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Il migliore dei mondi (paralleli) possibili: Interstellar

Scordatevi claustrofobia o creature aliene: anche la fantascienza è “passata” in Interstellar di Christopher Nolan

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Alla fine di tre ore di viaggi intergalattici , solitudini siderali, legami più forti anche di quattro dimensioni e teorie fisiche anche molto complesse, la prima cosa che mi è venuta in mente dopo Interstellar di Cristopher Nolan è stato Candide di Voltaire. Nel conte philosophique del francese infatti si vogliono confutare tutte quelle teorie ottimistiche, nate sulla scia di Leibniz, che genera pensieri come “questo è il mio migliore dei mondi possibili”.

Nel sordo e ottuso, ma a tratti persino simpatetico, ottimismo di Candide, usato da Voltaire come dimostrazione per assurdo che ogni tipo di teoria ottimistica sia da rifiutarsi, si sostiene come abbracciare “il proprio piccolo orto, da curare come un giardino”  sia unica via possibile, e soprattutto plausibile, per la nostra condizione umana.

E in Interstellar non siamo troppo distanti. Il messaggio che, prima tenue e poi profondo e deflagrante come l’archetto di violino rallentato al massimo della colonna sonora di “Inception”, è sotteso per tutti il film è questo: il genere umano, inteso come specie e come singolo individuo (“la specificità” da intendersi molto più a livello filosofico che fisico) tende biologicamente a farsi oltre e a rompere i recinti nei quali egli si trova costretto a vivere. Allora non sarò una piaga che uccide lentamente ogni tipo di coltivazione a fermare il genere umano. La postura eretta ci ha donato la possibilità di guardare le stelle e come dice Matthew McConaughey in una scena:

Prima guardavamo le stelle sentendoci parte del firmamento, ora chiniamo la testa e restiamo a far parte del fango

Perché quello che nella Terra di Interstellar non va  non è tanto la carestia ma il fatto che l’Umanità abbia, consapevolmente, abiurato alla sua vera natura di “esploratori, avventurieri e conoscitori” per divenire dei “guardiani e agricoltori”. Ecco il perché del refrain, spesso troppe volte ripetuto, della poesia di Dylan Thomas “Do not gentle in a good-night”, non andartene docile in questa buona-notte che sta dire “uomo anche se il Mondo è perduto non restare fermo a contemplare il declino. Infuria, lotta, sbraita, esplodi con esso: solo allora sarai uomo”.

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Ed è un film questo di sentimenti profondamente umani, come il desiderio di avventura, lo spirito di sopravvivenza (come ci spiega un convincente Matt Damon/Professor Mann) e l’amore, coniugato nel rapporto padre e figlia. Su questi capisaldi si ancora un’opera cinematografica profonda e gorgogliante, come lo spazio profondo, che non diviene mai calembour barocco perché il cosmo non è uno scenario da operetta, ma da tragedia classica, da odissea non dello spazio, ma dello spazio-tempo-umanità-amore-ricordo, che sono le cinque dimensioni dell’Universo di Cristopher Nolan.

Ci sono notevoli punti deboli, una certa verbosità diffusa e alcuni passi troppo melodrammatici, ma siamo pur sempre al cinema e non durante una lectio magistralis di Fisica Quantistica, anche se forse per qualche spettatore potrebbe sembrare.

Interstellar in fondo, si può riassumere in una frase di Jean Cocteau “Le costellazioni non sanno di essere tali; c’è bisogno di uno sguardo dall’esterno che le crei

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