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Piangi (ma non sul latte versato), che ben hai donde, Italia mia

Così (più o meno) recita un verso di “All’Italia” di Giacomo Leopardi , una delle sue, bisogna dirlo per onestà intellettuale, peggiori liriche dei “Canti”. Questa citazione serve per fotografare, così da  menzionare un altro poeta, Eugenio Montale,  in una “eternità d’istante”, la situazione in cui versa l’amministrazione dei Beni Culturali in Italia.

Finita l’“epoca Bondi” , in cui ogni minimo crollo di un qualsiasi muro di un qualsivoglia edificio storico veniva registrato, con inappuntabile meticolosità, dalla stampa nostrana, i problemi ed i crolli rimangono. Infatti, nonostante alcuni casi di gestione consona ed equilibrata, spesso si vede un vero e proprio sperpero di potenzialità ma soprattutto di risorse in merito ai Beni Culturali.

Sandro Bondi

Sandro Bondi

Il problema sul tavolo è enorme se si pensa che, con il recente “ingresso” delle Langhe nei siti protetti dall’Unesco, l’Italia è ancora di più campione del mondo  (per usare una terminologia sportiva davvero trita) in fatto di “bellezza”. Eppure tutto questo enorme patrimonio non viene gestito a dovere considerando che il Turismo, sia culturale che ambientale, non è ancora un settore trainante della nostra Economia.

Stolto chi crede, con facili equazioni di scuola bocconiana, che  la Cultura non dia pane. L’industria culturale, vocabolo che a causa della sua orripilanza  si potrebbe perseguire legalmente chi ne faccia uso, è uno dei settori più in sviluppo a livello mondiale. Globalmente infatti la popolazione è sempre più istruita e “affamata” di bellezze storiche e di capolavori. Basti portare un dato. Sino a sessant’anni fa, i diari di scrittori, pittori, scultori, poeti e drammaturghi erano ricolmi di pagine nelle quali si descriveva come si potesse camminare quasi indisturbati per i saloni del Louvre, con il sottofondo ritmico o della pioggia battente sui grandi lucernari oppure del tacchettio delle proprio scarpe. Da soli, con l’unico diaframma, cioè i propri occhi, tra il sé e l’opera d’arte, l’artista poteva far nascere un universo intimo, lasciando germinare al proprio interno i semi di future opere. Ora si provi ad andare al Louvre e lasciarsi “naufragare in un mare di solitudine”. La folla di persone che ogni giorno gremiscono le gallerie parigine non ha nulla da invidiare oramai agli acquirenti delle Galeries Lafayette. La cultura è un business a livello mondiale e le agenzie di rating della cultura fanno a gara per stilare classifiche e analisi nel quale segnare la metà più visitata al mondo, l’opera d’arte più conosciuta a livello planetario oppure quale sia, per i cittadini della Terra, la città più romantica fra tutte.

E l’Italia? Vista l’abbondanza di opere d’arte, dovrebbe asfaltare ogni avversario. Beh , se non bisogna proprio piangere come faceva il Leopardi di “All’Italia”,  non vi è poi così tanto da ridere: le posizioni in queste classifiche (ma anche in quelle un po’ più serie con gli indici degli introiti economici) vedono il Belpaese attestato su posizioni mediocri, tra il sesto e il quarto posto, sempre al di sotto dei primi posti, occupati stabilmente dai “colossi della cultura” che rispondono ai nomi di Francia, Cina e Gran Bretagna (o Stati Uniti).

L’Italia paga l’arretratezza delle sue infrastrutture che se potevano andare bene ai tempi della “Vespa 125 faro basso” con a bordo Gregory Peck e Audrey Hepburn di “Vacanze Romane”, ora sono preistoriche. Piccolo esempio: da quasi quattro anni si può usufruire, sempre per citare l’ambito parigino, di una perfetta guida interattiva del Louvre realizzata dalla Nintendo (casa di videogiochi giapponese) con protagonista nientepopò di meno che Super Mario (eroe dei videogames) che accompagna il visitatore sullo schermo della propria consolle o telefono.

Guida Nintendo al Louvre

Guida Nintendo al Louvre

In Italia, con il patrimonio che possiede, non occorre osare e sbaglia chi pensa, come forse qualcuno dal forte accento toscano, che le Sovraintendenze siano il “Male Assoluto” a causa degli eccessi lacci e lacciuoli che esse continuamente pongono nei confronti di chi “vuole fare le cose nuove”. Bensì bisogna cercare di riqualificare l’esistente, attraverso piccoli ma grandi interventi significativi: etichette esplicative più chiare e non “temporalmente coeve” all’opera, personale museale più preparato e istruito (soprattutto nei confronti degli stranieri, ancora visti con uno sbigottimento paragonabile ai cittadini di “Un Marziano a Roma” di Ennio Flaiano) e dotare i musei di strutture funzionali, a cominciare dai bagni per finire alle Bubuvette (spesso veri e propri reperti archeologici).  La Buvette del Kunsthistorisches Museum  di Vienna è considerata uno dei migliori ristoranti della città (come confermano le guide turistiche) e da dieci anni a questa parte, i matrimoni più cool di New York si celebrano al Piano Superiore della New York Public Library (come del resto l’ineffabile Carrie Bradshaw in “Sex and The City- Il film” dimostra). È dal particulare, di guinezzialiana memoria, che occorre ripartire perché tutto il resto c’è: non dobbiamo inventarci un nuovo Colosseo ma dobbiamo fare sì che sia quanto più possibile fruibile e accessibile da tutti, senza però correre nel rischio di buttarla all’americana, confondendo la cultura con lo spettacolo e l’Anfiteatro Flavio con lo stadio “da wrestling” del “Gladiatore”.

Ennio Flaiano

Ennio Flaiano

Sex and The City - Il Film - Carrie Bradshaw davanti alla New York Public Library

Sex and The City – Il Film – Carrie Bradshaw davanti alla New York Public Library

Vacanze Romane

Vacanze Romane

Tutto considerato la strada che abbiamo di fronte non è così impervia ma serve un nuovo modo di pensare, ricominciando dall’antico. Museo infatti, vuol dire “Casa delle Muse” e le Muse erano sette, ognuna per una forma di arte. Un Museo a misura di visitatore quindi, vuol dire consacrare un altare alle Arti: l’unico vero dio a cui fare affidamento per gli uomini e le donne di buona volontà e di cultura.

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1 commento

  1. Gian Battista Cassulo

    Caro Mattia

    hai scritto bene a proposito dei nostri siti archeologici e più in generale dei musei e degli altri siti della cultura: che sfacelo, che abbandono!!!! E non penso solo alla Reggia di Caserta, dove oggi ci va il Papa e che grazie a lui sarà sotto gli occhi del mondo, come sotto gli occhi del mondo lo sono stati ieri i giardini di Castel Gandolfo nei quali finalmente non solo il Papa e pochi altri prelati potranno passeggiare, ma anche la gente comune!!!!

    Noi proveniamo da una cultura operaista che dal secondo Dopoguerra ci ha perseguitati in nome della ricostruzione e del posto di lavoro fisso, statale o privato che sia, dove la parte del leone l’ha sempre fatta l’industrializzazione e non ci rendevamo conto che invece stavamo diventando una specie di Paese da terzo mondo, colonizzati dalle multinazionali e da un capitalismo straccione alla Agnelli, dedito più che agli investimenti alla continua ricerca dell’assistenzialismo.

    E così belle città come Torino sono state stravolte, cambiate, snaturate, mentre quei pochi imprenditori illuminati, come Adriano Olivetti, o sindaci santi, come La Pira, venivano derisi e quasi trattati da visionari.

    Noi abbiamo una fabbrica cielo aperto, ovvero i nostri siti archeologici, e invece abbiamo fatto morire nell’alienazione più completa migliaia di operai sotto i tetti di tetri capannoni legati ai ritmi impersonali delle catene di montaggio.

    Il boom degli anni Sessanta è stato proprio questo: uno sviluppo economico basato su un modello sociale, quello dell’industrializzazione, contrario alla natura e allo spirito di un popolo latino come il nostro che nell’agricoltura, nei commerci, nelle arti e nella cultura e nell’ambiente ha sempre avuto il suo DNA.

    E le contraddizioni di quegli anni Sessanta, che ho vissuto con un malessere solo mitigato dalla forza dei miei vent’anni, sono poi esplosi nel ’68 e nei successivi anni Settanta, ma solo ora, dopo la Caduta del Muro di Berlino che ci teneva imprigionati in un sistema politico dove la vera libertà era un’utopia, quella eredità lasciataci dal duopolio D.C./ P.C.I. si sta riversando su di noi in tutta la sua tragicità.

    Si andava al mare in vespa o in seicento, la casa popolare non si negava a nessuno, ma come stavano diventando le città? Celentano le aveva messe in musica con i “Ragazzi della Via Gluc”: enormi periferie dove la prima TV coltivava processi di imitazione che ci avrebbero americanizzati, facendoci perdere di vista la nostra vera natura condensata nel motto “italiani brava gente”.

    Certo di passi avanti ne abbiamo fatti, ma a quali costi sociali? Città invivibili, l’enormità del debito pubblico che ci sta schiacciando, una classe politica imbelle, la nostra sudditanza da paesi terzi che qui da noi la fanno da padrone, sono lì a dimostrarlo,perché siamo e, se continuiamo così, saremo pur sempre solo e null’altro che il “giardino dell’imperio”.

    Eppure il nostro riscatto è lì dietro l’angolo. ce lo abbiamo sotto gli occhi. ce lo fanno vedere tutti i giorni gente comune, non titolata, non “bocconiana”, ma uomini semplici come Giovanni Sanguineti, che con gli amici del CAI non si stanca mai di organizzare “passeggiate sotto le stelle” per far conoscere ai sempre più numerosi partecipanti le bellezze dell’ovadese e noi nel nostro piccolo gli diamo su questo sito “diritto di tribuna” per ampliare il raggio d’azione delle sue iniziative.

    L’ambiente dunque e le vestigia di quel passato illustre che abbiamo avuto e che ha caratterizzato la nostra storia!!!

    Quanti operai, ognuno di essi con laurea in Architettura, Lettere, storia antica, con diplomi in lingue, eccetera, potrebbero dunque trovare spazio in questa fabbrica a cielo aperto, che spazia dal mare cristallino della Calabria alle nevi del Trentino, dai resti dell’Antica Roma, ai vecchi borghi delle nostre province, ai percorsi naturalistici,a quella vera e propria autostrada immersa nella natura che è l’Alta Via dei monti, alle storiche vie del sale sulle quali ancora oggi passano i muli degli amici del Paradase di Busalla, per non parlare, tanto per non andare molto lontano da dove noi de “l’inchiostro fresco” operiamo, dell’imponente fortificazione settecentesca che, nell’abbandono più totale, circonda possente protettiva la città di Genova?

    Quanti “opera”i potrebbero lavorare sotto i capannoni di questa fabbrica a cielo aperto?

    Questa è una domanda che ci farebbe piacere rivolgere a Matteo Renzi, ma Matteo Renzi potrà risponderci o chi lo manovra gli farà girare la testa in un’altra direzione, magari verso quella mirata a svendere tutto il patrimonio dello Stato in nome di un riequilibrio dei conti pubblici?

    Gian Battista Cassulo

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