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Fare la Resistenza con Leopardi

Giacomo Leopardi da Recanati è assieme a Dante Alighieri il poeta italiano per antonomasia. Amato o deriso, compianto oppure vituperato è una figura che si erge a guisa di Titano (che lo si preferisca caduto o meno, ciò non fa differenza) all’interno della Letteratura Italiana. Ma un aspetto tenuto in poca considerazione dai professori, soprattutto da quelli di Ateneo, è stata la portata che hanno avuto le sue liriche (ma anche le Operette Morali) per la generazione che si formò durante la Seconda Guerra Mondiale, quella dell’ ”avere vent’anni l’8 settembre 1943”, cioè quella serie di persone, più o meno illustri, più o meno oscure, che hanno fatto l’Italia del dopoguerra. È stata questa una generazione ampiamente studiata e analizzata, anche dagli stessi suoi protagonisti. Grosso modo vige ancora la regola aurea di Umberto EcoLa generazione che crebbe con il ritratto di Mussolini, del re Vittorio Emanuele III e di Papa Pio XII in classe, divenne nel breve volgere degli anni, antifascista, repubblicana e atea”. Bisogna però considerare anche il fatto che i massimi teorici e protagonisti dell’antifascismo, e perché no della stessa Resistenza, se si scorre fra le personali pagine degli album di famiglia, li si vede, qualche anno addietro, in fez e camicia nera, inappuntabili avanguardisti da “libro&moschetto”, fautori dell’Impero e amanti della retorica mussoliniana.

Qui ci salva l’immortale frase italica “so ragazzi…!”. Ma quando i nostri baldi giovani si affacciano all’età matura ecco che i dubbi aumentano, le domande crescono e infine la conversione si fa: dallo “eja eja alalà” si passa all’Internazionale fischiettata sotto voce. E allora tutto un riconcorrere di letture proibite, di adorazioni di grandi figure tenute in oblio dalla cultura ufficiale e una religione silenziosa e pervicace (come del resto per i giovani di tutti i tempi) per le “cose proibite”. Ma nella grande lungimiranza al contrario del Governo “testa di morto” di Mussolini, tra le proibizioni o per meglio dire tra le diminuzioni di portata, rientrava anche Leopardi. Il recanatese era considerato portatore di valori “gelatinosi, gobbi come era lui e senza spina dorsale”, non consoni alla generazione deputata a dominare il Mediterraneo con pugno di ferro e che sarà destinata ad essere appellata, da quel gran fumatore di Churchill, come “il ventre molle dell’Asse”. Ma non ci si dimentica di un grande poeta perché qualcuno te l’impone, anzi. La generazione dei giovinotti ebbe una folgorazione per il “meraviglioso ragazzo”. 

"Il Federale"

“Il Federale”

Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi

Nelle biografie, oleografiche e autoreferenziali fin che si vuole, dei grandi del domani, da Eugenio Scalfari a Pietro Ingrao, la figura di Leopardi è una stella fissa. Scrive lo stesso Ingrao su “la Repubblica” del 26 Marzo “Ritengo che la poesia più bella sua (di Leopardi ndr) sia Le Rimembranze. Vi ricordate comincia con “Vaghe stelle dell’Orsa”: è un continuo trascolorare tra il ricordo dell’esperienza sua immediata (di quella che è stata la sua vita materiale, gli episodi della sua esistenza, le terrazze, i dipinti, i giochi, i sollazzi, le sue speranze e così via) e la sorte dell’uomo, il suo destino. Quella che ame sembra la grande novità straordinaria non è poi tanto la conclusione terribile e crudele a cui lui arriva, quanto questo rendere la tragicità della condizione umana in questo continua trascolorazione, in queste continue oscillazioni”.  Il pensiero di Ingrao è stato, con diversi gradienti di giudizio e modi di approccio, quello della generazione che disse “no” (la parola più rivoluzionaria per la poetessa Emily Dickinson) al Nazifascismo, che andò sui monti ad opporsi materialmente e lesse Leopardi per opporsi spiritualmente al Regime. I giovani partigiani, almeno alcuni, fecero la Resistenza assieme a Leopardi. Non è un caso che in un film leggero come è “Il federale” di Luciano Salce (e ricordato molto più per la celebre battuta di Ugo Tognazzi, ripetuta negli anni in sincrono quasi religioso, “buca, buca con acqua…”) la figura di un ipotetico “primo ministro della Nuova Italia” sia un professore abruzzese, una specie di Benedetto Croce da cinematografo, che ha come unico sfogo, mentre si trova prigioniero del repubblichino, un libro mignon contenente le poesie di Leopardi, che egli sfoglia e legge nei momenti più difficili. Il federale, che simboleggia la forza bruta e un poco ottusa (che poi diviene comica per ragioni di “commedia all’italiana”) vedrà crollare via via il suo mondo. La scena emblematica è quando, a corto di carta per le sigarette, il federale si vede arrivare in soccorso il professore in modo inaspettato e pacificatorio. Per realizzare la “cartina” egli infatti strapperà l’ultima pagina (dopo una lunga serie di manomissioni forzate) del libro di poesie: quella contenente L’Infinito.

Il primo atto della nuova Italia iniziò, in modo ideale e poetico, con questo incipit “Sempre caro mi fu quest’ermo colle…”.

 

Pietro Ingrao

Pietro Ingrao

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