia come culla del colonialismo, sia come esportatrice di armi e di sfruttamento economico. Ciò che manca è tanto la memoria storica, quanto la conoscenza del presente.

Spesso si sente fare la differenza tra “richiedenti asilo”, ovvero coloro che scappano dalla guerra, e “migranti economici”, che cercano invece benessere e migliori prospettive di vita. Ai primi si accordano di solito maggiori privilegi e solidarietà, i secondi sono invece considerati meno meritevoli di accoglienza. La distinzione può sembrare valida, ma entrambe le formule sono due facce – guerra e fame – della stessa condotta occidentale: da una parte la geopolitica spinge i governi a destabilizzare o intervenire militarmente nei paesi considerati strategici, generando conflitti locali o guerre; dall’altra parte le imprese occidentali sono sempre pronte, in ragione del profitto, a chiudere un occhio sullo sfruttamento dei lavoratori e delle risorse dei paesi più poveri.

C’è un nesso causale piuttosto chiaro tra i flussi migratori e il nostro comportamento – passato e presente – in Africa e Medio Oriente. Forse non lo vediamo, ma forse preferiamo semplicemente guardare dall’altra parte. Così sembra essere successo, ad esempio, a seguito delle politiche dell’ex-ministro Marco Minniti, il quale, nel marzo del 2017, si accordò con il governo e le milizie libiche per fermare i flussi direttamente in Libia. Successivamente, diverse inchieste e indagini internazionali rivelarono una rete di torture, stupri e violenze a danno dei migranti: crimini perpetrati dalle stesse persone con cui Minniti si era accordato. Le Nazioni Unite definirono il patto «disumano» e l’Alto commissario per i diritti umani disse che «la sofferenza dei migranti detenuti nei campi in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità».

Oggi l’accordo è ancora in vigore, e se poco è cambiato nella gestione dei migranti, in compenso ha prodotto i risultati sperati: gli sbarchi sono nettamente diminuiti. I dati ufficiali indicano che nei primi cinque mesi del 2018 le persone arrivate in Italia via mare sono state 13.362, rispetto alle 60.228 dell’anno scorso: una diminuzione del 77,8%. In breve, abbiamo chiuso un occhio sui diritti umani, però ha funzionato.

E invece no. O almeno, non per la maggioranza degli italiani. Uno dei sondaggi mostra infatti un altro dato inquietante, che ha a che fare con la comprensione della questione: il 75% circa degli italiani pensa che gli sbarchi siano rimasti sostanzialmente invariati rispetto all’anno scorso (per uno su quattro sono addirittura aumentati). C’è quindi un grosso distacco tra la percezione e la realtà dei fatti. Uno scollamento prodotto sia dalla retorica politica, che soffia sul fuoco della paura per guadagnare consenso, sia da quelle agenzie d’informazione che usano il sensazionalismo e la drammaticità – piuttosto che la riflessione – come mezzi per aumentare vendite e profitti.

Per questo la questione migratoria è vissuta come una crisi. Ma una crisi è un fenomeno singolare, traumatico e di breve durata, mentre le cause scatenanti delle migrazioni non sono finite e non sono destinate e concludersi a breve. Ed è proprio quest’interpretazione errata che rende possibile parlare dei migranti come un’orda di barbari all’orizzonte, quando forse i barbari siamo noi. Perché fintanto che daremo inizio a guerre, o venderemo armi, o sfrutteremo cinicamente le economie povere, le persone continueranno a scappare. In altre parole siamo noi, spesso, ad aggravare gli stessi problemi che oggi lamentiamo.

Sei mesi fa il 38% degli italiani vedeva i migranti come una minaccia alla nostra identità culturale e religiosa. Ma la politica del respingimento è uno schiaffo ai valori di solidarietà, libertà e uguaglianza che da secoli animano la cultura europea, ed è un insulto all’atteggiamento di pietà cristiana che ogni credente dovrebbe avere verso il prossimo. Oggi, come altre volte in passato, siamo pronti a condannare gli “ultimi” della terra, ma non siamo in grado di riflettere sui “primi”, ovvero noi stessi.

Arnaldo Liguori
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