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La scienza non è un pranzo di gala, 1

In mezzo a tutte le bufale che circolano in rete, di fronte a teorie complottistiche e ardite costruzioni mentali prive di fondamento, a volte il pensiero scientifico sembra una fortezza assediata e mezzo diroccata per i colpi ricevuti.

Non è che gli scienziati se ne siano rimasti fermi a farsi cannoneggiare. Si annusa, anzi, la presenza di un sempre più forte vento di riscossa. Ma non ho nessuna intenzione di scrivere l’ennesimo post retaiolo in difesa della scienza. O, meglio, sì. Ma la difesa della scienza a mio parere non si fa (bene) se si dà una versione troppo semplificata, idilliaca e idealistica di cosa sia la scienza. E così ogni tanto mi capita di scontrarmi con divulgatori che, a mio parere, cercano di semplificare troppo, o che ritengono “ovvio” che la ragione stia dalla parte della scienza. Cercherò allora, in questo post e in altri che seguiranno di fare alcune considerazioni senza grandi pretese (mica sono un epistemologo, o un esperto di storia o metodologia scientifica), ma con lo scopo di mettere in evidenza quanto sia poco lineare il percorso della scienza.

Comincio con un esempio personale, che riguarda le riviste scientifiche serie, ovvero peer reviewed.

Di cosa sto parlando? Sto parlando appunto di riviste scientifiche serie. Riviste che non pubblicano tutti i “lavori” (termine gergale per indicare un articolo scientifico o aspirante tale) che ricevono, ma che li sottopongono ad uno screening.

Come funziona questa valutazione preventiva di un articolo? Ci sono due tipi di attori principali in questo processo.

Un tipo è dato dal responsabile scientifico della rivista, cui spetta la decisione finale sull’accettazione o meno dell’articolo presentato. Questo responsabile (magari non è una singola persona ma un comitato molto ristretto) si può fare aiutare da colleghi di cui è nota la rilevanza scientifica nel settore di cui si occupa la rivista. Sono tipicamente detti “associate editors” (o termini similari), e collaborano direttamente col responsabile scientifico, dandogli indicazioni sulla significatività dei lavori presentati. Colloco anche loro nel “primo tipo” di attori.

Il secondo tipo è dato dai referee. Chi sono o, meglio, cosa fanno? Leggono il lavoro presentato, ne analizzano la correttezza, segnalano manchevolezze più o meno grandi, suggeriscono agli autori modifiche, etc. Tipicamente, quando un articolo viene ricevuto da una rivista scientifica, parte un processo il cui punto di partenza sostanzialmente rilevante è la scelta, da parte di un associate editor, dei referee che si occuperanno di quel lavoro. Come li sceglie? Tra i ricercatori che conosce (scientificamente parlando) i quali lavorano nel campo specifico di cui si occupa l’articolo ricevuto, o per lo meno in campi molto prossimi. Tipicamente, è ignoto agli autori dell’articolo chi siano i referee (riducendo quindi drasticamente il rischio che possano essere condizionati/influenzati), mentre agli autori è noto il responsabile scientifico e magari anche lo associate editor che si occupa del loro articolo.
Insomma, quando un articolo viene mandato a una rivista scientifica seria, questo viene analizzato e discusso da almeno tre esperti del settore. Ovvio che non c’è nessuna garanzia che il sistema funzioni alla perfezione, ma ci si aspetta ragionevolmente che un articolo interessante venga pubblicato, mentre cose irrilevanti (o addirittura “sbagliate”) non superino questo filtro preliminare.

Beh, io sono testimone diretto del malfunzionamento di questo sistema, in almeno un caso, piuttosto macroscopico, che mi riguarda. Un articolo, che porta anche il mio nome tra gli autori, è stato accettato da una rivista scientifica di livello medio (ha un impact factor decente per il suo settore), nonostante si tratti di un articolo del tutto banale. Cosa è successo? Come è successo? Non lo so. Non so chi siano stati i referee che hanno letto (spero per loro svogliatamente e malamente) quell’articolo ed hanno espresso un parere positivo, limitandosi a suggerire modifiche minimali, invece di notare che dal punto di vista matematico era al livello di un banale esercizietto per studenti. Ricordo che ero contrario a mandare quell’articolo a quella rivista, ma alla fine avevo acconsentito confidando sulla serietà della rivista, che pensavo l’avrebbe sicuramente respinto. E invece mi ritrovo con una pubblicazione scientifica in più… Per fortuna non si tratta di un articolo che contiene errori (almeno che io sappia). Semplicemente, è un articolo completamente irrilevante.

Di lavori pubblicati che contengono errori ne parlerò in seguito. Anche qui, facendo riferimento diretto ad esperienze personali.

PS
Cercando link per la “peer review”, mi sono imbattuto in un articolo fresco fresco su “Le Scienze”, incentrato sulla “CRISPR” (una rivoluzionaria tecnica di editing del DNA) ma anche sui difetti della peer-review. Come a dire, mica solo io penso che anche nella ricerca scientifica ci siano un po’ di difetti. Il titolo dell’articolo sembra venire proprio a fagiolo per questa briciolina:
Nessuno è perfetto. Né CRISPR né la peer-review
.

Nota sul copyright.
L’immagine “di copertina”, che è nel pubblico dominio, è tratta da qui:
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