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Corsari, sestanti e armadi pieni di canfora

“La verità del momento” libro in cui sono raccolti gli scritti di Bernando Valli, a cura di Franco Contorbia

Il libro uscito a giugno di quest’anno e intitolato, con intelligenza e sapienza, “La verità del momento” in cui sono raccolti alcuni dei più importanti articoli di giornale di Bernardo Valli, a cura di Franco Contorbia, docente di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea all’Università degli Studi di Genova, e il susseguente intervento di Claudio Magris “Vive nell’istante la verità della storia: la scommessa del cronista è coglierla”, apparso su il  “Corriere della Sera” di venerdì 19 settembre 2014, mi sono utili per ragionare attorno al “mestiere del giornalista”.

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Non è un compito così facile e sicuramente libri come questo, in cui non soltanto si ha un esempio per così dire “tattile” di come anche nella cronaca vi può essere il sacro sigillo dell’arte della scrittura, ma si può intravvedere, tra le pieghe della piccola e grande Storia, come il giornalista sia, usando una fortunata metafora partorita da Bernardo Valli stesso, “Per distinguere e sopravvivere il reporter deve essere sempre più “disciplinato”, deve conoscere l’arte del computer, come i corsari quella della vela, ma soprattutto imporsi il rigore per non naufragare nell’oceano di informazioni”. Qui, si impone con viva forza, il primo punto fermo. Le nuove tecnologie, l’uso e l’impiego sempre più capillare di internet e dell’informatica (attraverso cui, quasi sorta di mise en abyme da “Mille e una Notte”, io realizzo questo stesso articolo) ha facilitato di molto il mestiere dello scrivere, ma lo anche reso molto più a rischio di uniformità e appiattimento. Quando lo strumento prende il sopravvento sul messaggio e quando le possibilità di fruizione vengono declinate soprattutto in plurale numerico e non qualitativo, la “potenza di fuoco” di una notizia o di un pezzo, si spegne subito in un fumo lieve lieve che non porta a nulla o che, al massimo, confonde le idee.

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Ecco perché, proprio come sostenevano i latini quando dicevano “est modus in rebus” (rebus da intendersi  rigorosamente nella doppia accezione di “cose” e “problemi”), il metodo e la forza del rigore, morale e di studio, dev’essere rovello continuo per il “buon giornalista”. Magris ricorda che Contorbia per descrivere Bernardo Valli usa l’espressione di “avventuriero disciplinato”; solo essendo un avventuriero con un minimo (o massimo) di disciplina ci si può orientare in quel mar dei sargassi che è il mondo dell’informazione contemporaneo, proprio come i corsari, spiriti liberi, per poter navigare per i sette mari aveva bisogno di conoscere perfettamente l’arte della vela e l’uso del sestante. Un altro punto importante, tassello rilucente di quel gran mosaico che è il  giornalismo, è la dimensione artigianale della professione. “Il mio mestiere è  artigianale. Non faccio armadi o seggiole ma articoli: e come i primi possono finire a volte in un museo, così gli articoli possono sopravvivere al giornale”. Perciò il mestiere del giornalista, la professione dello scrivere cronaca viene apparentata con il mestiere dell’artigiano, un lavoro ora lento ora frenetico e se si vuole ripetitivo, ma senza tramutarsi negli alienanti ritmi e processi della fabbrica. Quindi con questo bagaglio esperienziale, di “calli” più ideale che fisici che il giornalista deve per forza di cose possedere al fine di potersi definire tale, il giornalismo da “svolazzante missione su carta” si traduce in un mestiere artigianale, guidato dalla curiosità, dallo studio degli argomenti e delle fonti ed inoltre non farsi troppi problemi ad essere “schiavo del tempo”. La visione del giornalista è una visione di parte, della propria parte delle cose, come Fabrizio a Waterloo ne Il Rosso e il Nero di Stendhal, cita Valli.

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Ad inizio articolo Claudio Magris descrive la figura di Valli, con parole che, a giusta ragione, potrebbero essere usate per tratteggiare il “buon giornalista”: “Narrare non è solo inventare, ma anche – e più bizzarramente – afferrare momenti e destini personali e collettivi, fluttuanti e spesso travolti e sommersi nel fiume violento degli eventi e dell’oblio. In quel melmoso e spesso insanguinato mare di sargassi che è la Storia, la penna del vero scrittore arpiona volti e pezzi di una realtà viva e palpitante come un animale ferito”. Lanciamoci allora, come Queequeg, l’addetto all’arpione del Pequod, a infilzare, nella melma dell’indistinto reale, qualche polposo e vitale fatto. Dalle brume del flusso sghembo di informazioni alla squillante luce delle notizie. Un giornalista è un corsaro, che sa usare i sestanti e che trova le notizie come un bimbo trova la canfora in un vecchio armadio polveroso: scavando nel fondo.

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