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Compagno Alcide Il superitaliano

Il 19 agosto 1954 si spegneva lo statista italiano artefice della Ricostruzione

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Sono passati sessant’anni dalla morte di Alcide De Gasperi, ultimo Presidente del Consiglio del Regno d’Italia e il primo Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana. E già da questo dato, squisitamente statistico, si può bene comprendere l’assoluta rilevanza che lo statista trentino (anzi, all’antica, tridentino) ricoprì per l’Italia. Ora, in un momento storico in cui la memoria è particolarmente labile e inconsistente, neppure liquida, piuttosto gassosa, qualche esponenente del Partito Democratico hanno dichiarato di voler “intitolare” la Festa dell’Unità  Nazionale di Bologna (tornata al suo antico nome per volere di Matteo Renzi) ad Alcide De Gasperi. Questa idea ha naturalmente sollevato una ridda di polemiche, del resto piuttosto sterili, sulla convenienza o meno della proposta: in fondo, da un punto di vista statuale, il Partito Democratico è, con linguaggio atomico, la fusione “a freddo” (alchemicamente si parlerebbe invece polimerizzazione) dell’eredità politica, storica e culturale di due dei tre grandi “partiti di massa” italiani: la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano (per quello Socialista, damnatio memoriae incondizionata). I due grandi rivali delle contese da Prima Repubblica quindi,  che si uniscono per fondare, nel nome del progresso, un nuovo partito al passo con i tempi. Se tale matrimonio (o unione civile che si voglia dire) sia stato felice o meno non è mio compito indagare. Ma trovo interessante che la Festa dell’Unità, termine che rievoca salsicce, frittelle “condite” da barbe ispide, eskimo anche d’estate e canzoni degli Intillimani cantate con gli occhioni lucidi, venga associata alla figura di Alcide De Gasperi. Insomma non si può negare che l’accostamento un certo stridore lo porti con se.

 

Soprattutto se si pensa che De Gasperi, da un punto di vista delle “famiglie politiche europee”, è stato sempre un Conservatore, che entrò per la prima volta in un Parlamento nel 1911, al Reichsrat di Vienna, quando ancora era un suddito dell’Impero Austro-Ungarico. Andando a ripercorrere le azioni del giovane deputato del Partito Popolare Trentino a Vienna si colgono due grandi linee: una totale e appassionata fedeltà ai valori e alla rivendicazioni dei propri corregionali, difese con viva forza dagli scranni parlamentari e, in tale ottica, un’azione politica raffinata, sempre condotta “sub lege”. Per fare un esempio. Il 25 ottobre 1911 De Gasperi patrocina la causa, spinosa, dell’apertura della Facoltà di Diritto di lingua italiana a Vienna. Le obiezioni dei parlamentari, soprattutto di quelli austriaci, sono molto forti, ma il trentino le demolisce con un’oratoria che appare già consumata e tramite una spiegazione in termini lampanti delle questioni legate all’irridentismo:

 

 L’irridentismo è il sentimento all’appartenenza culturale alla nazione italiana, l’entusiasmo per la nostra storia e per il nostro modo di essere.

Un tale sentimento e una tale coscienza sono gli elementi che ci ispirano la forza, per difenderci “unguibus et rostris” contro ogni tentativo di inibire la nostra evoluzione nazione e dissociare le nostre proprietà nazionali.

 

Solo apparentemente questo può apparire un linguaggio da rivoluzionare, perché è condotto a “filo di regolamento”. Infatti De Gasperi non fa altro che basarsi sull’articolo 19 della legge fondamenta dell’Impero, la quale sanciva che tutti i popoli dello Stato sono uguali e che ogni popolo ha il diritto inalienabile di conservare e coltivare la propria nazionalità e la propria lingua.dc

 

Quindi ecco il primo dato rilevante che sorge alla nostra vista: De Gasperi fu un uomo colto, che sapeva fare perfettamente il mestiere, perché non c’è parola più adatta, del politico che ha bisogno di solide conoscenze amministrative, sociali e storiche.

 

Nel 1918  il Trentino-Alto Adige (ormai ex Sud-Tirol) “passa” all’Italia. È la fine della Prima Guerra Mondiale. Sono gli ultimi 4 anni dell’Italia “libera”, dato che il 30 ottobre 1922, giorno della Marcia su Roma, è ormai vicino.  In questi quattro anni come parlamentare di Montecitorio tra le fila del Partito Popolare, De Gasperi si distingue per un’attività tesa a portare il proprio schieramento sempre più addentro alla stanza dei bottoni, con un’evidente spostamento “al centro” rispetto alle posizioni di Don Sturzo o anche di Domenico Murri e dall’altro per giudizi, bisogna dirlo, sprezzanti sulla “macchina amministrativa” italiana. Quindi la posizione conservatrice rimase salda anche in un Partito come quello Popolare, sostanzialmente “sociale e progressista”. Forse proprio la sua anima di conservatore di ferro non fece capire a De Gasperi che l’unico modo per arginare il rampante Fascismo, sarebbe stato quello di far fronte comune con tutte le opposizioni (eccezion fatta per gli irriducibili comunisti, appena costituitosi nel 1921). Basti pensare che i Popolari, almeno nei primi momenti, cercarono di mediare con i fascisti in merito alla legge elettorale Acerbo del 1923. Comunque egli fu sempre un oppositore del Fascismo, tanto è vero che, nel 1927, l’Ovra lo imprigionò, assieme alla moglie Francesca Romani, per “attività politica condotta a nocumento della Rivoluzione Fascista e dello Stato italiano”.

 

Rintracciamo il secondo dato: De Gasperi fu sempre un conservatore, strenuo oppositore dei movimenti e partito di stampo “sociale” ma anche attento monitorare degli inquieti movimenti reazionari. Un uomo, un politico, un futuro statista insomma, biologicamente di Centro-destra.

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Dopo lunghi anni vissuti ai margini della politica, nei mesi immediatamente successivi lo sbarco alleato in Sicilia, assieme ai massimi dirigenti politici non fascisti, De Gasperi iniziò la costruzione della “nuova Italia” e ne fu uno, se non il massimo, dei protagonisti.

Ma qual era l’idea di Nuova Italia per De Gasperi?

I punti guida dell’attività dell’ultimo Presidente del Consiglio del Regno d’Italia e primo Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana sono fondamentale:

  • Entrata dell’Italia nella Nato, baluardo ad oriente contro la barbarie comunista
  • Opposizione senza se e senza ma ad ogni tentativo (almeno dopo la stipula della Costituzione Italiana) di allargamento della Maggioranza a socialisti e comunisti
  • Censura e controllo dei Media
  • Legame strettissimo con gli Stati Uniti d’America, a livello politico ed economico, e con la Città del Vaticano, a livello morale e ideologico
  • Nessuna attività persecutoria nei confronti dei gerarchi, dirigenti o ex simpatizzanti fascisti ma piuttosto un “salutare oblio” che possa fare ripartire l’Italia “a cuor leggero” dopo gli anni “pesanti” del Regime e della Guerra.

 

Queste linee guide furono portate avanti, senza troppe modificazioni, almeno sino alla stagione delle “convergenze parallele” tra Aldo Moro e Enrico Berlinguer. È vero che negli anni Sessanta, dopo il fallimentare tentativo di allargare “a Destra” la Maggioranza con l’ingresso dei Missini (Governo Tambroni), si ebbe la stagione del “CentroSinistra”, ma l’apertura ad una parte, tra l’altro quella più moderata e per così dire “annacquata”, dei Socialisti, non ha portato modificazioni significative di governo. De Gasperi fu il primo condottiero della “balena bianca” di quella DC pigliatutto, costretta a “vincere sempre perché la Storia e gli Usa lo volevano”. Se insomma nel Dopoguerra non bisogna gridare, come fece Papa Urbano II per “lanciare” la prima Crociata al Concilio di Clermont del 1095, “Deus Vult”, si poteva tranquillamente dire “Ike Eisenhowe vult”.

 

Ecco infine in terzo e decisivo dato. Alcide De Gasperi, forse perché “nato suddito e straniero”, fu uno dei primi a capire che l’Italia da sola non ce l’avrebbe mai potuta fare e che l’unico modo per “ricostruirsi una storia” era quello di da un lato non rivangare troppo gli anni del Fascismo e dall’altro  appoggiarsi alla più grande potenza occidentale. Questo combinato disposto di “oblio e dipendenza” è, in qualche misura, uno dei massimi tratti carattersitici della “Nuova Italia”.  

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De Gasperi incarnando un modello di superitaliano venuto da fuori, fu il Virgilio che accompagnò il nostro Paese fuori dalla “selva oscura” della Seconda Guerra Mondiale, ma il percorso non fu netto. Come per il suo più grande avversario, “il Migliore” Palmiro Togliatti, fu a capo di un Partito “a legittimazione esterna” cioè che trovava la sua raison d’être (più prosasticamente le risorse) al di fuori dell’Italia: la Democrazia Cristiana da Washington, il Partito Comunista Italiano da Mosca. Lì nascono i motivi  della ripresa economica e spirituale dell’Italia e anche le cause della sua fragile condizione, legata a doppio filo ad interessi ed attori esterni. D’altronde, almeno dal crollo dell’Impero Romano in avanti, è sempre stato così: prima gli Ostrogoti e i Bizantini, poi i Longobardi, quindi i Franchi, poi i Normanni, prima gli Arabi, poi gli Spagnoli, gli Austriaci, ecco i Francesi e fino a ieri l’altro gli Americani e i Russi.

 

Molti sostengono che l’Italia, lungo gli anni della Seconda Grande Depressione, sia ormai inesorabilmente scivolata, come tutti i Paesi membri dell’Unione Europea, sotto il controllo della Germania merkelliana, non più soltanto “locomotiva d’Europa” ma anche ferroviere, macchinista e anche titolare delle rotaie.

De Gasperi, antico trentino dalle buone maniere,  vi risponderebbe, da perfetto italiano, “nulla di nuovo sotto il sole di Roma”.

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