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Ed arrivasti a varcar la frontiera in un bel giorno di primavera

L’Europa è stato il primo Continente formato da Stati e popoli diversi a dotarsi di una cittadinanza comune

 

Prendendo spunto dallo splendido articolo di Gustav Seibt apparso su “La Stampa” di giovedì 8 maggio a titolo “Caracalla, il Papa, l’Imperatore. Perché la cittadinanza europea è nata quasi duemila anni fa”, alla luce delle ultime elezioni europee, mi è scattata naturale la riflessione su che cosa voglia dire la cittadinanza europea. Questo perché se il concetto di Europa, soprattutto in chiave economico, è stato molto osteggiato (ma non così tanto da portare, almeno a livello elettorale, ad un repentino cambio di rotta), una conquista raggiunta e ben verificabile della classe dirigente europea è quella di una cittadinanza comune. Apparentemente questa conquista potrebbe apparire come una microscopica goccia nel mare magnum delle potenze che si stanno (o per meglio dire si sono oramai affacciate stabilmente) sulla ribalta mondiale. Credo però, anche alla luce sia dell’articolo citato che della storia millenario dell’Europa, che mai dato fu più sottostimato. Avere una cittadinanza comune non significa soltanto non dover tirare fuori il passaporto quando da Milano Malpensa si atterra allo  Schwechat di Vienna. Vuol dire che merci, uomini ed idee possono circolare liberalmente, creando possibilità di interconnessione impensabili nel 19° o 20° secolo. Poi l’idea della cittadinanza europea è un’idea che, se solo dal 1979 con il Trattato di Lisbona realizzata concretamente, era già stata conseguita più volte nella storia. L’impero romano con l’editto firmato dall’imperatore Caracalla (passato alla storia, evidentemente, non soltanto per le splendide terme monumentali di Roma) del 212 dopo Cristo. L’editto stabiliva che si era cittadino romano indistintamente dalla Britannia al Nord Africa, dalle propaggini più selvagge della Spagna alla boscosa Romania. Non soltanto la cittadinanza era allargata (e con essa i diritti e doveri connessi) ma, tecnicismo davvero moderno, si assisteva alla presenza di una doppia cittadinanza: cioè, ad esempio, si era romano e ateniese, romano e alessandrino e così via. Non bisogna scordarsi poi, e Gustav Seibt lo sottolinea, che durante il Medioevo i due grandi blocchi, uno politico ma più effimero, e l’altro maggiormente spirituale ma più duraturo, incarnati dal Sacro Romano Impero e dalla Chiesa di Roma, furono un collante, o per meglio dire, una patina che avvolse le popolazioni europee dal Mare del Nord fino alle steppe della Galizia polacca. Certamente ci furono varie volte degli “strappi”, come ad esempio nell’ambito della Riforma Luterana ma anche qui per una spinta distruttiva ecco che le idee, costruttrici di civiltà, prima di un “cosmo nuovo” di Keplero e Galileo e poi quelle sui “lumi” dei filosofi francesi circolarono comunque. In Europa sorsero istituzioni, a volte contradditorie, fondamentali per lo sviluppo della civiltà umana: dai grandi sinodi dei vescovi, come ad esempio il Concilio di Trento o anche il Concilio di Nicea ancor prima, oppure la creazione di lingue che, dapprima letterarie, divennero lingue correntemente parlate da tutta la popolazione. Il latino per quasi tutto il Medioevo e poi prima il francese e poi l’inglese, furono l’esperanto dei pensatori, scrittori e diplomatici europei. Sicuramente, come è sottolineato nell’articolo, l’Europa è stata anche la culla del nazionalismo, che di fatto è il peggior antagonista del concetto di sovranazionalità. Ma proprio il fatto di essere stata la terra del nazionalismo fa si che l’Europa abbia la maggiore esperienza in questo settore, esperienza che si deve spendere per correggere gli eventuali e scontati errori nell’ambito, appunto, della sovranazionalità.

Il ratto d'Europa- Paolo Veronese

Il ratto d’Europa- Paolo Veronese

Anche la Democrazia, come tutti sanno, è nata in Europa, così come la Separazione dei Poteri e il popolo formato da cittadini. Tutto questo è un tesoretto di idee, esperienze e storie che l’Europa non deve dimenticarsi di possedere nell’ambito di un mondo composto da giganti. Non bisogna “fare l’Europa per combattere la Cina” ma bisogna rinforzare l’idea di Europa, in modo da proporla come sistema alternativo ai sistemi che regolano i grandi stati continentali. Scrive Seibt “La storia ci mostra che lo stato nazione non è né la prima né l’ultima  parola della storia europea. (…) Chi si appella alla complessità dell’Europa non conosce la storia. Le metamorfosi del continente insegnano ad essere fantasiosi sulle possibilità di cooperazione e autonomia. E mostrano che quelle che sembravano soluzioni facili erano in realtà sempre le peggiori”. Allora emerge che quel passaporto rosso intenso che noi europei portiamo appresso quando viaggiamo per il mondo, è ben di più di un semplice documento. È un concretarsi in materia di un lungo processo di trasformazioni, scossoni e metamorfosi. Che non si pensi che “ed arrivasti a varcar la frontiera in un bel giorni di primavera” senza dover tirare fuori un passaporto o un permesso speciale, sia una cosa banale e senza importanza.

 

È solo l’ultima tappa, in ordine cronologico, di una maratona lunghissima cominciata millenni fa. La cosa importante ora è non smettere di correre se gli altri atleti paiono andare più veloci. Una maratona si corre sul fiato, sulle gambe e sulla testa: in fondo, anche questa, l’abbiamo inventata noi europei.

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